Home CRONACA Gaia e Camilla, ridotta la pena in Appello a Pietro Genovese

Gaia e Camilla, ridotta la pena in Appello a Pietro Genovese

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Pietro Genovese, il ventunenne romano che il 22 dicembre del 2019 ha investito e ucciso a Corso Francia Camilla Romagnoli e Gaia Von Freymann, è stato condannato in appello alla pena di 5 anni e 4 mesi.

Lo ha stabilito la sentenza emessa nel pomeriggio di oggi, giovedì 8 luglio, dai giudici della corte d’appello di Roma accogliendo la richiesta di pena “concordata” tra i difensori del giovane e la Procura generale. Decade così la condanna di primo grado a otto anni che il giovane aveva ricevuto alla fine dello scorso anno con l’accusa di duplice omicidio stradale.

Il concordato esaurisce così il percorso giudiziario e rende di fatto definitiva la sentenza emessa poche ore fa con il ragazzo che ora abbandonerà gli arresti domiciliari durati un anno e sette mesi e, come stabilito dalla corte d’assise d’appello, avrà l’obbligo di dimora a Roma con permanenza nel proprio domicilio dalle 22 alle 7.

La difesa di Genovese, rappresentata dall’avvocato Gianluca Tognozzi e Franco Coppi, aveva chiesto la libertà ma la procura generale avrebbe espresso parere contrario. La corte d’assise quindi ha optato per una via di mezzo, ritenendo che l’obbligo di dimora possa soddisfare in modo adeguato “l’esigenza cautelare sociale”, tenuto conto dell’incensuratezza dell’imputato, del suo corretto comportamento processuale e del fatto che la patente di guida gli sia già stata revocata.

Revocate anche le statuizioni civili riguardanti le posizioni dei familiari delle vittime che hanno annullato la costituzione di parte civile perché il danno è stato risarcito dall’imputato attraverso l’assicurazione.

Abbiamo sempre voluto la verità e quella è rimasta. La colpa è solo del ragazzo. L’entità della pena non ci interessa e riguarda solo la coscienza dei giudici” – ha commentato la mamma di Camilla al termine del processo.

I fatti dopo l’incidente

Subito dopo l’incidente mortale, per Genovese erano stati disposti gli arresti domiciliari. Il ventunenne, che quella notte era risultato positivo all’alcol test, ha sempre dichiarato di essere ripartito con il semaforo verde e che l’impatto con le due ragazze sarebbe stato impossibile da evitare proprio per il punto in cui Gaia e Camilla si trovavano, fuori dalle strisce pedonali e in una posizione poco visibile.

I legali delle due famiglie delle vittime avevano però sempre sostenuto il contrario e cioè che le due amiche quella notte avessero attraversato a semaforo verde e sulle strisce.

I risultati della perizia effettuati dai tecnici del pubblico ministero per ricostruire tutte le fasi dell’incidente avevano poi confermato quanto sostenuto dalla difesa di Genovese, anche se allo stesso tempo però i periti avevano accertato che l’auto guidata dal ragazzo quella notte procedeva a velocità sostenuta, ben 40 km oltre il limite fissato per quel tratto di strada.

Nel frattempo, mentre il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia e il sostituto Roberto Felici depositavano in Procura la richiesta di giudizio immediato per il ventunenne, un’informativa della Polizia Postale allegata agli atti dell’indagine rivelava che, nel momento dell’impatto con le due giovani, Genovese era al telefono.

Diverse fotografie e un video inviati tramite whatsapp a più contatti, 19 secondi di distrazione costati cari.

La posizione del giovane, già accusato di viaggiare con un tasso alcolemico nel sangue pari a 1,4 grammi per litro e di procedere oltre il limite di velocità, a quel punto si era aggravata con l’accusa di violazione dell’art. 173 del codice della strada. Tra le contestazioni fatte a Pietro Genovese compariva anche quella di non essersi fermato subito dopo l’impatto con le due amiche ma di aver percorso ancora 180 metri prima di scendere dall’auto ormai in panne.

Respinta la richiesta di rito abbreviato condizionato presentata dai legali del ventunenne,  il 13 luglio scorso con rito abbreviato ordinario aveva preso il via il processo e a settembre il pm di Roma Roberto Felici aveva avanzato la prima richiesta di condanna a 5 anni.

Alla fine del 2020 la condanna in primo grado a otto anni e oggi quella a 5 anni e 4 mesi che chiude così la vicenda giudiziaria e rende definitiva la pena inflitta.

Ludovica Panzerotto

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