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A colloquio con don Andrea Manto, neo parroco di Santa Chiara

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Galvanica Bruni

Come sanno tutti i parrocchiani della chiesa di Santa Chiara, con il passaggio dal 2022 al 2023, Don Giuseppe è andato in pensione e a guidare la parrocchia di Vigna Clara è arrivato Don Andrea Manto.

Nato a Napoli nel ’67, ha un curriculum di rilievo. Studi classici, laurea in Medicina, specializzazione in Geriatria, si è avvicinato alla vita sacerdotale in età adulta. Ordinato sacerdote da Giovanni Paolo II nel 2001, è stato Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Sanità della CEI e dal 2005 è docente della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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Quando è stato nominato Parroco di Santa Chiara era preside di facoltà. Ha diversi incarichi importanti che hanno a che fare con il suo essere anche medico, tra cui quello nel Comitato Etico Nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità.

Per conoscerlo meglio e per farlo conoscere ai lettori di VignaClaraBlog.it gli abbiamo chiesto questa intervista.

Camminare insieme

Don Andrea inizia dicendoci che il sacerdote è un dono che Dio fa all’umanità. È Dio che sceglie un uomo come tutti, con i suoi talenti ma anche con le sue fragilità e le sue debolezze; lo chiama, lo consacra e lo invia a tutti gli uomini e le donne che mette sulla sua strada perché si preoccupi di aiutarli a cercare le cose di Dio, le cose che stanno a cuore a Dio.

Il parroco è per la sua comunità il principale riferimento per la sua crescita spirituale, colui che è chiamato a convocarla e a raccoglierla, a prendersene cura e a custodirla, a sostenerla e a stimolarla perché sempre più e meglio possa conoscere, amare e servire il Signore.

E come si tradurrà questo nel suo essere parroco?

Spero di essere un parroco capace di far sentire il suo affetto a tutta la comunità, come segno dell’amore che il Signore ha per ogni donna e ogni uomo. Sono convinto che solo partendo da questo servizio di amore si possa parlare al cuore e dialogare con tutti.

Mettendosi sempre in un ascolto attento, personale, perché la stessa domanda non è mai identica in due persone diverse, specialmente per le domande più profonde, sul senso della vita, dell’amore, del perdono.

E l’ascolto dovrà riguardare anche le domande nuove, poste da una modernità che ci ha precipitati in scenari davvero inimmaginabili e dovrà tener conto del bisogno di tutti di essere accolti, di non rimanere soli, bisogni così diversi in ognuno di noi. In questa complessità, in un mondo in cui la divisione, il ripiegamento su sé stessi e l’individualismo sono ormai la regola si apre la sfida più grande: quella di imparare a vivere da fratelli, perché solo così è possibile creare un mondo migliore e, contemporaneamente, conoscere veramente il cuore di Dio.

Fratellanza in ricchezza e in povertà

Ecco, la fraternità. Lo ricordava lei, introducendo il dibattito sulle migrazioni di qualche settimana fa. Dei tre paradigmi della Rivoluzione Francese è quello che stenta di più. E’ più facile trovarla in una parrocchia ricca come Santa Chiara, anche se poveri ce ne sono tanti anche qui, o in una parrocchia di periferia?

La ricchezza è una grande responsabilità che Dio ti affida, una grande potenzialità di bene e di male. Dio ci dice che a chi è stato dato molto, sarà richiesto molto di più. Ogni cosa che Dio ci dona, la salute, la cultura, l’intelligenza, così come il benessere economico, non è data solo per il godimento personale, ma per l’utilità comune.

La ricchezza, se nella nostra vita diventa il fine e non un mezzo, si trasforma in una povertà umana, una povertà di fraternità, in causa di liti e di solitudine. E tutto ciò per nulla, perché come ci insegna la scrittura da questo mondo non portiamo via niente.

Dio non maledice la ricchezza che entra, ma la ricchezza che resta. La logica dell’egoismo e dell’avarizia è come i talenti sotterrati. Invece bisogna metterli in gioco, farli diventare lavoro e benessere anche per gli altri, opportunità per i giovani, aiuto per i più poveri o per chi è nella sofferenza, questo è ciò che Dio senz’altro vuole e benedice.

Secondo lei è più facile fare il parroco in una parrocchia ricca o in una parrocchia povera?

Ci sono difficoltà e gioie peculiari in ogni comunità. In situazioni e contesti dove ci sono grandi possibilità economiche c’è il rischio che le persone si considerino autosufficienti e non bisognose di salvezza, non bisognose della Parola e del perdono di Dio. Questo però può succedere ovunque.

Le cause possono essere tante, ma la verità è che in modi diversi sia nei contesti più agiati che in quelli meno agiati, il grande nemico dell’uomo, che è il Demonio, lavora sempre per separare l’uomo da Dio, l’uomo dagli altri, dai fratelli, e l’uomo anche da se stesso, fino a fargli vivere delle scissioni profondissime.

Quell’esperienza che San Paolo evidenzia quando afferma “Non faccio il bene che voglio, ma il male che non voglio”.

Perdonare tutto

In uno dei recenti Angelus, papa Bergoglio rivolgendosi astrattamente ai confessori ha raccomandato di perdonare tutto. Il nuovo parroco di Santa Chiara sarà uno che perdona tutto?

Intanto, è Dio che perdona. Noi siamo solo ministri, servi suoi, nella misericordia. Io credo che in questo mondo apparentemente così tollerante, in cui ci sentiamo molto liberi di fare come vogliamo e poco responsabili delle vite degli altri, di fatto creiamo un mondo in cui la convivenza a volte diventa spietata.

C’è grande bisogno di perdono, non solo verso gli altri, ma anche verso se stessi. C’è bisogno, dunque, di rimettere questa parola al centro. Perché senza perdono non riusciamo a trovare noi stessi.

Ogni male non perdonato continua a produrre i suoi effetti nel tempo: rabbia, violenza, calunnia, rancori e vendette. Una sorta di morte che chiama morte. Dio stesso indica al peccatore la strada per accedere al perdono: “Io non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva” e “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

La nostra “perdonabilità” dipende anche dalla nostra disponibilità alla conversione e dalla generosità con cui perdoniamo agli altri. Ciascuno di noi è qualcosa di più dei suoi successi e dei suoi fallimenti e, se noi – noi sacerdoti come ci chiede il Papa, ma anche tutti noi uomini – non sviluppiamo questo tipo di sguardo verso l’altro, non c’è prospettiva di comunità, ma soprattutto non c’è futuro per il mondo.

Perché credo

E questo mi pare di capire che vale anche per come le piacerebbe che fosse la sua comunità parrocchiale…

Certo… una comunità come Santa Chiara, che ha una lunga tradizione di ascolto, di accoglienza, di apertura, vorrei che continuasse in questa strada. Ma vorrei anche che questa comunità fosse in grado di annunciare con franchezza il Vangelo, non solo attraverso le formule già presenti, ma proprio con un rinnovato stile di comunità, con una testimonianza quotidiana. Una vita di parrocchia che parli da sé e che riesca ad attrarre.

Come ci dice Papa Francesco, il Vangelo non si diffonde per imposizione, ma per convinzione. E soprattutto non si diffonde se non attrae con la bellezza di viverlo insieme.

Ma oltre, appunto, ad una comunità che testimonia l’amore, una comunità aperta ed accogliente, vorrei che Santa Chiara fosse anche una comunità che sa dare le ragioni della fede.

Un mio maestro di teologia mi diceva che se ognuno di noi si ponesse ogni giorno la domanda concreta “perché, oggi, io credo?”, non perderebbe mai la fede. Se diamo la fede per presupposta o per scontata, le vicende della vita ci possono portare a perderla senza nemmeno accorgersene. Per questo abbiamo bisogno di un rinnovato slancio nel dialogo tra fede e cultura.

San Giovanni Paolo II ci insegnava che “una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non adeguatamente pensata e non fedelmente vissuta”.

Come nasce Don Andrea

E la cultura è anche un po’ il frutto della nostra vita. Ci racconta un po’ della sua storia personale?

Senza andare per le lunghe, è sostanzialmente la storia di una persona che, nel cammino della vita, tra tanti amori e tante passioni, cercando la via e a volte anche smarrendola, si è innamorato del Signore, evidentemente da Lui ricambiato con il dono del sacerdozio.

La sua vocazione è nata in età adulta?

Non in età adolescenziale o nella prima giovinezza, anche se devo ammettere che sia intorno ai tredici anni sia poi al momento di iscrivermi all’università, avevo la sensazione di desiderare qualcos’altro che non riuscivo a mettere bene a fuoco.

Un bisogno di verità, di bellezza, un bisogno anche di mettersi in gioco a 360 gradi, che ho ritrovato al liceo nello studio delle lettere classiche e della filosofia. Poi c’è stata la scelta della facoltà di medicina al Gemelli, l’Università Cattolica dove ho studiato con passione, pur non avendo grandi percorsi di fede alle spalle. Anzi devo dire che non avevo nemmeno la cresima, che ho ricevuto in età adulta.

Lo studio al liceo classico e quello universitario, e poi il lavoro di medico e l’incontro con il Vangelo, hanno dato forma a questo slancio e a questo ideale del cuore.

È stata una paziente pedagogia di Dio che è passata anche attraverso la storia dei malati che ho curato, le domande di chi non credeva e quelle di tanti credenti, laici e sacerdoti, che ho incontrato negli anni della mia formazione.

Ricordo che ho avuto la fortuna di incontrare Madre Teresa di Calcutta, quando ero studente al Gemelli e anche Giovanni Paolo II. Tutti testimoni, potrei dire, della bellezza di una vita vissuta per il Vangelo, e per il Signore. Ecco tutto questo mi ha permesso pian piano di dare un nome e un volto a questa mia ricerca, il nome e il volto del Signore Gesù.

Gli anziani sognano, i giovani hanno visioni

Lei si è specializzato in geriatria e la nostra è una parrocchia di anziani. L’hanno mandata qui per questo, se mi consente la battuta?

Il presbitero è per definizione un anziano; questo è il significato della parola greca che significa appunto anziano perché deve essere, mediante la sapienza che viene dal Vangelo, il saggio della comunità.

Certo, anagraficamente, essendo il quartiere nato negli anni ’50, ’60, in questa parrocchia molte persone sono in età avanzata o molto avanzata. Diciamo però che l’età anziana è l’età della saggezza, l’età dei capolavori…

Ma lo è veramente?

Può esserlo e dobbiamo adoperarci perché lo sia sempre di più. Qui abbiamo una seria di anziani ancora in relativa buona salute che possono ancora esprimere tanto come saggezza, come potenziale e come memoria storica e possono essere un fattore importante per la vita della comunità cristiana.

Bisogna creare e favorire lo scambio e l’interazione fra le generazioni e, come in una staffetta, rendere efficace anche il passaggio del testimone, perché la forza della Chiesa è di essere una comunità che trasmette di generazione in generazione, con fedeltà, un messaggio sempre vivo e sempre attuale.

Papa Francesco ci ha detto più volte che per educare un fanciullo ci vuole un villaggio. C’è bisogno non solo dei genitori, ma dell’intera comunità. Più volte ha anche sottolineato la gravità delle solitudini e delle povertà educative dei giovani, che ha addirittura definito come “orfananza”.

Ha anche citato le parole del profeta Gioele “I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”, per ricordarci la necessità e la fecondità del dialogo e della collaborazione intergenerazionale.

I giovani hanno bisogno di adulti significativi e di anziani saggi, che con la loro esperienza di vita aiutino a sognare un mondo migliore. E gli anziani hanno bisogno del sostegno e della vicinanza dei più giovani.

Pensa che la specializzazione in geriatria le sia stata utile?

Tanto. Come esperienza intellettuale. Come attitudine a stare accanto alle persone in difficoltà e nella sofferenza. Ho ricevuto molto dalle storie dei malati. Ma la laurea è servita anche a darmi un metodo e un rigore scientifico, una forma mentis, un approccio con la realtà non dilettantistico.

E di questo ringrazio il Signore perché secondo me le persone hanno bisogno di scoprire che nel Vangelo non solo c’è bellezza, ma c’è anche qualità di vita vissuta. Io credo che tutti siamo poveri e bisognosi di amore e di salvezza. Tutti abbiamo bisogno di diventare ricchi in umanità.

La cosa più importante per un uomo non è avere di più, ma essere di più Sebbene condividiamo più del 99 per cento del Dna con lo scimpanzé, come esseri umani abbiamo l’anima umana spirituale e razionale, e siamo chiamati a nutrirla, a svilupparla, e a umanizzarci. Altrimenti diventiamo capaci di nefandezze disumane, peggiori di quelle delle bestie feroci.

Anche perché noi sappiamo di fare il male. Le bestie, no.

Esattamente. Noi abbiamo la consapevolezza del bene e del male. E abbiamo bisogno di diventare più umani. E si diventa più umani con l’amore, con la misericordia, con la fraternità.

Quando ci si sposa, da singoli, uomo e donna, si esce da se stessi e si diventa marito e moglie. Poi si diventa padri e madri e poi nonni. Questo percorso di dono di noi stessi ci arricchisce in umanità. Aumenta il ventaglio della nostra sensibilità, della nostra esperienza umana e anche della capacità di uscire dal nostro guscio, dalla nostra autoreferenzialità.

Il femminile nella comunità

Maschile e femminile. Parliamo un po’ del femminile. Molte donne nella parrocchia e anche molte vedove. Donne sole… ce ne sono tante…

Parlando del femminile, non possiamo non ricordare che le donne sono sempre state una risorsa preziosissima per l’evangelizzazione. Ricordiamoci che l’evangelizzazione passa più per il latte materno che non per l’insegnamento paterno.

Le nonne, le mamme sono una risorsa di fede e di umanità straordinaria. Da generazioni sono le donne che hanno insegnato a pregare ai figli e ai nipoti, madri nel corpo e nello spirito, trasmettendo con l’esempio questa attività che richiede uno spazio e un tempo sempre più difficili da conciliare con questa modernità che ci chiede velocità e azione.

Da sempre l’uomo ha bisogno del fare di Marta come della contemplazione di Maria e oggi, forse, attraverso quella capacità di fermarsi e di pregare, passa ancor di più la capacità di riconoscerci come esseri umani, capaci di restituire all’anima quel respiro profondo che è la preghiera.

D’altra parte, sociologicamente la condizione femminile è radicalmente cambiata. I ruoli, le responsabilità a tutti i livelli, sono cambiati. Sono necessari percorsi e strumenti che valorizzino nella Chiesa tutta e concretamente anche nella comunità parrocchiale il genio della donna, il ruolo insostituibile del femminile.

Valorizzare la forza di santità, di impegno, di saggezza di tante donne ci aiuta a rendere la comunità parrocchiale una famiglia ancora più bella e accogliente.

Secondo lei, si arriverà mai nella chiesa cattolica al sacerdozio femminile?

Sicuramente sarà possibile una maggior presenza dell’elemento femminile nella collaborazione al governo della Chiesa, anche nei vertici.

Se questo passi o no per il sacerdozio, francamente non glielo so dire, ma non bisogna dimenticare che il maschile e il femminile hanno una loro normatività e un loro significato.

A questo punto diventa d’obbligo l’altra domanda. Cosa pensa Don Andrea Manto del matrimonio dei sacerdoti?

Guardi… nei primi mille anni della storia della Chiesa i preti erano tutti sposati. Per mille anni questo non è stato un tabù e anche oggi potrebbero esserci motivi validi a favore del matrimonio per i sacerdoti.

Bisogna però considerare che il sacerdote, perdoni il gioco di parole, vive affettivamente ed effettivamente una dimensione sponsale con la comunità che è a lui affidata, e questo è molto impegnativo.

In un mondo come quello attuale dove tanti matrimoni saltano e dove anche in una famiglia solida si fa tanta fatica, essere moglie di un prete assorbito dal ministero al servizio degli altri, dalle situazioni difficili dei poveri e degli emarginati comporterebbe una grande solitudine per la sposa o una ‘sponsalità’ non piena tra il prete e la comunità. Affidiamoci al discernimento e alla saggezza della Chiesa e all’azione dello Spirito Santo.

Fratelli perché tutti figli

Torniamo per chiudere dove abbiamo cominciato, la fratellanza. Che ruolo può svolgere tenerla come obiettivo fondamentale?

Può aiutarci a superare il dilagante paradigma hobbesiano dell’homo homini lupus e risvegliare l’attenzione verso chi è più debole, la solidarietà verso chi è in difficoltà, la ricerca della pace e di tutto ciò che unisce.

I grandi valori della cultura, i grandi valori umani e spirituali sono linguaggi che toccano tutti e creano non la fratellanza di facciata, ma quella vera. Il cui ultimo fondamento è nella certezza di essere tutti figli dell’unico Padre.

Siamo andati oltre i tempi che ci eravamo dati, restano ancora molte domande delicate. La pastorale matrimoniale nei confronti dei divorziati, l’eutanasia, l’aborto. Le rimandiamo alla prossima puntata?

Alla prossima puntata… e anche al rilancio del nostro Centro Culturale. Quando ero viceparroco di Don Gianni era assai attivo. Organizzava il Cineforum e proponeva approfondimenti e confronti molto apprezzati su tanti temi “caldi”. Ci riproveremo!

E il nostro giornale possiamo garantire ai nostri lettori che ci sarà. Don Andrea Manto ci ha detto di essere convinto che un giornale come il nostro può svolgere un ruolo importante nella crescita della comunità dei suoi lettori. Noi ci proviamo.

Michele Chialvo

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4 COMMENTI

  1. Finalmente un grande Sacerdote!! Colto, intelligente e con grandi capacità organizzative. E straordinariamente attento alle esigenze dei più bisognosi. Riporterà la Parrocchia di Santa Chiara , alla bellezza di una volta……

  2. Augurando a Don Andrea buona fortuna per un incarico tanto impegnativo, come ormai “vecchia” parrocchiana di Santa Chiara spero davvero che la chiesa di piazza giochi delfici torni ad essere un punto di riferimento per i giovani del quartiere, aiutandoli a ritrovare una dimensione spirituale ormai quasi del tutto scomparsa.

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