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Campo nomadi River, istituzioni diano segni di vita

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VignaClaraBlog.it

L’accorato appello del Comitato via Tiberina che chiede dignità e sicurezza per i residenti di via Tenuta Piccirilli, l’ordinanza sindacale di dicembre 2017 con la quale in sostanza ne viene rinviata la chiusura al prossimo 30 giugno, la recente vicenda che ha visto una cinquantina di nomadi accerchiare e far allontanare una pattuglia della Polizia Locale hanno prepotentemente riportato alla ribalta il tema del campo nomadi River.

Un campo che di fatto è diventato da regolare ad abusivo nel giro di una notte, quella del 30 settembre 2017, e in cui ancora oggi vivono le stesse persone di prima. Circa 400, delle quali poco meno della metà minori, essendosi rivelato un flop il piano di chiusura del Campidoglio in base al quale i nomadi – parecchi rom – avrebbero dovuto trovare un alloggio all’esterno aiutati dalle garanzie e dai fondi capitolini.

Aggravato dal fatto che non è più un campo regolare e controllato, oggi al River, soprattutto di notte, accedono e trovano ospitalità tutti tant’è che dopo l’episodio della pattuglia fatta rientrare in fretta e furia, oggi al Comando della Polizia Locale si sta studiando un presidio notturno. Peccato che debba essere però su base volontaria.

Sul tema, che impegna e di certo impegnerà ancora per mesi le cronache locali, riceviamo e pubblichiamo un commento di Marco Tolli, membro della segreteria PD romana e grande conoscitore della vicenda sia come residente di Prima Porta sia come ex consigliere del XV Municipio sia, infine, come ex responsabile delle periferie del PD romano.

“Comune, Municipio e Prefettura diano segni di vita”

“La lunga e complessa vicenda del River – scrive Marco Tolli – nasce nell’ambito di una serie di operazioni condotte dall’amministrazione comunale per sanare le baraccopoli abusive diffuse in città. Fu l’amministrazione Veltroni, nel 2005, a prendere la decisione di attrezzare il camping River di Via Tenuta Piccirilli per ospitare alcune famiglie rom originarie del Kosovo, della Bosnia Erzegovina e della Romania.

La struttura per  molti anni sarà fornita di servizio di guardiania e sorveglianza h24. La nascita del campo non scatenò particolari resistenze da parte della popolazione residente perché andava ad inserirsi in un contesto leggermente antropizzato.

I nuclei ex abusivi sorti lungo la Tiberina non erano mai stati completati per problemi di natura ambientale e urbanistica e ancora oggi si presentano diradati, privi di infrastrutture, servizi e qualità urbana. Queste caratteristiche hanno facilitato le scelte dell’amministrazione ma, allo stesso modo, hanno reso impossibile l’integrazione delle famiglie ospitate con il resto del tessuto sociale.

Obiettivamente – sostiene Marco Tolli – la strategia dei villaggi della solidarietà è stata in grado di risolvere solo gli aspetti emergenziali legati alla condizione della popolazione rom e sinti a Roma, ma non è stata in grado, anche per via delle dimensioni delle strutture e delle localizzazioni, di produrre altri risultati.

Nel tempo la composizione sociale del villaggio della solidarietà è cambiata. Con il piano nomadi approvato dalla giunta Alemanno sono stati previsti 13 campi (di cui 7 esistenti e 6 da realizzare). Il River era considerato il modello da seguire e grazie a rilevanti investimenti è stato ristrutturato e portato ad ospitare fino a 650 persone. Un peso eccessivo per il territorio, aggravato dal fatto che all’innalzamento della popolazione insediata non è stato corrisposto alcun potenziamento dei servizi offerti. Il servizio di ronda, ad esempio, venne cancellato.

Il calo di tensione da parte dell’amministrazione ha reso gli ultimi anni molto difficili, ma obiettivamente non si era mai giunti al paradosso di questi giorni.

Il River oggi si presenta nelle forme di un accampamento abusivo autogestito nel quale vivono ancora oltre 400 persone. Il potere pubblico si è ritirato a seguito della conclusione del rapporto economico con la cooperativa che per anni ha avuto le responsabilità di gestione e, a quanto pare, che fatichi molto a riconquistare spazio, tant’è che solo alcuni giorni fa una pattuglia di vigili urbani è stata prima accerchiata da un gruppo di occupanti e poi allontanata.

Siamo giunti a questa situazione – sostiene Marco Tolli – per il semplice fatto che l’amministrazione 5 Stelle non ha mai programmato la chiusura del River. Sono gli eventi che hanno imposto questo obbligo, poiché il bando emanato per dare continuità alle politiche di integrazione, con il quale doveva essere reperita un’area attrezzata, non ha prodotto esiti.

Le opposizioni a più riprese avevano sollevato, anche formalmente, dubbi sulla legittimità e sull’efficacia del provvedimento, ma non c’è stata nessuna iniziativa tesa a valutare come gestire l’imminente  cessazione del rapporto con la gestione e la proprietà del River e l’ineluttabile chiusura della struttura.

Così, dopo una proroga di alcuni mesi, Comune e Municipio sono stati costretti ad abbandonare il campo e soccombere al cambio di regime: da realtà problematica, ma disciplinata dal potere pubblico, il River diventa una contea autarchica. I roghi, come tutti i fenomeni di ordine pubblico che si sono verificati, non sono altro che gli effetti collaterali dell’entropia che la giunta Raggi ha generato. Ora – sottolinea Marco Tolli – siamo al punto più basso della vicenda storica del Camping River.

I cittadini, giustamente, chiedono tempi certi per la chiusura definitiva del River e che lo Stato sia presente. In tutta evidenza il controllo pubblico non può essere rappresentato da una pattuglia della polizia municipale. E’ un fatto evidente. Se la presenza delle istituzioni è incerta non si garantisce ne controllo e ne legalità, ma si espongono a rischi inulti persone che invece meriterebbero di lavorare con il sostegno e la protezione  della città.

Comune, Municipio e Prefettura – conclude Marco Tolli – hanno tutti gli strumenti per ricondurre sotto il controllo pubblico Via Tenuta Piccirilli. Nel rispetto dei diritti di tutti, diano segnali di vita”.

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