
Quattro novembre 2025: in casa Sellerio arriva “Sotto mentite spoglie”, nuovo romanzo di Antonio Manzini con protagonista il vicequestore più scorbutico e dolente del giallo italiano, Rocco Schiavone. Un ritorno attesissimo, che si piazza subito in cima alle classifiche e rimette in moto l’universo di Aosta tra neve, indagini e quella malinconia corrosiva che i lettori conoscono bene.
Siamo ad Aosta, quasi Natale. Per molti è il tempo delle lucine e del vin brûlé, per Rocco il periodo più odiato dell’anno, quello che guida da sempre la sua personale classifica delle ricorrenze detestate appesa in Questura.
Nelle strade si ammassano cori improvvisati, decorazioni intermittenti, pupazzi gonfiabili che ballano al vento caldo dei motori, la città è stordita dall’ansia da regalo e dall’odore di fritto che spalanca i ricordi invece di coprirli. Ed è proprio in questo clima che, puntuale come una tegola, arriva il caos.
Una rapina sbagliata, un lago gelato, un chimico scomparso
L’innesco del romanzo sembra quasi una beffa personale: una rapina che dovrebbe essere un “caso da manuale” finisce nel peggiore dei modi, trasformandosi in un boomerang che travolge l’immagine di Schiavone. L’operazione va storta, il vicequestore viene messo alla berlina, finisce sui giornali, diventa bersaglio di ironie e critiche. Per uno come lui, che la faccia la mette sempre, è forse la parte più dolorosa della faccenda.
Mentre la Questura ancora si lecca le ferite, arriva il secondo colpo: in un lago di montagna riemerge un cadavere senza nome, incatenato a una zavorra di centocinquanta chili. Un corpo che qualcuno ha fatto di tutto per far sparire e che invece la neve e l’acqua restituiscono, come spesso accade nei gialli di Manzini, a tempo debito.
Terzo tassello: un chimico di un’azienda farmaceutica scompare nel nulla. Nessun
biglietto, nessun segnale, nessuna pista evidente. Un professionista apparentemente ordinario che si volatilizza proprio mentre l’eco della rapina e del cadavere nel lago comincia a rimbalzare sui giornali.
Come spesso accade nella serie, i casi non procedono su binari paralleli: il romanzo lavora sulle connessioni, sui piccoli dettagli che si incastrano, sui fili che all’inizio sembrano separati e poi cominciano a tirarsi l’un l’altro. Senza spoiler: Manzini costruisce una trama in cui la superficie è ingannevole e le “mentite spoglie” non riguardano solo i colpevoli, ma anche ruoli, istituzioni, biografie personali.
Rocco non parla più con Marina
Rispetto agli ultimi capitoli della saga, “Sotto mentite spoglie” dà la sensazione di un ritorno alle origini, pur restando dentro la continuità della serie. L’ambientazione natalizia ad Aosta funziona benissimo: la città, con la sua aria gelida e le vette a fare da schermo, non è solo sfondo ma personaggio, contrappunto ironico alla retorica delle feste. È come se il paesaggio si divertisse a punzecchiare Schiavone, rendendo ancora più evidente il suo disagio.
Il romanzo è molto pieno: c’è l’indagine “alta”, con la rapina, il cadavere zavorrato e il chimico svanito; c’è l’indagine “bassa”, quella che Rocco conduce su sé stesso.
Non parla più con Marina, il fantasma che lo ha accompagnato per tutta la serie sembra essersi fatto più distante, e questa assenza pesa come una presenza.
In compenso, sul fronte umano, si muove qualcosa: Sandra migliora, sta per uscire dall’ospedale, e la “squadra” – che Rocco chiama ancora così, con quel filo di sarcasmo – cresce, sbaglia meno, comincia a sembrare davvero una squadra.
Pubblico e privato in equilibrio
Manzini qui è particolarmente bravo nel tenere in equilibrio pubblico e privato: la vita sentimentale di Rocco non fagocita la trama, ma nemmeno viene liquidata in poche righe. È una presenza carsica, che ogni tanto affiora e rende più densi i silenzi, gli scatti di rabbia, le battute al vetriolo.
L’effetto, per chi legge, è di accompagnare il vicequestore non solo nell’indagine, ma in una fase di transizione esistenziale in cui lui stesso sembra chiedersi quanto ancora reggerà questo gioco al massacro tra rimorsi e resistenza.
Lo stile è il solito Manzini “buono”: dialoghi che scorrono, ritmo che alterna scene serrate a momenti di stasi, osservazioni taglienti che ogni tanto strappano un sorriso. Ma sopra tutto, resta lui: Rocco, romano trapiantato al freddo, stanco e ferocemente vivo, che continua a guardare il mondo di traverso e, nonostante tutto, a cercare la verità.
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