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Storie e ricordi di Ponte Milvio che fu. Parte seconda

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Storie e ricordi di Ponte Milvio che fu, continua il nostro viaggio a ritroso nel tempo.

Dopo aver raccontato, grazie alla memoria di Valeria, vivacissima novantenne, come si viveva a Ponte Milvio fra gli anni 30 e i 60, questa volta siamo andati alla ricerca di ricordi in bianco e nero di quando la piazza si animava fin dalle prime luci dell’alba…

Quando il mercato era sulla piazza

Ancora oggi nella memoria dei residenti il mercato è parte fondamentale della storia di Ponte Milvio avendone caratterizzato la quotidianità per decenni. Attualmente relegato nella grande struttura di cemento in via Riano, la sua storia lo vede nascere su strada, o meglio, su Piazza.

Già dai primi decenni del secolo scorso, i banchi si distribuivano partendo dall’angolo con via della Farnesina fino al Largo Maresciallo Diaz lungo l’ampio marciapiede che ne ospitava a decine.

Ogni giorno, dall’alba fino al primo pomeriggio, era tutto un risuonare di voci e di colori.

I banchi

Dalle prime luci dell’alba iniziavano ad arrivare i carretti, venivano aperti gli ombrelloni e i cavalletti, utilizzati per sorreggere le grandi tavole di legno su cui sarebbe stata esposta la merce. Verso le 14 i banchisti iniziavano poi a smontare il tutto.

I principali magazzini per la rimessa dei mezzi a quei tempi erano ubicati all’inizio di via Prati della Farnesina, nel cortile dietro la Farmacia Spadazzi e al di là del Ponte.

Erano dunque tutti banchi mobili. Solo nel 1951 ne vennero installati tre fissi, erano dell’Ente Comunale al Consumo, fallito poi nel 1989. Questi tre, a differenza degli altri, erano di lamiera; furono visti all’epoca come veri e propri negozi e negli stessi vi presero posto “il pizzacarolo” Remo Felicetti, il macellaio “Sor” Giovanni e la vendita di baccalà di Ada.

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Diviso in tre parti

Lungo l’ampio marciapiede che si snoda da un capo all’altro della piazza, il mercato si divideva in tre parti principali. La prima è quella che partiva dall’angolo con Largo Maresciallo Diaz.

Qui si poteva trovare Alberto che non aveva banco fisso ed aveva quello che veniva detto “la sosta” ma tra le soste era il più gettonato fra le clienti del mercato grazie alla grande varietà di magliette, biancheria per la casa, stoffe e vestagliette.

Procedendo si incrociavano poi i “vignaroli”, tra cui Rosetta, chiamati così perchè anzichè passare per i mercati generali vendevano i prodotti delle proprie terre coltivate con le loro mani.
Sullo stesso lato si trovava il banco della frutta, gestito da Iolanda.

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La seconda parte del mercato era quella che si estendeva da via Prati della Farnesina fino alla farmacia. Qui si potevano acquistare le verdure di Giovanni e di Adriana e la frutta di Natalino e della moglie, soprannominata “la veneziana” per il suo spiccato accento veneto. Poi c’era il banco del baccalà, seguito da quello delle sorelle Pina ed Angelina e da quello di Cecilia e le sue erbe.

Infine, la piccola postazione (un banchetto, una seggiola e niente più) di una donna di origini partenopee soprannominata “l’aliciara” che non veniva tutti i giorni ma che quando si presentava era gran festa per tutti i ghiotti di alici sotto sale: le sue erano proprio superbe.

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Dalla sua postazione partiva quella che potrebbe essere definita la “zona mare” con i “pesciaroli” come Liana, Michele che vendeva le cozze fresche, Otello e la “sora” Assunta.

Ma ve ne erano altri ancora di banchi, come quello di Mimma, di Desdemona che vendeva le banane, Edoardo, Isolina, Caciola e Antonietta.

Nomi che ad oggi pochi riescono a collegare a un volto, ma che negli anni Quaranta e Cinquanta tutti ben conoscevano. Di supermercati ancora non si parlava e quindi per metter insieme il pranzo con la cena solo da loro si poteva andare.

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La terza parte del mercato era quella che partiva all’altezza del negozio Sementi, che tutt’oggi è ancora lì, fino al nasone poco dopo l’Antica Osteria Pallotta.

I banchi si distribuivano su due file e qui si incontravano il macellaio Zingarini e Mario Cola; Alvaro, che vendeva casalinghi e dove si poteva comprare un giocattolo per 100 lire; i banchi dei vestiti di Anna e Ombretta e infine quelli degli “abbacchiari” e “pollaroli” e delle uova.

La vita nel mercato

L’atmosfera chiassosa era quella tipica di ogni mercato rionale con i venditori che attiravano l’attenzione urlando a gran voce e inventando strofe e battute divertenti per attirare l’attenzione dei clienti.

Ma il mercato di Ponte Milvio aveva qualcosa in più: un clima amichevole e confidenziale, un sottofondo di chiacchiericcio, un ritrovarsi ogni giorno come se fosse il primo, lo scorazzare dei bambini tra i banchi nella speranza di rimediare qualcosa da sgranocchiare…

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Ogni mattina casalinghe provenienti dall’intera zona adiacente piazza Ponte Milvio vi si recavano a fare la spesa. Quello con il mercato era un appuntamento fisso per molte donne dell’epoca, ancora relegate all’unico compito di occuparsi della casa, dei figli e a mettere in tavola il pranzo e la cena.

Quell’oretta dedicata ogni giorno alla spesa costituiva quindi un’occasione di svago e di chiacchiere, spesso anche l’unica della giornata.

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Non solo chiacchiere, anche solidarietà. Quando, a partire dalle 14, si iniziava a smontare i banchi, a chiudere gli ombrelloni e a caricare carretti e camioncini, ecco arrivare al mercato le persone più indigenti alla ricerca di prodotti avanzati che venivano venduti a prezzi stracciati e, molto spesso, proprio regalati.

Ciò che restava solitamente sui banchi difficilmente poteva essere rivenduto il giorno dopo. Così il mercato diventava un punto in cui chi si trovava in difficoltà economica riceveva carità e solidarietà.

La vita del mercato

Non solo adulti dietro i banchi ma anche giovani apprendisti. I figli dei banchisti fin dalla tenera età accompagnavano infatti i loro genitori per imparare il mestiere aiutando come potevano. Poi magari crollavano, e stanchi e assonnati per la levataccia non era raro vederli addormentati sui grandi sacchi di farina o sulle panche.

Ma il giorno dopo erano di nuovo lì con i genitori, perchè l’arte del mercato era un qualcosa che veniva tramandato di generazione in generazione.

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Ancora oggi, nella struttura di via Riano, è possibile incontrare tra i diversi esercizi qualcuno che racconta di come il proprio banco sia testimone di storie e di generazioni di famiglia.

Era una vita dura per chi lavorava nel mercato. In inverno soprattutto, quando la tramontana spazzava la piazza e quando le mani erano sempre gonfie e rosse a causa dell’acqua fredda utilizzata per lavare frutta e verdura.

Per proteggersi ci si vestiva “a cipolla” con diversi strati di maglioni che se da un lato proteggevano dalle rigide temperature dall’altro rendevano difficoltoso qualsiasi movimento.

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Ma anche con l’arrivo della bella stagione la fatica e i sacrifici non diminuivano: il mercato era bagnato dal sole e anche nelle ore più calde i ritmi di lavoro restavano alti. Nonostante ciò, il sorriso e la disponibilità dei commercianti non venivano meno.

Il primo trasferimento

Con il tempo il mercato ha subito diversi cambiamenti: a partire dagli anni Settanta, la gestione di molti banchi è passata di padre in figlio e i camioncini sostituiscono del tutto i carretti tirati a mano.

Con l’avvento degli anni Ottanta, precisamente nel 1982, il Comune decide che la piazza deve essere liberata e i banchi vengono trasferiti sul lungo marciapiede che divide in due viale Tor di Quinto.

Questo primo trasferimento non causò molti problemi ai commercianti e agli acquirenti, l’atmosfera e il carattere del mercato si mantennero intatti.

mercato-tor-di-quintoA soffrirne fu però il traffico perchè le auto dei clienti andarono ad intasare la complanare interna. Il sabato mattina si generava il caos, con mariti in doppia fila e mogli a fare la spesa. A soffrine fu anche l’aspetto igienico, l’AMA  aveva più difficoltà di prima a tenere pulita l’area.

Da mercato a cielo aperto a mercato al chiuso

Nel 2008 arriva un secondo trasferimento. Dopo quattro anni di lavori, il 7 maggio 2008 viene inaugurato e aperto al pubblico il nuovo mercato di Ponte Milvio in via Riano, un’opera realizzata in project financing per una spesa di 18 milioni di euro.

Strutturato su tre livelli, al piano terra trovano posto il centinaio di banchi del vecchio mercato mentre al secondo e al terzo circa 45 negozi con brand di prestigio, bar e baby-parking.

nuovo-mercato-ponte-milvioMa non è tutto rose e fiori e i problemi non impiegano poco tempo ad emergere.

Oltre alla perdita del carattere tipico, che vuole il “mercato in strada”, i venditori, come anche i clienti, subito dopo l’entusiasmo iniziale manifestano diverse perplessità.

A cominciare dal parcheggio interrato che, stando al progetto, doveva essere gratuito per la clientela con una capienza di 180 posti. Invece i posti erano 150 e il costo era di due euro l’ora ridotto poi a un euro ma ben sei mesi dopo.

Per non parlare del trasporto pubblico: solo a maggio 2009 l’Atac si decide a far transitare il 188 per via Riano. Per finire col parcheggio esterno, realizzato al posto del vecchio mercato e aperto ad agosto 2009, ben  quindici mesi dopo.

Ma il mercato continua a non decollare e due anni dopo già si tocca con mano l’inizio della crisi nell’intera struttura commerciale. A metà 2010, al piano terra un box su cinque è stato chiuso mentre nei livelli superiori i quaranta negozi hanno abbassato la saracinesca per sempre.

E non sarà nemmeno, il 27 ottobre 2011, l’arrivo di Trony e l’istituzione del doppio senso di marcia in via Riano a risollevare le sorti della struttura.

I banchi continuano a chiudere, computer e televisori del piano superiore non incrementano affatto il numero delle persone che vanno ad acquistare frutta e verdura.

E nel novembre 2013, i quaranta banchisti rimasti vanno in piazza per protestare a gran voce contro la crisi inesorabile della struttura.

protesta-ponte-milvioLo fanno in modo plateale, vicino alla Torretta Valadier, distribuendo gratuitamente ben due camion di verdura: circa ottocento kg di carciofi, insalata e bieta vengono regalati ai passanti da chi sta vedendo andare in fumo giorno dopo giorno l’attività commerciale di famiglia, magari ereditata dai padri o dai nonni, al chiuso di quell’anonimo palazzone rosso.

La crisi attuale

Ben poco è stato fatto da allora ad oggi per quei pochi operatori rimasti le cui aspettative, quando entrarono nella struttura, erano ben diverse, convinti che avrebbero vissuto una nuova economia rispetto a quel grande marciapiede di viale Tor di Quinto.

E invece oggi si trovano in una trappola, in uno scatolone di cemento nel quale ogni volta si gira a vuoto nel tentativo di ritrovare il proprio venditore di fiducia. Sempre che poi lo si trovi ancora aperto.

Ma loro resistono e tengono duro, per alcuni quel banco non è solo un’attività commerciale, è la storia della loro famiglia.

Grazie

Le memorie della tradizione, dei banchi all’aperto, degli odori e dei colori di piazza Ponte Milvio restano comunque un ricordo indelebile nella memoria dei residenti over 80 e dei loro figli ai quali va il nostro ringraziamento per aver contribuito con i loro ricordi e le loro fotografie alla stesura di questo articolo.

Francesca Romana Papi

© riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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8 COMMENTI

  1. Io sono la figlia di Michele ed corsi caro e posso dire che la vita del mercato dove tutti ci conoscevamo è la più bella che c’è anche se faticosa ed è vero che si tramandava da figlio in figlio ed è vero che da quando spostarono il mercato finì e poi non parliamo dei supermercati che hanno rovinato molte famiglie

  2. Credo che sia necessario fare qualcosa per dare slancio al mercato di Ponte Milvio. Una petizione popolare rivolta alla circoscrizione, l’impegno di noi cittadini a fare la spesa tra i banchi piuttosto che al supermercato … non si può abbandonare il mercato, sarebbe una grave perdita non solo per gli operatori, ma per tutto il quartiere

  3. tanta nostalgia per il mercato all’aperto di via Tor di Quinto. Il mercato coperto non è la stessa cosa, anzi non invita

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