Home ATTUALITÀ Ponte Milvio, l’enigma del Palazzo sul Tevere in via Capoprati

Ponte Milvio, l’enigma del Palazzo sul Tevere in via Capoprati

ritrovamento via capoprati

È stato rivelato venerdì 13 luglio, durante la mattinata, quello che è stato ribattezzato dai media “l’enigma del Palazzo sul Tevere”.

Sotto il sole cocente dell’estate romana il Soprintendente all’Archeologia, alle Belle Arti e al Paesaggio, Francesco Prosperetti, la funzionaria responsabile Marina Piranomonte, il direttore degli scavi Giovanni Ricci e l’ingegnere Acea Alessandro Fabbri, hanno illustrato e spiegato in cosa consiste il ritrovamento archeologico in via Capoprati, sotto al tratto del lungotevere maresciallo Diaz che costeggia piazzale di Ponte Milvio.

Era ottobre 2017, Acea doveva effettuare dei semplici lavori sulle condutture elettriche, ma il cantiere ha portato a risultati inaspettati. Dopo aver scoperto alcuni mosaici colorati all’interno del cantiere, Acea ha consentito alla Soprintendenza di allargare gli scavi, nonostante il punto in questione fosse molto delicato dal punto di vista idrogeologico.

Non a caso i lavori archeologici hanno subìto uno stop durante tutto il periodo invernale, dal momento che ci troviamo nell’area di espansione delle piene del fiume Tevere”, spiega il Prosperetti. E in poco tempo gli scavi guidati dall’archeologo Giovanni Ricci hanno riportato alla luce in via Capoprati un palazzo misterioso.

Si tratta di una complessa stratificazione di più costruzioni. Ci sono murature che appartengono ad una fase più antica, e poi una completa ricostruzione dell’edificio risalente al IV secolo d.C.”, racconta Prosperetti.

Tra il III e il IV secolo avviene una trasformazione funzionale dell’area. Prima probabilmente utilizzata come impianto di tipo produttivo e artigianale, favorita dalla posizione vicino al Tevere, antico cuore pulsante dell’attività commerciale dell’Impero, dopo la battaglia di Ponte Milvio (combattuta nel 312 d.C. tra Costantino e Massenzio, ndr) il complesso edilizio diventa un edificio dotato di una sala rettangolare, con un lussuoso pavimento di opus sectile (marmi antichi tagliati, ndr), di una grande aula absidata, anch’essa costruita con materiali di pregio del periodo imperiale, di due grandi strutture circolari,e infine di un’area di sepoltura”.

“La curiosità delle tre tombe presenti – spiega il Soprintendente – è che sono tutte differenti. Una a cappuccina, cioè ricoperta da tegole posizionate come se fossero un tetto, una realizzata con delle anfore africane di grandi dimensioni tagliate a metà in lunghezza, all’interno delle quali veniva inserito il corpo (l’unica che sia stata aperta, per motivi logistici, ndr), e una a cuba”, .

Ma qual era la funzione del palazzo?Rimarrà, fondamentalmente, un mistero. Questo perché la porzione di edificio riportata alla luce non può essere ampliata, estendendosi al di sotto del lungotevere”, rivela Prosperetti.

Quello che si può dire con certezza è che fosse un luogo pubblico, e non una domus, una casa privata, come si era ipotizzato precedentemente. “Potrebbe essere stato un luogo di culto – interviene Piranomonte – vista la presenza delle tombe. Le prime chiese cristiane, infatti, avevano la loro area privata per le sepolture. E d’altronde nel 313 d.C. ci fu l’Editto di Costantino, con il quale finirono le persecuzioni nei confronti dei cristiani”. E continua: “Sicuramente si tratta di un edificio lussuoso e riccamente decorato. Ma non c’è alcun segno o simbolo cristiano”.

È stata un’opera particolarmente fortunata – sottolinea l’ingegnere di Acea Alessandro Fabbri – visto che già nel luglio del 2017, lavorando alla stessa conduttura elettrica, avevamo avuto modo di scoprire due sarcofagi antichi sotto lo stadio Olimpico. Quando, ad ottobre, abbiamo cominciato a scorgere questa pavimentazione di assoluto ed evidente pregio, abbiamo prontamente iniziato questa nuova collaborazione con la Soprintendenza Archeologica”. Ed è stato possibile persino concludere il lavoro Acea sulle condutture elettriche, aggirando lo scavo archeologico.

Per tutti coloro che volessero ammirare con i propri occhi questa incredibile scoperta archeologica, comunque, è meglio affrettarsi. Il ritrovamento di via Capoprati, infatti, non potrà rimanere aperto, data la sua delicata – e sfortunata – locazione.

Per una questione logistica, di sottoservizi, di fogne antiche e moderne, infatti, non si possono allargare ulteriormente gli scavi. “Anzi – aggiunge Prosperetti – va ricoperto il prima possibile, perché non si rovini”.

È una questione di giorni. Settimane, al massimo. “È fondamentale proteggere una simile scoperta dal sole e dal caldo”, conclude Piranomonte.

Camilla Palladino

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1 commento

  1. Sarebbe quanto mai opportuno non aggiungere nulla e non commentare perché ennesimo caso doloroso che affligge la Città di Roma e i suoi 16 strati di rovine.
    Ricordiamo lo strazio inflitto ai cittadini in occasione della realizzazione della Metropolitana Linea A durato vent’anni proprio per le lungaggini (costi esorbitanti!) causate dai continui ritrovamenti di rovine del passato.
    Seguendo il consiglio della giornalista Palladino ho colto l’occasione per una visita prima del risotterramento.
    Ribadisco dispiaciuto ma sembra essere un’avveduta decisione anche per la pista ciclabile.

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