
Il 17 febbraio 1965 apriva a Roma il Piper Club. Grazie a oltre 200 immagini, quasi del tutto inedite, nonché a documenti e testimonianze dei protagonisti, il libro “Il Piper Club, Tempio del beat dal 1965” di Corrado Rizza trasporterà i lettori negli unici, irripetibili e favolosi anni Sessanta.
Anni di grandi speranze per un mondo migliore, soprattutto un mondo di pace, tolleranza, uguaglianza e fraternità. E un’energia incontenibile che contagiava un enorme e pacifico esercito di giovani, pieni di ideali e di fiducia.
In tutta la sua spontaneità e genuinità, questo fermento generazionale trovò spazio e musica nei pomeriggi danzanti del Piper, che anche in questo fu, all’epoca, rivoluzionario.
Per gli adolescenti che, a quei tempi, non avevano ancora il permesso di uscire la sera, i pomeriggi al Piper rappresentarono, infatti, un’occasione imperdibile per cominciare a sentirsi già parte di una travolgente corrente giovanile.
Nel libro ritroveremo storia e storie del mitico Piper Club: ideazione, progettazione e inaugurazione, feste, complessi beat e, ovviamente, il rock. Basterà aprirlo e la magia beat ci avvolgerà con racconti, aneddoti, interviste, curiosità.
E con un rutilante caleidoscopio di ricordi di chi, in quell’epoca, aveva più o meno sedici anni…
Amarcord di un sedicenne di allora
A Giancarlo Bornigia, fondatore del Piper Club, deceduto nell’agosto del 2013 e i cui funerali si tennero a Vigna Clara, nella parrocchia Santa Chiara, la generazione degli anni ‘60 e ’70 deve tanto: l’apertura del Piper a Roma ha cambiato il modo di ballare, di vestire e di vivere, portando innovazioni culturali e nuove mode inattese per l’epoca.
Il Piper di via Tagliamento era un vecchio cinema vuoto quando, a inizio 1965, Giancarlo Bornigia ed Alberico Crocetta decidono di trasformarlo nel primo locale espressamente dedicato ai giovanissimi e alla loro voglia di ballo, di aggregazione, di necessità di stare insieme in un locale tutto loro anziché nelle feste in casa del sabato pomeriggio sotto gli occhi vigili dei genitori.
Un evento esaltante
Per i sedicenni romani attraversati dai primi brividi propedeutici a quelli del ‘68 e che cominciavano a lambire le aule dei licei della capitale, l’apertura del Piper fu un evento esaltante.
Per la prima volta avevano un locale tutto per loro nel quale, tre pomeriggi a settimana, dalle 16 alle 20, (la sera era dedicata ai maggiorenni, ed allora lo si diventava a 21 anni) era possibile scatenarsi sulle piste o illanguidirsi lontani dagli occhi indiscreti di mamma. Era il periodo del twist, del surf, soprattutto dello shake, ma era anche il tempo del ballo della mattonella.
Il rito pomeridiano
Per i sedicenni il rito era sempre lo stesso: all’uscita dal liceo le ragazze tornavano a casa per smettere gli abiti “da scuola” ed indossare, di nascosto dei genitori, minigonne e magliette attillate (piuttosto che cambiarsi direttamente nei bagni del locale) mentre i ragazzi si davano appuntamento al Bowling di viale Regina Margherita, poco distante dal Piper ed aperto fin dalle 10 del mattino (e quindi spesso meta dei “segaioli”). Un pezzo di pizza e qualche partita servivano a far passare il tempo.
Poi, alle 16 in punto, ragazze e ragazzi, con la musica nel sangue e la voglia di essere liberi nella testa, si accalcavano davanti all’ingresso del locale che li accoglieva con un’enorme sala illuminata da 350 luci multicolori ed un impianto sonoro per quei tempi veramente d’avanguardia grazie allo spiegamento di 85 sistemi di altoparlanti.
Un tocco magico: Patty, la ragazza del Piper
Ma a tutto questo si aggiungeva un tocco magico. Perché poteva capitare che alle 18 in punto salisse sul palco una ragazza bionda, trasgressiva, sensuale, dalla voce che suscitava brividi.
Nicoletta, poi Patty Pravo, di appena 2 o 3 anni più grande dei ragazzi in platea, che magnetizzava l’attenzione dell’intera sala cantando “ragazzo triste” o “la bambola” accompagnata da un complesso nella formazione standard di allora: due chitarre, batteria ed organo elettronico.
Il beat italiano ma non solo
Dal punto di vista musicale è certo che al Piper è nata la musica Beat italiana: qui si sono esibiti tutti i gruppi emergenti di quel periodo, dai The Rokes di Shel Shapiro all’Equipe 84 di Maurizio Vandelli, dai Dik Dik ai Rokketti. E poi ancora Mal, Mimi Bertè (successivamente Mia Martini), Loredana Bertè, Renato Zero.
Ma vi hanno suonato anche gruppi internazionali quali i Pink Floyd e i Procol Harum di Gary Brooker, del suo organo Hammond e del suo brano, icona ieri ed oggi della seconda metà degli anni ‘60: A whiter shade of pale.
Si racconta che i Beatles, quando vennero nel ‘65 a Roma, tentarono di passare qualche ora al Piper ma, essendo già troppo famosi, l’enorme folla di giovani che li aspettava davanti all’ingresso li costrinse a ripiegare altrove.
Musica ma anche arte
Tra musica e arte, Bornigia volle portare al Piper Club anche opere d’arte contemporanee che decoravano il fondale ed erano qualcosa di straordinario, forse poco apprezzate dai giovani frequentatori, ma sicuramente anch’esse all’avanguardia per quegli anni: due dipinti di Andy Warhol, alcuni di Schifano e opere di Piero Manzoni, di Mario Cintoli, di Rauchemberg facevano bella mostra di sé negli ampi locali.
A Giancarlo devono tanto non solo la generazione degli anni ’60 e quelle successive, ma anche la città di Roma, sprovincializzatasi velocemente dal ’65 in poi grazie anche allo sviluppo del clubbing romano e italiano, con locali storici come il Gilda e l’Alien, anch’essi figli di Bornigia ma tutti fratelli minori dell’insuperabile Piper che il prossimo 17 febbraio del 2025 compirà sessant’anni. Auguri, caro vecchio Piper.
Claudio Cafasso
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È meraviglioso avere dei ricordi che ti rallegrano quando gli anni passano. 17 anni un periodo della vita che avrei voluto eterno
Errato dire che la serata fu inaugurata dai Roker ma da Dino e i Kinkgs equipe 84