
Libro da leggere tutto d’un fiato, “Il nostro teatro dei sogni”, scritto a quattro mani da Fabio Argentini e Luigi Panella, è un unicum nel comparto di un’editoria sportiva che vive un momento di stanca, centinaia di manoscritti e altrettante biografie, a volte raccontate dai diretti interessati, ovviamente pronti sempre a dire, come l’oste, che il loro vino è il più buono di tutti.
Diversamente, la coppia Argentini-Panella è pronta a ripercorrere le tappe di una incomparabile narrazione, quella di uno stadio amato anche da chi ne è uscito sconfitto e che fa parte della storia “de Roma”, ma soprattutto della storia di chiunque nato nella città eterna, soprattutto di chi ha vissuto e vive lo sport in maniera viscerale, sugli spalti o più semplicemente osservando l’Olimpico da fuori, mastodontico e maestoso, diverso dagli altri, capace di coccolare padri e figli, nonni e “pischelli” provenienti da ogni angolo di Roma.
Dal Mondiale del 1990 a quello di atletica, tre anni prima, passando per le notti altrettanto magiche di partite di campionato vissute con emozione unica, che si trattasse d’una stracittadina, d’una sfida per lo scudetto o per evitare la serie B poco importa.
E ancora, l’Europeo del 1968 e i gol di Riva e Anastasi alla Jugoslavia, con le torce accese in maniera spontanea, che quella volta bastò un pezzo di giornale e un cerino, fiamme al cielo per un’immagine unica, se non altro perché mai studiata a tavolino.
E l’Olimpiade del 1960, i duecento metri d’oro di Livio Berruti, gli scudetti di Roma e Lazio, il taglio del nastro del 1953, quando lo stadio fu teatro di Italia-Ungheria, ma non l’Ungheria di oggi, qui si parla della nazionale di Puskas.
E la Madonnina che guarda tutti dall’alto, pure adesso che c’è la tensostruttura che le potrebbe obnubilare la vista.
Dai, che domenica c’è un’altra partita. Un’altra emozione, l’ennesima. E poi l’attesa, per quella successiva.
Massimiliano Morelli
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