
Per nove anni VignaClaraBlog.it ha raccontato una vergogna che molti preferivano ignorare. Cumuli di rifiuti scaricati nel silenzio generale, frigoriferi abbandonati, calcinacci, amianto, carcasse, roghi, degrado. Una gigantesca discarica abusiva cresciuta nel cuore di Roma Nord, a due passi dal Tevere e dalla pista ciclabile di Tor di Quinto.
Nove anni di articoli, fotografie, denunce, sopralluoghi. Nove anni durante i quali quella lingua di terra affacciata sul fiume è diventata il simbolo perfetto dell’incapacità di Roma di difendere i propri spazi naturali.
Poi finalmente la bonifica. Ruspe, recinzioni, interventi pubblici, fondi regionali. E soprattutto una promessa politica precisa.
Era dicembre 2023 quando l’assessore regionale ai Lavori pubblici Manuela Rinaldi annunciò l’istituzione di “un tavolo tecnico con il Comune di Roma per garantire il futuro rispetto ambientale dell’ansa del Tevere”.
Nelle stesse settimane prendeva corpo anche un’ipotesi che appariva quasi inevitabile: trasformare quei sei ettari lungo il fiume in un grande parco urbano naturale, senza cemento, senza speculazioni, senza nuove cubature.
Un progetto semplice. Perfino ovvio. Perché quell’area è già un parco.
Lo è naturalmente.
Basta entrarci per capire immediatamente che non servono colate di cemento, lampioni futuristici o opere faraoniche. Servono soltanto rispetto, manutenzione leggera, accessibilità controllata e intelligenza amministrativa.
Sei ettari di vegetazione spontanea, essenze pregiate, sentieri naturali e rapporto diretto col Tevere. Uno spazio che potrebbe ospitare percorsi verdi, soste per ciclisti, aree naturalistiche, perfino un piccolo approdo per canoe e attività fluviali leggere.
Tutto compatibile con i vincoli paesaggistici che già proteggono la zona.
E invece, a maggio 2026 del tavolo tecnico non sa nulla nessuno. Del parco urbano nemmeno.
In questi giorni siamo tornati sul posto. Dietro le reti non c’è alcun cantiere permanente. L’area viene utilizzata come accesso tecnico al Tevere per le operazioni legate alla raccolta delle macroplastiche tramite barriere galleggianti. Un’attività di servizio, di passaggio, non certo una trasformazione dell’area in zona operativa inaccessibile.
Eppure tutto resta chiuso. Come se dopo la bonifica fosse improvvisamente evaporata ogni idea sul futuro.
Come se il solo obiettivo fosse togliere la discarica dagli occhi dei cittadini, non restituire davvero quello spazio alla città.
Ed è qui che il paradosso diventa ancora più evidente.
Negli ultimi anni Roma ha finalmente ricominciato a guardare verso il Tevere. I nuovi parchi d’affaccio realizzati dal Comune nel 2025 — due peraltro a poca distanza da via del Baiardo e uno addirittura sulla riva opposta — hanno dimostrato che restituire il fiume ai cittadini è possibile.
Ed è allora ancora più difficile capire perché proprio quest’ansa, già bonificata, già naturalizzata e già perfettamente vocata a verde pubblico leggero, sia rimasta ferma dentro una recinzione senza alcuna prospettiva visibile.
Via del Baiardo non ha bisogno di diventare un luna park urbano. Ha bisogno soltanto di entrare finalmente in una visione.
I nuovi parchi d’affaccio hanno dimostrato che Roma può tornare a vivere il proprio fiume senza violentarlo con cemento e trasformazioni invasive. Ed è proprio per questo che lasciare oggi chiusi quei sei ettari bonificati dopo nove anni di battaglie civili e giornalistiche sarebbe incomprensibile.
Perché il Tevere non è soltanto un confine d’acqua che attraversa Roma.
È un’infrastruttura naturale, ambientale e culturale straordinaria. E ogni volta che un suo tratto viene restituito ai cittadini, la città intera respira meglio.
Via del Baiardo potrebbe essere esattamente questo: un piccolo grande parco naturale urbano affacciato sul fiume, collegato alla ciclabile, aperto a chi cammina, pedala, osserva la natura o semplicemente cerca uno spicchio di Roma ancora capace di sorprendere.
Dopo nove anni di denunce, bonifiche e promesse, forse è arrivato il momento di decidere se quell’area debba restare un cancello chiuso oppure diventare finalmente un bene comune.
Claudio Cafasso
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Ottimo editoriale. Vorrei aggiungere anche il silenzio assordante delle Istituzioni, Municipio in primis, sullo stato di via del Baiardo. Neanche in uno scenario post-belllico si osserva una cosa simile. Sono anni che si rimpallano le responsabilità tra Comune, Municipio e Regione.
Basta, vogliamo soluzioni ai problemi!
Per fortuna che l’anno prossimo ci sono le elezioni.
Basterebbe realizzare qualche sentiero e una recinzione con un cancello per regolarne l’accesso, magari dandolo in gestione a qualche associazione che ne preservi lo stato naturale impedendo che torni ad essere una discarica.