Home CRONACA Gaia e Camilla, Pietro Genovese condannato a otto anni

Gaia e Camilla, Pietro Genovese condannato a otto anni

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È terminato il processo con rito abbreviato a carico di Pietro Genovese, il giovane romano accusato di omicidio plurimo stradale per la morte di Camilla Romagnoli e Gaia Von Freymann, investite e uccise a Corso Francia nel dicembre dello scorso anno.

Nell’udienza di oggi – dopo che il 30 ottobre il Gup Gaspare Sturzo aveva rinviato la sentenza con la richiesta di ascoltare alcuni dei testimoni e i periti – il pm Roberto Felici è tornato a chiedere una condanna a 5 anni di carcere. Ma il Gup è andato oltre: Pietro Genovese è stato riconosciuto colpevole di duplice omicidio stradale ed è stato condannato a 8 anni di reclusione.

“Giustizia è stata fatta. Un grande dolore ma anche una grande vittoria per noi. Le bambine non torneranno più a casa, ma abbiamo avuto la soddisfazione dell’assenza del concorso di colpa. Le ragazze hanno attraversato sulle strisce, con il verde pedonale, i nostri avvocati sono stati bravissimi a dimostrare ciò. Non ci aspettavamo una sentenza così” hanno commentato le mamme di Gaia e Camilla.

La vicenda tappa per tappa

Subito dopo l’incidente mortale, su indicazione del gip Bernadette Nicotra, erano stati disposti gli arresti domiciliari per il ventunenne che quella notte era risultato positivo all’alcol test. Fin dal primo interrogatorio, avvenuto all’inizio del 2020, Genovese aveva sostenuto di essere ripartito con il semaforo verde e che l’impatto con le due ragazze, come confermato anche dai due amici che viaggiavano in macchina lui, sarebbe stato impossibile da evitare per il punto in cui Gaia e Camilla si trovavano, fuori dalle strisce pedonali e in una posizione poco visibile.

Lo stesso gip nelle pagine dell’ordinanza che disponeva l’arresto aveva parlato di “condotta vietata e spericolata” delle due ragazze che presumibilmente “attraversando in quel modo, a semaforo rosso, di notte e con la pioggia” avevano concorso “alla causazione del sinistro mortale”.

I legali delle famiglie delle vittime hanno però sempre sostenuto che le due amiche avrebbero attraversato a semaforo verde. L’impianto semaforico all’epoca non prevedeva il giallo, motivo per cui si sarebbero ritrovate in mezzo alla carreggiata proprio allo scattare del rosso.

Successivamente, i risultati della perizia effettuata nel febbraio scorso dai tecnici del pubblico ministero per ricostruire tutte le fasi dell’incidente, avevano confermato quanto sostenuto dalla difesa di Genovese e cioè che le due giovani quella notte avrebbero impegnato la carreggiata in un tratto di strada poco visibile e non sulle strisce pedonali. Allo stesso tempo però i periti avevano confermato che l’auto guidata dal ventenne procedeva a velocità sostenuta, ben 40 km oltre il limite fissato per quel tratto di strada.

Un secondo e mezzo in più per evitare l’impatto

Sempre da quella stessa perizia era emerso un particolare inquietante: l’impatto mortale si sarebbe potuto evitare per una frazione di secondi. Sembra davvero probabile infatti che un secondo e mezzo in più sarebbe potuto bastare per salvare la vita a Camilla e Gaia, lo stesso tempo che avrebbe impedito a Pietro di investire le due giovani.

Quindi se l’auto su cui viaggiava Genovese avesse rispettato il limite di velocità sarebbe sopraggiunta sul luogo dell’impatto con le due ragazze esattamente un secondo e mezzo dopo, frazione di tempo utile a salvarle.

Nel frattempo, mentre nella seconda settimana di aprile il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia e il sostituto Roberto Felici depositavano in Procura la richiesta di giudizio immediato per il ventunenne, un’informativa della Polizia Postale allegata agli atti dell’indagine rivelava che, nel momento dell’impatto con le due giovani, Genovese era al telefono. Diverse fotografie e un video inviati tramite whatsapp a più contatti, 19 secondi di distrazione costati cari.

La posizione del giovane, già accusato di viaggiare con un tasso alcolemico nel sangue pari a 1,4 grammi per litro e di procedere oltre il limite di velocità previsto per quel tratto di Corso Francia a quel punto si aggrava con l’accusa di violazione dell’art. 173 del codice della strada che prevede appunto il divieto di usare il telefono durante la guida.

Tra le contestazioni fatte a Pietro Genovese compare anche quella di non essersi fermato subito dopo l’impatto con le due amiche ma di aver percorso ancora 180 metri prima di scendere dall’auto ormai in panne.

L’inizio del processo e la condanna a 8 anni

Respinta la richiesta di rito abbreviato condizionato presentata dai legali del ventunenne,  il 13 luglio scorso con rito abbreviato ordinario prende il via il processo e a settembre il pm di Roma Roberto Felici avanza la prima richiesta di condanna a 5 anni per Genovese, richiesta rinnovata oggi.

L’emissione della sentenza era attesa per fine ottobre, appuntamento in cui però il Gup Gaspare Sturzo a sorpresa ha rinviato la decisione finale chiedendo di ascoltare in tribunale i testimoni e i consulenti che nel febbraio scorso si occuparono della maxi perizia.

E oggi la vicenda si è chiusa con la condanna a otto anni. Durante la lettura, Pietro Genovese, attualmente ai domiciliari e che è stato presente a tutte le udienze del processo, è scoppiato in lacrime.

Ludovica Panzerotto

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3 COMMENTI

  1. Non so valutare gli otto anni, che mi sembrano eccessivi. Disturbante il commento dei genitori delle ragazze. “Una soddisfazione, escluso ogni concorso di colpa, le ragazze erano sulle strisce”. Ammesso che sia stato dimostrato (cosa dubbia) che erano sulle strisce , sappiamo benissimo come il 90% dei pedoni sta sulle strisce: spalle al traffico, cuffiette auricolari e messaggini, camminata obliqua, curve e scarti improvvisi…i poveri automobilisti devono avere cento occhi, e se ne usano solo 99 pronta la disgrazia.
    Ma soprattutto, povera madre in lagrime, proprio nessuna colpa ? Chi, se non voi genitori, avete messo sulla strada, sole, di notte, in giro per locali, a fare non si sa che, due ragazzine ? Genovese non le ha viste, ma voi non le avete guardate.

  2. Ci sono voluti 11 anni per fare una legge sull’omicidio stradale che nella realtà non ha cambiato assolutamente nulla. Ubriachi e drogati che uccidono pedoni che attraversano sulle strisce pedonali messi agli arresti domiciliari e spesso condannati a pene irrisorie; se sono extracomunitari poi non risarciranno neppure in sede civile i familiari. La pena di Genovese sicuramente in appello verrà abbondantemente ridotta….Questa è l’Italia, un paese in totale declino dove ignoranza e prepotenza la fanno da padrona e dove le leggi vengono emanate in base ai diktat dell’economia. Basterebbero norme severissime (passi con il rosso? ti tolgo la patente per 1 anno….stai al telefonino? te la tolgo per 6 mesi…guidi in stato di ebbrezza o drogato? ti tolgo la patente per 10 anni….) e fare come negli USA dove le multe figurano nella pedina penale di un individuo: ne hai troppe? Non guidi più! Anche i pedoni andrebbero sanzionati severamente dal momento che spesso si comportano alla stesso modo degli automobilisti. Gli italiani alla guida? Tra i peggiori del mondo!

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