
Ci torna alla memoria “Que c’est triste Venice”. La situazione non è ancora così grave come la cantava l’indimenticabile Charles Aznavour ma certo è che piazza Jacini senza negozi aperti, senza via vai, senza vetrine accese, triste lo è abbastanza. E corre il rischio di diventarlo ancora di più.
Posta al centro del quartiere Vigna Clara, è stata la prima piazza di Roma a disporre di un centro commerciale a più piani con i negozi affacciati su luminose balconate. Un’opera importante sorta a fine anni ’50 a contorno al primo complesso residenziale, conosciuto con il nome “Stellari”, che negli stessi anni la Società Generale Immobiliare costruì anticipando i canoni dell’edilizia moderna.
Il suo nome la piazza lo deve a una delibera del Consiglio Comunale del 2 dicembre 1954 – il sindaco allora era Salvatore Rebecchini – che volle dedicarla al politico ed economista italiano Stefano Jacini, vissuto tra il 1826 e il 1891.
Salotto di Vigna Clara
Piazza Jacini è stata sempre il “salotto” del quartiere. Bei negozi, bei locali, un giardino con tanti pini, un cinema multisale e il suo centro commerciale a più piani che fino a pochi anni fa ospitava una trentina di attività commerciali e un numerosi professionisti con i loro relativi studi, creando un indotto vivace e multifunzionale.
Insomma, una bella nicchia di quartiere che ai tempi del sindaco Alemanno – siamo intorno al 2010 – fu inserita pure nel ‘Piano Pup’ capitolino con un progetto di sventramento per realizzarvi un parcheggio interrato; lavori che sarebbero dovuti durare tre anni ma che furono sventati dalla forte opposizione di residenti e commercianti.
Tornando a tempi più recenti, il salotto non più salotto denuncia un certo declino. Negozi chiusi, serrande calate, poche auto in circolazione, due-tre persone al bar e qualche residente a spasso col cane cercando, come Diogene col lumicino, un’area cani promessa, annunciata dal Comune il 14 maggio del 2021 e mai realizzata.
Restringendo lo zoom sulle attività commerciali notiamo che a resistere sono poche. Al piano superiore del centro commerciale un parrucchiere, una lavanderia, una stireria. Al piano terra il ristorante, il bar, un supermercato, un abbigliamento.
La video-denuncia
Senza negozi aperti, senza via vai, senza le vetrine accese di sera la piazza è triste, non è più la stessa.
A denunciarlo è Roberto Zaccaria, giornalista, ex presidente della Rai ed ex parlamentare, residente e presidente dell’associazione “perJacini” (sorta pochi anni fa a tutela della piazza) che sui social ha pubblicato dei video in cui la moglie, l’attrice e scrittrice Monica Guerritore, mostra la situazione.
In un video girato sul ballatoio del primo piano l’attrice fa vedere locali chiusi e altri con le vetrine oscurate dicendo di quelle: “il locale sembra vuoto, ma dentro ci sono lavoranti e nulla trapela all’esterno di ciò che vi si svolge”.
Nell’altro video, girato invece al piano terra, vengono mostrate tutte le serrande serrate dietro le quali, suppone Guerritore, si celerebbe un deposito. Insomma, pare che la piazza abbia detto addio alla sua vocazione, al commercio di vicinato, quello che tiene vivo il tessuto sociale di un territorio.
l’articolo continua dopo il video
La fase della conoscenza e quella dell’interpello
“Questo è un centro commerciale storico, non possiamo permettere che chiudano le attività commerciali”. Esordisce così Roberto Zaccaria nell’incontro che abbiamo avuto per farci spiegare cosa sta accadendo alla piazza.
“Sta accadendo – ci dice – che la chiusura dei negozi, le serrande serrate stiano facendo calare su questo spicchio di Vigna Clara, luogo dove tutti si conoscono, dove ci s’incontra senza darsi appuntamento, dove c’è una fortissima possibilità di coesione e di amicizia, un velo di tristezza che non intendiamo accettare”.
“Ecco perché con l’associazione “PerJacini” di cui sono presidente abbiamo deciso di reagire. Siamo entrati in quella che io chiamo ‘la fase della conoscenza’. Con l’aiuto di due soci, esperti avvocati amministrativisti, vogliamo capire cosa (o chi) c’è dietro la chiusura di tutti questi negozi, quale sia la loro situazione catastale, quale quella amministrativa. Per esempio, può un locale con destinazione d’uso a negozio essere usato solo come magazzino? Perché è questo che temiamo accada dietro queste serrande serrate”.
E quindi? “Se tutto risulterà regolare pazienza. Ma se non lo fosse passeremo alla ‘fase dell’interpello’. Porteremo la situazione all’attenzione delle istituzioni. Interpelleremo Municipio, Comune, Sovrintendenza per farli intervenire. Insomma, con le mani in mano non ci stiamo, queste serrande vorremmo proprio riportarle su”.
E nel frattempo? “Nel frattempo, l’associazione si dà da fare per ravvivare comunque la piazza. Da anni, dopo averlo riqualificato e sistemato, curiamo il giardino, le panchine, le aiuole. Inoltre, facciamo tre eventi l’anno aperti a tutti.
Il prossimo sarà a metà giugno, una festa di inizio estate alla quale chiunque potrà intervenire e se faremo in tempo quella sarà l’occasione per raccontare pubblicamente quanto appreso nella fase della conoscenza e l’eventuale passaggio alla successiva”.
Mano tesa dal Municipio XV
“Siamo consapevoli di quanto sta accadendo a piazza Jacini e ne siamo dispiaciuti” ci dichiara Tommaso Martelli, assessore al Commercio del XV al quale abbiamo riferito il nostro colloquio con Roberto Zaccaria.
“Ne siamo consapevoli, ma è anche vero che in regime di libero mercato, se le “carte” sono a posto non possiamo sindacare o ostacolare l’operato di imprenditori privati. Ma se non lo fossero allora è altra musica. Ecco perché guardo con attenzione ai prossimi passi dell’associazione e approfitto delle vostre pagine per invitarli a relazionarsi con me”.
Ma intanto, come Municipio, qualcosa potete fare per ridare vitalità alla piazza?
“Certo. Potremmo ipotizzare degli eventi in collaborazione, penso per esempio a una giornata di prodotti a km zero, a incontri culturali. Basta avere buone idee e progettualità, cose che non mancano in seno all’associazione PerJacini. E se me ne vengono a parlare sarò disponibilissimo a prenderle in esame. L’ascolto dei cittadini e la collaborazione con le associazioni sono mie priorità come amministratore pubblico”.
Claudio Cafasso
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Non mi pare così importante visto che tanti negozi chiudono oggi e non solo a piazza Jacini perché la crisi che stiamo attraversando per colpa di Amazon e & porterà la chiusura del 70% delle attività commerciali
Pensiamo a Ponte Flaminio verso Corso Francia é uno schifo. Nessuno famoso se ne è accorto ? Senza luci e l’erba che cresce in mezzo alle statue ! Possibile che non si muove nessuno ???
Vedo, egregio sig. Jobert, che lei ha compreso proprio in pieno il senso di questo articolo, me ne compiaccio. Senso di comunità saltami addosso. Stia bene.
Che tristezza! Sono qui dal 1961… avevo 14 anni! Ci davamo appuntamento, noi ragazzini di Vigna Clara, in piazza e dai piani superiori sputavamo in testa a coloro che passeggiavano sotto! Era il nostro passatempo preferito! Quanto ridevamo! La piazza era già viva e felice! Peccato vederla, oggi, triste!
Niente niente non ci viene più nessuno proprio perchè sputavate in testa alla gente? Si scherza eh, però che schifo 😀
Una possibile spiegazione è già nell’articolo: la mancanza di parcheggi. Quelli non previsti in fase di progetto (capisco che all’epoca si badasse più “ad altro”), e quelli rifiutati con il piano PUP.
Caro Sor Chisciitte, a parte il fatto che si spera che le tante persone che vivono nel quartiere non prendano l’auto pee arrivare a Piazza Jacini, la informo che se avesseeo realjzzadto il parcheggio sotterraneo sarebbero stati ridotti i parcheggi in superficie, cioè quelli destinati alla rotazione..
Si può dire che piazza Jacini è piuttosto affollata da molte auto in sosta ed altrettante in divieto di sosta? Molte di queste avrebbero potuto usare i posti del PUP, riducendo la sosta su strada… il sistema ha funzionato in molte parti di Roma e non si vede quali siano le caratteristiche “genetiche” per cui non avrebbe funzionato in questo caso.
È poi vero che ci sarebbe un buon numero di abitanti nelle vicinanze che possono benissimo “camminare”… eppure non lo fanno… ma allora non sarà un problema di gestione degli spazi commerciali? Io stesso, pochi anni fa, interessato ad un locale (molto piccolo e poco visibile) mi sono sentito chiedere un canone talmente alto che me lo sono dovuto far ripetere due volte, temendo di non aver ben capito.
Che sia un problema di gestione degli spazi commerciali è una certezza.
I canoni richiesti sono talmente alti che nel quartiere in generale stanno chiudendo una attività dietro l’altra e i negozi rimangono non affittati per mesi se non per anni.
Negli ultimi tempi almeno 2 anni prima di trovare un nuovo affittuario, che generalmente rimane massimo 3-4 anni e poi chiude perché evidentemente non ce la fa a generare ricavi così ingenti da potersi permettere determinati costi di gestione.
Già diversi anni fa a un noto negozio di generi alimentari del quartiere, al rinnovo del contratto, vennero chiesti 15.000 euro al mese (!). Quanto devi incassare per poter pagare una cifra del genere (ovvero partire da -15.000 euro tutti i mesi, utenze e spese di gestione escluse)? Il negozio rimase sfitto per diversi anni.
Nel quartiere ora ce ne sono almeno una decina di negozi sfitti, la maggior parte da più di un anno. Se vendi al dettaglio quanto devi vendere solo per pagare l’affitto se poi almeno il 50% del fatturato lordo se ne va in tasse?
Da non dimenticare anche le tasse per i proprietari: dei richiesti 15.000 almeno una decina se ne vanno per tasse, IMU e tanti altri balzelli.
E’ quindi un circolo vizioso.
La stessa situazione di Vigna Clara coinvolge il Fleming e Ponte Milvio.
Il colpo finale verrà con le strisce blu: chi si avvicinava per una colazione, un gelato, gli acquisti, o anche soltanto per Windows shopping (poi alla fine l’acquisto ci scappava sempre) si dirigerà altrove.
A proposito di eventi , oggi nella piazza, alle ore 18, il Municipio apporra’ nel giardino una targa in memoria di Ada Rossi, come deliberato tempo fa. Vedi la notizia pubblicata su Vigna Clara Bog.
Credo che il proprietario abbia la possibilità di usarlo l’attivatà commerciale come meglio credo. Visto I costi, e se permesso dalla legge, non vedo il problema ad usare questi negozi come magazzini ?
Sinteticamente solo una risposta e un paio di considerazioni.
La risposta.
Negozi e magazzini/depositi appartengono alla stessa categoria catastale, “c” cioè “commerciale”.
Lo spostamento da c1 (negozio) a c2 (magazzino/deposito), quindi all’interno della stessa categoria funzionale, non comporta oneri di urbanizzazione, poiché non vi è aumento di carico urbanistico.
Sempre che risulti corretta l’ipotesi che quei locali sono o saranno utilizzati come magazzino/deposito.
Prima considerazione.
Quanto avviene a Piazza Jacini testimonia l’ennesimo caso di un processo, mai contrastato da nessuna delle splendide amministrazioni di questa povera città, che ha irrimediabilmente trasformato il Centro Storico di Roma e sta progressivamente uccidendo l’intera Città Storica.
E’ il (cosiddetto) “libero mercato”, bellezza. E tu non ci puoi fare niente! Niente!
Sull’applicazione di questa famosa frase al caso specifico, magari qualche dubbio lo avanzerei……se esiste ancora quello strano strumento per il governo urbanistico delle città e dei territori…..mi pare trattarsi di “pianificazione” o qualcosa del genere……
E invece no, si lascia che si sviluppi questo perverso meccanismo e gli affitti dei locali crescono liberamente a dismisura.
Le attività normali non possono sostenere carichi del genere, si fanno sotto quelli che i soldi li hanno e non interessa a nessuno verificarne le lontane provenienze – ahimè – in alcuni casi un pò opache.
Si innesta, a questo punto, una ben nota trasformazione – per esempio con il dilagare omologante del food&beverage – che richiama un determinato pubblico rappresentativo di una determinata domanda (anche se inconsapevolmente, tanto questa domanda è eterodiretta).
Sul punto viene da rivolgere ai cittadini di Piazza Jacini la domanda fatale: preferite la tristezza di Piazza Jacini o volete rischiare di diventare come Ponte Milvio? Non illudetevi che ci siano troppe altre alternative.
La seconda considerazione.
Probabilmente è troppo sintetizzata la risposta dell’Assessore Martelli ed io cado nell’equivoco..
Infatti, mi lascia perplesso e basito la sua affermazione (è virgolettata, quindi è sicuramente sua) quando, dopo essersi detto “consapevole di quanto sta accadendo a Piazza Jacini”, aggiunge che “guarda con attenzione ai prossimi passi dell’associazione”.
Caspita, ma non è lui l’Assessore competente e come tale non dovrebbe lui farsi parte diligente senza aspettare che cittadini di buona volontà faticosamente tentino di ricostruire fatti e circostanze?
Non sono allo stesso piano dell’Assessorato, o uno sotto o uno sopra, gli Uffici Tecnici del Municipio XV di via Flaminia?
E laddove alcune competenze siano di diretto carico dello stesso Comune, sono sempre i cittadini di buona volontà a doversi incamminare sulla solita via crucis, o potrebbe far prima un Assessore competente, magari semplicemente alzando la cornetta del telefono?
Non capisco e continuo a non volermi adeguare.
Paolo Salonia
Portavoce del Comitato Abitare Ponte Milvio
“Ask not what your country can do for you.
Ask what you can do for your country”
Eleggere una amministrazione non da ad essa una bacchetta magica, specialmente laddove non ha poteri di intervento.
La pianificazione ha già fallito, a tutti i livelli, nazionale come locale.
Mi sembra evidente che nel quartiere non ci sono (più) determinati bisogni che il mercato può soddisfare, altrimenti avremmo negozi diversificati aperti a frotte. Se il mercato chiede solo servizi di ristorazione, quelli abbiamo. Chi porta più i coltelli dall’arrotino, chi va più in merceria, chi va più a comprare il vino dal vinaio, chi va più dal casalinghi ad acquistare un elettrodomestico o dal ferramenta o persino in cartoleria?
Solo per i negozi che c’erano a memoria 30+ anni fa e sono stati sostituiti da negozi di abbigliamento o di somministrazione.
Provo a ri-sistemare i fattori del problema, volando basso basso senza appoggiarmi a JFK.
La pianificazione ha fallito, certamente, ma non per colpa del destino cinico e amaro.
Forse qualche responsabilità politica esiste e non ci vuole la bacchetta magica per scoprirlo.
Basterebbe andare a rileggere le cronache (anche giudiziarie) degli ultime trent’anni (per restare vicini e non allontanarci troppo).
E’ nato prima l’uovo o prima la gallina?
Sono i determinati bisogni a essere spariti e i negozi, di conseguenza e loro malgrado, hanno dovuto chiudere?
O il mercato, per esempio con la crescita incontrollata ed esponenziale degli affitti – anche per mancanza di governo del fenomeno – ha imposto determinati modelli di sviluppo ai quali i bisogni (ripeto, fortemente eterodiretti) si sono dovuti adeguare, questi si, loro malgrado?
Propenderei per questa seconda ipotesi.
E non nascondo di guardare con una certa maligna soddisfazione l’opera instancabile della nemesi storica: prima i negozi che spariscono fagocitati dall’invadenza dei centri commerciali, supermercati e affini, ora tutti questi ultimi in difficoltà crescente per il successo di Amazon e altri sistemi di vendita online. Questi, a loro volta, che saranno con il respiro corto quanto usciranno altre diavolerie grazie alla IA……e la storia infinita andrà avanti così fino a quando i cittadini del mondo non si accorgeranno di essere stanchi di essere considerati soltanto sudditi consumatori……
Su questo scenario, derivante dallo stesso modello, comodo comodo ben si sistema l’omologazione di una offerta “al dettaglio” monotipo (food&beverage) che eterodetermina una altrettanto omologata domanda.
A questo punto della storia, proprio a voler chiudere il cerchio riprendendo il discorso iniziale sulla pianificazione e le responsabilità politiche, si pone la domanda curiosa: chi concede le licenze per l’apertura di questi locali food&beverage, uno attaccato all’altro senza soluzione di continuità?
Ai posteri l’ardua sentenza (così mi sono aggiudicato una citazione anche io).
Paolo Salonia
Portavoce del Comitato Abitare Ponte Milvio