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Corso Francia, a proposito della morte di Leo

editoriale
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La morte di Leonardo Lamma, vent’anni, è un fendente senza eguali. Sono padre di un ragazzo morto quattro anni fa, per un arresto cardiaco. Mio figlio, Emiliano, aveva neanche 24 anni, ed era sano – come si dice in questi casi – come un pesce.

Due morti diverse, le loro; ma mentre scrivo provo lo stesso dolore dei genitori di Leonardo, mentre le domande sui perché della vita si aggrovigliano ai pensieri, alla rabbia, alle lacrime.

La morte non ha colore, non ha età, soprattutto non ha spiegazioni. Da quattro anni chiedo con disperazione “perché proprio a me doveva capitare una tragedia simile”, ed è la stessa identica domanda che si pongono – e si porranno sempre – i genitori di Leonardo. E diventa inutile raccogliere le forze, l’angoscia attanaglierà sempre l’anima di chi ha perso un figlio.

Sui social ho letto l’incredulità di molti, ho “visto” il pianto di chi cerca le parole per confortare chi ha perso un figlio. Che è la più atroce delle esperienze di una vita. E non ci sono parole per alleviare il dolore, questo è certo.

Scrivo, perché penso all’aldilà, e in maniera infantile immagino due ragazzi che sorridono e che da lassù osservano chi resta quaggiù a piangerli. Scrivo, con l’acuita rabbia verso chi, quando si raccontano certe storie di vita vissute, punta il dito sullo sciacallaggio della notizia.

Qui, nella redazione di VignaClaraBlog.it, una tragedia simile l’abbiamo vissuta insieme, tutti. Anche chi non era “padre” di Emiliano ha pianto. Per cui, quando ci si sfoga sui social perché bisogna trovare sempre un colpevole ai fatti che avvengono, non si guardi in questa casa.

Massimiliano Morelli

 

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