
Per quattro giorni Labaro diventa uno dei luoghi della cultura romana. Da giovedì 3 a domenica 6 settembre l’Anfiteatro Galline Bianche, accanto all’omonima Biblioteca, ospiterà “Sguardi Periferici”, rassegna diretta da Gino Auriuso e realizzata dalla compagnia Artenova con il sostegno dell’Assessorato alle Periferie di Roma Capitale e in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.
Teatro, incontri, laboratori per bambini e famiglie, street art e spettacoli di arte di strada saranno protagonisti di un programma interamente gratuito, pensato per portare la cultura fuori dai tradizionali luoghi del centro e costruire occasioni di incontro direttamente nei quartieri.
“La cultura è parte della cura dei quartieri”, è il principio alla base dell’iniziativa sostenuta dall’assessore alle Periferie Pino Battaglia, che punta a valorizzare gli spazi pubblici come luoghi di partecipazione e socialità.
Ad aprire la rassegna, giovedì 3 settembre alle 21, sarà Domenico Iannacone, giornalista e autore televisivo, con un incontro dedicato alle marginalità e alle “periferie dell’anima”, attraverso il racconto delle vite, delle scelte e delle esperienze delle persone.
Il programma proseguirà venerdì 4 settembre alle 17 con un laboratorio di riciclo creativo per bambini, mentre alle 21 andrà in scena “Di Padre ce n’è uno solo?”, con Marco Simeoli, Gino Auriuso e Ivano Falco, dedicato alla figura del padre attraverso la tradizione teatrale comica e brillante.
Sabato 5 settembre spazio all’erboristica alle 17, con un laboratorio sensoriale dedicato a erbe, frutta e ortaggi, e alle 18 alla street art, con la realizzazione dal vivo di opere su pannelli. In serata, alle 21, sarà la volta di “Operai”, di e con Germano Rubbi, con la regia di Francesco Verdinelli: una storia familiare che attraversa generazioni e lavoro, raccontando la condizione del lavoratore italiano.
La giornata conclusiva, domenica 6 settembre, sarà dedicata soprattutto alle famiglie. Alle 11 è previsto un laboratorio di cinema dedicato all’utilizzo dello smartphone come strumento per raccontare attraverso le immagini, mentre alle 12 spazio a giocoleria, equilibrismo e clowneria. Alle 21 chiuderà la rassegna “Miss Mather”, con Bianca Mastromonaco e la regia di Stefano Sabelli, una storia che affronta il rapporto tra una madre e una figlia attraverso il mondo dei concorsi di bellezza per bambine.
L’idea di “Sguardi Periferici” nasce proprio dal tentativo di cambiare prospettiva sulle periferie, non considerandole soltanto luoghi di difficoltà, ma territori ricchi di energie, relazioni e possibilità. Una cultura accessibile e costruita negli spazi quotidiani può così diventare uno strumento di coesione, partecipazione e rigenerazione urbana.
Per quattro giorni, dunque, Labaro sarà al centro della scena, dimostrando come anche un anfiteatro di quartiere possa trasformarsi in un luogo di cultura e incontro per tutta la città.
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Labaro, cultura di periferia, culture globali – Quando la periferia smette di essere oggetto e comincia a raccontarsi
Per quattro giorni Labaro diventa uno dei luoghi della cultura romana. Da giovedì 3 a domenica 6 settembre, l’Anfiteatro di Galline Bianche, accanto all’omonima Biblioteca, ospita “Sguardi Periferici”, la rassegna diretta da Gino Auriuso e realizzata dalla compagnia Artenova, con il sostegno dell’Assessorato alle Periferie di Roma Capitale e la collaborazione di Zètema Progetto Cultura.
È una bella notizia. Ma proprio per questo vale la pena interrogarsi sul suo significato: la cultura arriva a Labaro oppure Labaro, attraverso la cultura, comincia finalmente a prendere la parola?
La differenza è politica, culturale, antropologica. Per troppo tempo le periferie sono state raccontate come luoghi mancanti: di servizi, bellezza, occasioni, cultura. Spazi da riqualificare, educare, assistere, animare; osservati dall’esterno e descritti attraverso categorie costruite altrove.
Ma una periferia non è uno spazio vuoto. Labaro lo dimostra con la propria storia: dall’agro romano alla borgata, fino al quartiere cresciuto spesso senza infrastrutture adeguate. Oggi è una comunità che cerca una propria identità e rivendica il diritto alla bellezza, alla cultura, ai servizi, agli spazi pubblici e alla partecipazione.
È questo il passaggio decisivo: da oggetto a soggetto.
Labaro non vuole essere semplicemente il luogo nel quale portare spettacoli, mostre e incontri progettati altrove. Vuole diventare un luogo che produce cultura, costruisce relazioni, racconta la propria storia e mette in dialogo la propria memoria con il mondo.
In questo senso Sguardi Periferici assume un significato che va oltre il programma della rassegna: lo sguardo sulla periferia deve trasformarsi in uno sguardo dalla periferia. L’anfiteatro può così diventare una vera piazza culturale, un luogo nel quale persone diverse si incontrano, si riconoscono, discutono e raccontano.
È ciò di cui Labaro ha bisogno: non soltanto eventi, ma luoghi; non soltanto iniziative, ma processi; non soltanto cultura destinata agli abitanti, ma cultura costruita con gli abitanti.
La cima della pineta offre una metafora potente. Da lassù si vede il Cupolone di San Pietro, poco più di dieci chilometri in linea d’aria. Eppure quei chilometri hanno rappresentato per decenni una distanza sociale e culturale enorme.
La vera sfida della cultura è accorciare quella distanza senza cancellare ciò che Labaro è. Perché periferia non significa assenza di cultura: significa spesso cultura non riconosciuta.
La cultura di Labaro vive nelle storie familiari, nella memoria dei primi abitanti, nei percorsi migratori, nelle scuole, nelle associazioni, nei comitati, nello sport, nelle biblioteche e nelle relazioni di vicinato. Vive nelle richieste di spazi pubblici dignitosi e nei luoghi nei quali una comunità può riconoscersi.
Una piazza, una biblioteca, un parco, un impianto sportivo, un anfiteatro non sono soltanto opere fisiche: sono infrastrutture sociali.
Per questo il principio secondo cui “la cultura è parte della cura dei quartieri” è condivisibile, purché la cura non venga interpretata dall’alto verso il basso. Curare un quartiere non significa soltanto portargli qualcosa: significa ascoltarlo, riconoscerne le energie e creare le condizioni perché possano esprimersi.
Labaro può così confrontarsi con altre periferie, da Caivano a Corviale, e con le periferie del mondo. Le storie sono diverse, ma spesso condividono la stessa domanda: essere riconosciute come comunità e come cittadini a pieno titolo.
È qui che cultura e politica si incontrano. Non nella politica degli slogan, ma nelle scelte concrete. Le persone con disabilità che chiedono diritti non chiedono un favore; i ragazzi che chiedono spazi non chiedono una concessione; una biblioteca viva, una scuola capace di contrastare la dispersione, un campo sportivo, una piazza non sono lussi, ma parti della stessa idea di città.
La cultura può produrre cittadinanza perché mette in relazione ciò che normalmente resta separato, porta alla luce vite invisibili, crea linguaggi comuni e consente a una comunità di riconoscersi e di essere riconosciuta.
Anche per questo è significativa l’apertura della rassegna con Domenico Iannacone, in dialogo con l’attrice Irma Ciaramella. Il racconto delle marginalità e delle vite individuali restituisce alla periferia la sua dimensione più autentica: quella delle persone.
Ma resta una domanda fondamentale: chi racconta chi?
Se la cultura nazionale e internazionale arriva a Labaro per raccontare Labaro, il quartiere rischia di rimanere ancora una volta oggetto dello sguardo. Se invece Labaro utilizza questo incontro per raccontare sé stesso, interrogare le proprie contraddizioni e dialogare con altri mondi, allora l’operazione cambia radicalmente.
La periferia non diventa più destinataria della cultura, ma uno dei suoi luoghi di produzione. Può confrontarsi con Caivano, Corviale e altre periferie senza rinunciare alla propria specificità.
Da agro romano a borgata, da borgata a quartiere, da quartiere a comunità: questo è il viaggio che Labaro ha compiuto e sta ancora compiendo.
Il prossimo capitolo può essere quello della comunità educante: scuola, biblioteca, associazioni, famiglie, sport, istituzioni, comitati e abitanti chiamati non semplicemente a usufruire della città, ma a costruirla insieme.
Sguardi Periferici arriva dunque in un momento significativo. Può essere un evento culturale, ma può diventare anche un’occasione per cambiare il modo nel quale Roma guarda Labaro e, soprattutto, il modo nel quale Labaro guarda se stesso.
Perché la periferia non chiede più soltanto di essere vista. Chiede di vedere e di essere ascoltata.
Il Cupolone resta lassù, visibile dalla pineta. I chilometri sono sempre dieci. Ma se la cultura riesce davvero a costruire comunità, quella distanza può finalmente cominciare a ridursi.
Non portando il centro nella periferia. Ma riconoscendo che anche la periferia è città, è cultura, è bellezza, è Roma. E che Labaro non è un margine della città. È uno dei luoghi nei quali la città può imparare a diventare più giusta. E tutto questo Labaro lo sa.