Home TEMPO LIBERO Gli Arctic Monkeys all’Auditorium: come rinnovarsi senza tradirsi

Gli Arctic Monkeys all’Auditorium: come rinnovarsi senza tradirsi

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C’è qualcosa di terribilmente “inglese” nella musica rock inglese. Ma guarda un po’, direte. No, non è così ovvio come potrebbe sembrare. E’ qualcosa attorno a cui gli inglesi si riconoscono, un sentimento quasi sciovinista che si muove tra le pieghe di parecchia roba uscita da quelle parti nel corso degli anni.

E gli Arctic Monkeys, che dell’inglesità sono solo l’ultima incarnazione, non fanno eccezione. Adesso però la band di Alex Turner esce dai suoi confini e viene a spargere un pò di benedetta altezzosità albionica anche qui da noi con il doppio concerto in programma alla Cavea dell’Auditorium sabato 26 e domenica 27 maggio.

L’appuntamento è una tappa del loro tour a supporto dell’ultima fatica in studio “Tranquility Base Hotel & Casino”, pubblicato lo scorso 11 maggio. Titolo lasvegasiano e contenuti che “strappano” rispetto a quanto l’ensemble ci aveva abituati. Messe da parte (…in parte) le chitarre, la band adesso compone i suoi brani al pianoforte, guardando a Bowie, Beach Boys e Bee Gees, per un’impostazione più cantautoriale, più lounge-pop, quasi piano bar, che dà risalto alle parole, e la musica che funge più da accompagnamento che da centro di gravità.

Alcuni fan hanno gridato al tradimento. E in effetti la virata è netta per una band come quella degli Arctic Monkeys che aveva sbancato con le arie infuocate dei precedenti lavori ed era riuscita a darsi quel respiro internazionale che ne ha fatto una delle più amate a ogni latitudine in questi tempi di magra del rock.

Il mainstream ai tempi di Internet: lo incarnano e lo tengono in piedi loro, insieme ad altri pochi. Ed è una notizia. Sono scomparse le band di massa, dicevano. La rete ha frammentato gusti e tendenze, il rock ha perso rappresentanza, non descrive più il proprio tempo.

Tutto vero. Ma ogni tanto l’embolo impazzito arriva a scardinare certezze sedimentate. Quando nel 2006 irruppero sulla scena, gli Arctic Monkeys con l’esordio “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” eravamo in pieno post-punk revival. Ma loro c’entravano l’obiettivo più che sugli anni d’oro della new-wave, sull’afflato vintage dell’hard&heavy e del garage anni ’60. Con un occhio alla tradizione successiva, in particolar modo Jam, Stone Roses e quegli Oasis numi tutelari del quartetto proveniente da Sheffield. Inghilterra profonda, del nord, quella che ha votato la Brexit, che forse – in parte – potremmo spiegare anche ascoltando il malessere e le disillusioni espresse dal rock.

In questo senso, il canzoniere partorito negli anni da Turner è una miniera di spunti: senza risultare indigesto parla delle (e alle) persone nello stesso modo in cui nei decenni addietro lo facevano i migliori interpreti di una stagione irripetibile. E le sonorità – seppur dall’afflato retrò – attraggono, sinuose, con il loro carico di forza e freschezza.

Da quell’opera prima la strada è poi stata in discesa. Una manciata di dischi con cui le “scimmie artiche” hanno scalato gli indici di gradimento fino all’epocale “AM” del 2013 che conteneva, tra gli altri, successi come “Do I Wanna Know” e “R U Mine”.

Oggi forse Turner e soci ancora meno brucerebbero le chitarre sul palco a mo’ di Hendrix o le fracasserebbero contro gli amplificatori come novelli Nirvana, ma l’inglesità di cui sopra, ancora una volta, è salva. Arctic Monkeys: rinnovarsi senza tradirsi, che sia questa la chiave di tutto?

Valerio Di Marco

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