
A dieci anni dal crollo della palazzina di lungotevere Flaminio 70, avvenuto nel gennaio del 2016, la Corte d’Appello di Roma ha deciso di disporre una nuova perizia tecnica per accertare le reali cause del cedimento che provocò il collasso di tre piani dell’edificio.
Una decisione che riapre di fatto il caso giudiziario e rimette in discussione le conclusioni che avevano portato alle condanne pronunciate in primo grado.
Secondo quanto emerso nel procedimento, il nuovo collegio di esperti dovrà stabilire se il crollo sia stato provocato principalmente dagli interventi di ristrutturazione eseguiti in uno degli appartamenti oppure da criticità strutturali originarie dell’edificio, costruito negli anni Trenta.
L’incarico ai periti sarà conferito il prossimo 18 giugno e le conclusioni sono attese dopo l’estate.
In primo grado era stata accolta la tesi secondo cui il cedimento sarebbe stato innescato dalla demolizione di alcuni tramezzi interni effettuata durante lavori di ristrutturazione. Una ricostruzione che aveva portato alla condanna del progettista, del titolare dell’impresa esecutrice e del tecnico incaricato dei lavori.
Ora però i giudici d’Appello ritengono necessario un nuovo approfondimento tecnico. Sul tavolo c’è anche l’ipotesi che il collasso possa essere stato favorito dalle condizioni strutturali della palazzina, realizzata in un periodo storico in cui il calcestruzzo veniva utilizzato in quantità e con caratteristiche molto diverse da quelle odierne.
Il crollo avvenne nella notte tra il 22 e il 23 gennaio 2016. Per una coincidenza fortunata e grazie alla tempestiva evacuazione dell’edificio non ci furono vittime, nonostante il cedimento improvviso di una consistente porzione della struttura. Decine le persone costrette a lasciare le proprie abitazioni.
La nuova perizia potrebbe quindi rappresentare un passaggio decisivo per chiarire definitivamente le responsabilità di una delle vicende più impressionanti che hanno interessato Roma negli ultimi anni e che ancora oggi lascia aperti interrogativi sia sul fronte penale sia su quello dei risarcimenti per i residenti coinvolti.
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Il terrazzo dell’ultimo piano era stato interamente riempito con un metro di terra e 50 vasi in terracotta per piante e alberi di grandi dimensioni… Il condominio più volte aveva fatto degli esposti per la rimozione di quel carico non previsto dalla struttura. Forse la proprietaria pensava di aver acquistato un giardino pensile o un giardino verticale ante litteram. La colpa è stata attribuita, sempre in primo grado, anche al geometra che ha firmato la ristrutturazione del piano sottostante. A mio modesto avviso assolutamente non responsabile…