Home TEMPO LIBERO Anche i Simple Minds sul palco del Roma Summer Fest

Anche i Simple Minds sul palco del Roma Summer Fest

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Someone, somewhere in summertime. Ma il “someone” lo sappiamo: i Simple Minds; il “da qualche parte” pure: la Cavea dell’Auditorium; quanto al “summertime”, beh, il 3 luglio ci caschiamo in pieno… A distanza di quattro anni dal precedente concerto a Roma, sono queste le coordinate del prossimo che la band terrà nell’ambito del Roma Summer Fest il primo martedì del mese che Stevie Wonder prese a riferimento come massimo grado di canicola nel suo “Hottest Than July”, 1980.

Da allora, il caldo non è cambiato. E non sono cambiati loro, i Simple Minds, almeno nella plancia di comando della formazione guidata dal leader e dal chitarrista Charlie Burchill che la prossima estate sarà in Italia per presentare i brani del nuovo album “Walk Between Worlds, uscito a febbraio.
Un buon disco, se si prende a riferimento la mediocre produzione di gran parte degli ultimi trent’anni. O forse siamo noi che oggi, da loro, pretendiamo di meno. Ad ogni modo la discreta qualità dell’ultima prova in studio è testimoniata dal primo singolo“Magic”, brano dal buon tiro pop e pieno di rimandi ai gloriosi Eighties delle “menti semplici”, ma anche dalle reminiscenze dream-pop di “Utopia” e synth-wave di “Summer”.

Quarant’anni di carriera e sentirli tutti, ok, ma un concerto dei Simple Minds è sempre come ritrovare dei vecchi amici per una pinta di birra al pub. O anche due, tre, quattro…perchè con gli scozzesi è sempre così: scalfita la scorsa burbera, tipica dei caratteri a quelle latitudini, si finisce sempre con le gote rosse, gli occhi lucidi “di spirito” e risate a quattro ganasce.

Gli anni Ottanta, dicevamo. Ne è passata di acqua (e dischi) sotto i ponti. Da alfieri del post-punk ad alfieri e basta. La risposta scozzese agli U2, li chiamavano, ma in verità erano gli U2 la risposta irlandese a loro, quantomeno a rigor d’anagrafe. Quando Bono & Co. incidevano il primo LP “Boy” (1980, appunto) i cinque scozzesi erano già al terzo disco, “Empires And Dance”, quello che conteneva “I Travel” e “Celebrate”.

Ma era sul piano tecnico che la bilancia pendeva verso Glasgow. Kerr e soci erano elementi di caratura superiore (dal succitato chitarrista al tastierista Mick MacNeil al batterista Mel Gaynor) mentre agli U2 servì l’arrivo di Brian Eno dietro la consolle per iniziare a capirci qualcosa. Tuttavia il successo baciò prima e di più i dublinesi, e i SM furono costretti a inseguire.

E mentre gli U2 dapprima spiccavano il volo con “The Unforgettable Fire” e poi entravano nel gotha del rock con “The Joshua Tree”, i Simple Minds non riuscirono più a replicare le vette qualitative di “New Gold Dream” (1982), al di là delle vendite trainate più che altro da singoli invero azzeccati. I SM sono per tutti il gruppo di “Glittering Prize”, “Alive And Kicking”, “Let There Be Love” e la succitata “Someone Somewhere In Summertime”. Non a caso la loro antologia del 1992 è stata una delle più vendute di sempre.

Ma fu con “Don’t You (forget about me)”, nel 1985, che raggiunsero la gloria imperitura. La canzone più famosa dei SM, però….non è dei SM. Fu infatti scritta dal produttore Keith Forsey e da Steve Schiff  per il film “The Breakfast club”, capofila del genere brat-pack americano, ma nè Brian Ferry nè Billy Idol accettarono di interpretarla. Allora i due compositori si rivolsero ai SM che – anche loro inizialmente restii a metterci la firma – la riarrangiarono e registrarono nella versione che oggi conosciamo.

La seconda metà del decennio, però, li vide arrancare nella rincorsa a quegli U2 con cui, volenti o nolenti, dovevano continuamente fare i conti. Jim Kerr si mise a inseguire Bono addirittura nel campo dei diritti umani e civili, ma col tempo ne divenne la caricatura. Gli ultimi veri squilli della band furono, al tramonto degli Ottanta, “Belfast Child” e quella “Mandela Day” che celebrava il rilascio di prigione del leader sudafricano anti apartheid.

Poi con l’arrivo dei Novanta, l’oblio. Mentre gli U2 seppero reinventarsi nella versione bohemienne e multimediale di ZOO TV, inaugurando la loro fase acida che sarebbe durata fino all’alba del nuovo millennio, i Simple Minds rimasero al palo continuando imperterriti nell’eterna riedizione di sè stessi. “Real Life” e “Good News From The Next World” erano quasi delle parodie. Giocare con le immagini non era il loro forte e nei videoclip facevano di tutto per apparire loffi, scontati e seriosi.

Poi con “Cry” (2002), l’inaspettato risveglio, il sussulto a un passo dal baratro, l’urlo di giubilo di chi – dato per morto – risorge dal coma, si strappa di dosso i tubi dell’ossigeno e balza fuori dal letto per ballare con l’infermiera. Da lì la band riprese a macinare consensi, pur con tutti i distinguo rispetto all’epoca d’oro.

Oggi non pretendono più di fare ciò che non rientri nelle proprie corde e sembrano divertirsi loro per primi a riproporre un repertorio comunque leggendario. Quanto al paragone con gli U2, stando agli ultimi lavori degli irlandesi, i Simple Minds si sono presi la loro bella rivincita. Di grandi band scozzesi ne sono uscite a palate in questi ultimi trent’anni, dai Vaselines ai Travis ai Belle And Sebastian, ma loro – semplicemente semplici, semplicemente eterni – hanno un posto d’onore nella storia.

Valerio Di Marco

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