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Alanis Morissette all’Auditorium il 9 luglio

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Alzi la mano chi è riuscito a seguirla nei suoi venti e passa anni di carriera dopo “Jagged Little Pill“. Non perchè sia stata particolarmente prolifica, ma perchè era difficile restare svegli ascoltando uno qualsiasi dei dischi che ha inciso dopo. Ed è probabile che non andrà diversamente col nuovo lavoro che la musicista canadese Alanis Morissette è in procinto di pubblicare a breve e di cui il concerto all’Auditorium il prossimo 9 luglio, che si terrà nell’ambito del Roma Summer Fest, sarà un antipasto.

Pare stia scrivendo anche un libro, ma se sarà soporifero come la sua musica da due decenni a questa parte, Dio ce ne scampi. Che poi – porella – lei ce la mette tutta, tra impegni benefici e progetti collaterali vari, ma è la polpa ad essere scaduta da un pezzo. E sì che a suo tempo era prelibata. La parabola artistica della Morissette si può infatti riassumere sostanzialmente in quell’album succitato che fu manifesto del rock anni ’90. Gli altri picchi della sua restante discografia altro non sono stati che le due edizioni celebrative di quel disco, uscite rispettivamente nel decennale (2005) e nel ventennale (2015). Per il resto, il vuoto assoluto, o quasi.

Disamina troppo severa? Certo, eguagliare la carica emotiva, l’urgenza espressiva, la forza nervosa di un siffatto capolavoro non era facile, ma le premesse per una carriera ad alti livelli nel solco di altre grandi cantautrici USA sue coeve come Tori Amos o Sheryl Crow c’erano tutte.

E invece la nostra Alanis Morissette s’è persa nel tentativo non riuscito di riverberare all’infinito la formula che l’aveva resa famosa, senza peraltro ripetersi nella qualità della scrittura. E a poco è servito inzeppare il tutto ora con le reminiscenze oriental-misticheggianti di “Supposed Former Infatuation Junkie“, ora con l’elettronica di “Flavors Of Entanglement“.

E allora eccoci sempre lì, a quella “piccola pillola seghettata” che ci mandò in visibilio a metà esatta dei Nineties. Era il terzo album della poco più che ventenne Morissette, nel frattempo trasferitasi a Los Angeles, dopo i primi due che le fecero guadagnare il consenso in patria.

A produrlo fu Glen Ballard, nome di grido della consolle negli anni ’90, e a pubblicarlo la Maverick, etichetta fondata da Madonna. Ma soprattutto, alla ragazza furono affiancati musicisti coi controfiocchi, tra cui due del calibro di Dave Navarro (chitarra) e Flea (basso), capibastone dell’alternative-rock losangelino ed entrambi militanti nei Red Hot Chili Peppers (ma col primo che era stato anche il lead guitarist di un’altra band storica in città, i Jane’s Addiction).

Ma non fu tanto il sound della bassa California a influenzare Alanis Morissette quanto quello di Seattle e dintorni.

Le sonorità abrasive del grunge erano ancora  il verbo dominante dell’epoca e le trovavi più o meno ovunque, su e giù per il Nordamerica ma anche al di qua dell’Atlantico. Era logico quindi che una giovanissima cantautrice canadese incazzata col mondo (e con gli uomini) le facesse proprie, reinterpretandole in chiave diremmo femminista, con un orecchio sempre attento alle melodie.

Quelle di “Jagged Little Pill” erano meravigliose. Chi non ha canticchiato almeno una volta “Ironic“, col video all’epoca in heavy rotation su MTV che mostrava la scorbutica ragazza interpretare quattro versioni diverse di se stessa intente a dialogare tra loro nell’abitacolo di un automobile. O “Head Over Feet“, dissonante eppure così lineare. O ancora, “You Learn“, pedagogica ed epica, e “Hand In My Pocket“, inno gender al cospetto del quale impallidiscono le paladine del #metoo.

E poi certo, “You Oughta Know“, la sua hit di maggior successo, il singolo di lancio di “Jagged Little Pill” che sembrò aprirle le porte del paradiso. Ce la ricordiamo a cantarla sul palco dell’Ariston di Sanremo nel 1996, vestita in pelle nera e con i capelli fluenti che ondeggiavano da una parte all’altra dello schermo televisivo in un turbine di passione, sincerità e furia iconoclasta. Peccato che non si sia più ripetuta a quei livelli.

Dopo la sbornia di vendite, fama e successo dovuti a quel disco, Alanis Morissette se ne andò per un periodo in India con la madre e ne tornò come svuotata. La figura zen ed eterea protagonista del video di “Thank U“, singolo che ne segnava il ritorno sulle scene nel 1998, sembrava la controfigura sfocata della tigre forastica di qualche anno prima. E infatti il disco fu un fiasco.

Incidente di percorso? Neanche per niente, dato che i successivi lavori saranno pure peggio. L’ultimo è datato 2015 ma sono in pochi a ricordarsene finanche il titolo. Non fosse stato per le ristampe celebrative di quella pietra miliare che fu la “Pillola”, di Alanise Morissette oggi non si parlerebbe più.

Così come rischierebbe il linciaggio se non riproponesse dal vivo almeno una manciata di quei brani che per molti sono valsi l’adolescenza. Ma il prossimo 9 luglio all’Auditorium lo farà, statene certi: anche le divinità indù hanno un cuore umano.

Valerio Di Marco

 

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