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I Blonde Redhead all’Auditorium

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A marzo del 2004, in piena ondata post-punk revival, una delle band americane più influenti (e aperte alle influenze) a cavallo tra vecchio e nuovo millennio pubblicò un album destinato a restare negli annali. “Misery Is A Butterfly” era il sesto lavoro, primo su 4AD, del trio newyorchese Blonde Redhead, e il prossimo 23 luglio verrà eseguito per intero dalla stessa band all’Auditorium Parco della Musica (Cavea) in uno dei concerti più attesi della rassegna “Luglio Suona Bene”.

L’ensemble formato dai gemelli di origine italiana Amedeo (batteria) e Simone Pace (chitarra) e dalla cantante e chitarrista di origine giapponese Kazu Makino suonerà di nuovo a Roma ad un anno dall’ultima apparizione, ma stavolta lo farà per celebrare una delle tappe più importanti della sua carriera. La prima parte dello spettacolo, infatti, sarà tutta dedicata alle splendide 11 tracce di “Misery Is A Butterfly”, avvalorate dalla presenza sul palco di un quartetto d’archi, mentre nella seconda verrà ripercorsa a grandi linee un’epopea ormai ultraventennale.

L’album pubblicato dodici anni fa segnò il passaggio dalla Touch And Go, con cui avevano pubblicato tre album, all’etichetta leader della scena alternativa/indipendente e che negli anni ha prodotto, tra gli altri, dischi di The Birthday Party, Bauhaus, Pixies, Cocteau Twins, Dead Can Dance, National e Bon Iver.

Ma quel lavoro rappresentò anche un fondamentale snodo artistico per la band, segnando il passaggio definitivo dallo sferragliante e “noisy” sound degli esordi, tiratissimo e pieno di distorsioni, ad un pop-rock etereo e indefinito che strizzava l’occhio alla forma-canzone pur continuando a discostarsi da ogni clichè radiofonico.

Fu lì che cadde definitivamente l’etichetta che li accompagnava dagli esordi di epigoni dei Sonic Youth, all’ombra dei quali peraltro erano cresciuti (il batterista Steve Shelley pubblicò i primi due album dei BR sulla sua etichetta Smells Like Records).

E in effetti, nei loro lavori degli Anni ’90 c’era tutto il sapore della NY underground nel solco della tradizione “sonica” ma anche di band come Pussy Galore, Unsane, DNA, Shellac e Fugazi (Guy Picciotto produsse tre album dei BR, tra cui lo stesso “Misery Is A Butterfly”); negli anni, tuttavia, il loro suono si è ingentilito fino a diventare una miscela di soft-pop a tinte dreamy con elettronica e riverberi in primo piano e la voce della Makino ad ergersi maestosa sfidando i registri più disparati.

“Misery Is A Butterfly”, con la sua copertina, un’immagine dell’artista Carlo Mollino (1905-1973), diventò fin da subito un classico ed è stato citato a più riprese tra le influenze di nomi altisonanti dell’odierna scena mondiale quali Interpol, Arcade Fire e Beach House. La sua genesi, peraltro, fu sofferta a causa di un incidente equestre occorso alla Makino durante la lavorazione (l’album è pieno di riferimenti autoironici all’accaduto) tanto che ci vollero 4 anni per veder nascere il successore di “Melody Of Certain Damaged Lemons“.

Ma lo status di band alternativa “figa” nell’approccio ma non nei numeri fu definitivamente superato grazie anche al tour promozionale di quell’album, che per la prima volta schiuse alla band le porte della fama planetaria. Un tour nel quale quel disco non fu mai eseguito live per intero, cosa che invece accadrà il 23 luglio all’Auditorium.

Valerio Di Marco

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