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Ponte Milvio, quartiere o vetrina? Com’era e com’è

Dopo la chiusura di Ennio Shoes, un passo indietro tra memoria e cambiamento del quartiere

movida notturna Ponte Milvio immagine di repertorio
immagine di repertorio
ArsMedica

Dopo aver raccontato la chiusura di Ennio Shoes, vale la pena fare un passo indietro. Perché per capire cosa sta diventando oggi Ponte Milvio, bisogna ricordare com’era.

La serranda che si abbassa dopo 67 anni è un segnale forte. Ma non nasce oggi. Si inserisce dentro una trasformazione che viene da lontano, fatta di passaggi piccoli, continui, spesso quasi impercettibili.

Ponte Milvio è sempre cambiato, è vero. Ma c’è una differenza che oggi si avverte più chiaramente: un tempo cambiava senza perdere sé stesso. Oggi, invece, il rischio è che perda proprio ciò che lo ha reso un quartiere.

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Non è nostalgia. È memoria

Nove anni fa, su queste pagine, avevamo provato a raccontare quasi un secolo di vita di Ponte Milvio, a partire dagli anni Venti. Rileggere oggi quelle storie fa un certo effetto.

Emergono immagini lontane ma nitide. Un quartiere fatto di relazioni, di abitudini condivise, di luoghi riconoscibili. La piazza con il mercato, le bancarelle, le persone che si fermavano a parlare; le giornate che iniziavano presto e finivano senza fretta; i negozi che erano prima di tutto luoghi di incontro.

Poi il racconto si allarga. Arrivano gli anni della partecipazione, della vita pubblica, dei comizi. Ponte Milvio non era solo un posto dove vivere, ma un luogo da abitare davvero, nel senso più pieno del termine.

Ponte Milvio com’era: tre racconti da rileggere oggi

C’è un filo che lega la chiusura di Ennio Shoes a una storia molto più lunga.
Quando ricostruimmo un secolo di vita del quartiere lo facemmo non con date e cronologie, ma con immagini, ricordi, piccoli frammenti.

Ne esce un Ponte Milvio che oggi sembra lontanissimo: la piazza con il mercato, le bancarelle, le persone che si fermavano a parlare; i negozi di fiducia, le saracinesche alzate ogni mattina sempre alla stessa ora; una quotidianità fatta di gesti semplici e riconoscibili.

Poi gli anni Sessanta, quando il quartiere diventava anche spazio pubblico: i comizi, la partecipazione, la sensazione che tutto passasse da lì.

Tre racconti diversi, ma con la stessa anima. Chi li ha vissuti li riconoscerà. Chi non li ha vissuti, forse capirà meglio cosa è cambiato.

Storie e ricordi di Ponte Milvio che fu
www.vignaclarablog.it/2017021568029/storie-ricordi-ponte-milvio-che-fu/

La piazza, il mercato, la vita quotidiana
www.vignaclarablog.it/2017022768401/storie-ricordi-ponte-milvio-che-fu-parte-seconda/

Gli anni Sessanta e successivi, la vita pubblica del quartiere
www.vignaclarablog.it/2017030168993/storie-e-ricordi-di-ponte-milvio-che-fu-parte-terza/

Tre fotografie diverse, unite da un filo comune: Ponte Milvio era un quartiere. Ma oggi questa parola — quartiere — rischia di diventare quasi fuori posto. Non perché Ponte Milvio non lo sia più, ma perché sta cambiando il modo in cui viene vissuto.

Negli anni, il tessuto commerciale di prossimità si è progressivamente svuotato. I negozi di fiducia hanno chiuso, gli artigiani sono scomparsi, i servizi si sono ridotti. Al loro posto sono arrivati locali, ristoranti, cocktail bar. Una trasformazione evidente, sotto gli occhi di tutti.

Non è una condanna. Sarebbe troppo semplice ridurre tutto a uno scontro tra “ieri” e “oggi”. Ma è una domanda, quella sì, difficile da evitare: può un quartiere reggersi solo sulla sera?

Ieri e oggi. Ma quale domani?

La chiusura di Ennio Shoes riporta questa domanda al centro. Non perché sia un caso isolato, ma perché si inserisce in una storia più lunga, fatta di piccoli pezzi che, uno dopo l’altro, sono venuti meno.

E allora forse vale la pena fermarsi un attimo. Non per rimpiangere, ma per capire. Perché senza memoria, ogni cambiamento sembra inevitabile. Con la memoria, invece, diventa almeno discutibile.

E forse il punto è proprio questo. Un quartiere non scompare all’improvviso. Non c’è un giorno preciso in cui smette di esserlo. Cambia lentamente, quasi senza accorgersene. Una serranda che non si rialza più. Un’insegna che sparisce. Un negozio che diventa altro. Finché, a un certo punto, ti guardi intorno e fai fatica a riconoscerlo.

E allora la domanda non è più cosa sta cambiando. La domanda è se, in questo cambiamento, stiamo perdendo qualcosa che non si può più recuperare.
E soprattutto se ce ne stiamo accorgendo in tempo.

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7 COMMENTI

  1. Il punto dovrebbe essere un altro: perché aprono solo esercizi di somministrazione?
    Gli esercizi commerciali dovrebbero seguire la curva della domanda e dell’offerta. Non c’è più domanda? O l’offerta è drogata da altri fattori?

  2. pur condividendo il dispiacere per la chiusura di Ennio shoes, cercherei di evitare il rischio di elegie del passato: ricordo perfettamente che quando frequentavo il liceo e ai primi anni di università, prima che crescesse la moda degli aperitivi e il conseguente proliferare di locali, la sera Ponte Milvio non era poi un posto così raccomandabile. Ricordo perfettamente di aver incontrato la sera persone ai margini della società, come anche in quello che una volta era il Cafè Noir di aver parlato con i dipendenti giovanissimi che molte sere erano preoccupati per la presenza di ubriachi.
    Senza contare che immagino gli stessi affitti delle mura siano aumentati in modo considerevole e questo ha probabilmente contribuito al cambio di destinazione di molti locali, da negozi a caffè, bar, ristoranti, etc.
    Oggi imperversa l’acquisto on line o i centri commerciali, questo è.

    • Il quartiere non è mai stato “raccomandabile”. Era un quartiere popolare, con i problemi che hanno avuto i quartieri popolari negli anni ’70 e ’80: droga (quante facce conosciute non ci sono più per la droga, sia da consumatori, sia fatti fuori per questioni di droga…), scippi (mia madre due volte, ma tanti altri), rapine (farmacie, edicole, …), racket (la bomba che 35-40 anni fa distrusse la cartoleria accanto al panificio/forno di Via della Farnesina), scommesse clandestine (dietro alle sale biliardo, il famigerato “picchetto”, prima che diventassimo un popolo di scommettitori), …
      Oggi la droga probabilmente è passata dall’endovena al naso, i problemi sono cambiati, sono arrivati più soldi, i commercianti che avevano casa e bottega hanno chiuso e i nuovi arrivano da fuori al mattino e tornano lontano la sera, quando non aprono solo la sera, come fanno buona parte dei nuovi esercizi commerciali aperti, lasciando un deserto di serrande chiuse durante il giorno. In compenso se ti serve una lampadina ne hai di strada da fare…

  3. Aprono tutti locali con teste di legno che li gestiscono. Dal giovedì al sabato notte ci sono ragazzi dai 14 ai 22 anni in giro fino alle 3 di notte perché i locali vendono alcool a 5 euro a bicchiere. Sono tutti ragazzi che vengono da paesi fuori Roma nord, una volta ci veniva il fighetto, ora il fighetto va in altri posti. Parcheggio selvaggio, parcheggio davanti ai passo carrabili, discoteche autorizzate che fanno musica fino alle 3 di notte in mezzo ad abitazioni. La colpa di tutto questo la do alla circoscrizione che ha concesso questi permessi a queste persone ed hanno cambiato un quartiere che era perfetto fino al 2015.

  4. Il nostro qiartiere e’ abbandonato dal Comune di Roma. Lo puliscono solo.dope le partite. Auto fisse in doppia fila (dove c’e’ il divieto di parcheggio) da 20 anni davanti alla chiesa della piazza, dove c’e’ la strettoia. Mai una multa. Mai.
    Ragazzi ubriachi in piazza senza controlli ai locali.
    Durante le partite i residenri sono costretti a non uscire. Bloccano tutto anche per i residenri. Follia.
    Io come tanti vendero’ e me ne andro’.

  5. Senza contare i dehor dei vari locali di via Flaminia che hanno limitato la possibilitá di parcheggio dei residenti.

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