Home CRONACA Fleming-shock, la morte di Re Cecconi e le pistole di Guy

Fleming-shock, la morte di Re Cecconi e le pistole di Guy

“Aveva un volto bianco e tirato – Il caso Re Cecconi”. Un libro sul calcio che parla di un uomo ma che racconta anche com’era la capitale in quel periodo, cos’era vivere Roma nel 1977

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Roma, martedì 18 gennaio 1977. È sera, quando un uomo entra nella gioielleria di via Francesco Nitti 68, quartiere Fleming. Urla “fermi tutti questa è una rapina”. Il colpo sordo di una Walther calibro 7,5 e una decina di testimoni che assistono attoniti alla scena.

La mano che impugna l’arma è quella di Bruno Tabocchini, proprietario della gioielleria. Il presunto ladro è Luciano Re Cecconi, centrocampista della Lazio. Con lui si trovavano l’amico profumiere Giorgio Fraticcioli e il compagno di squadra Pietro Ghedin.

Uno scherzo finito in tragedia. Re Cecconi muore più tardi in ospedale, quattro minuti dopo le venti, lasciando la moglie Cesarina e due figli piccoli.

“Aveva un volto bianco e tirato – Il caso Re Cecconi”

Proprio da questa storia, che ha dell’assurdo, parte Guy Chiappaventi, giornalista di La7 molto  conosciuto nell’ambiente laziale soprattutto per la pubblicazione nel 2004 di “Pistole e palloni” nel quale raccontava i retroscena della conquista del primo scudetto bianco-azzurro.

Anche in questo nuovo libro, come nel precedente, si parla della squadra capitolina e di pistole: quella vera di Bruno Tabocchini e quella, inesistente, di Luciano Re Cecconi.

Il titolo del libro riprende una frase detta dallo stesso gioielliere durante l’apertura del processo, nel momento in cui gli venne chiesto di raccontare i fatti. Egli descrisse Re Cecconi, intento a varcare la soglia del suo negozio, come un uomo che “Aveva un volto bianco e tirato”.

L’idea iniziale, confidataci direttamente dall’autore, era quella di adottare come titolo “Il gioielliere e il Campione”, che sembrava fare un po’ il verso a una vecchia canzone di De Gregori.
La scelta di questo titolo aveva l’obiettivo di mettere i due protagonisti della vicenda sullo stesso piano, senza distinzione tra “buoni e cattivi”.

Successivamente, per necessità stilistiche di copertina, per la lunghezza del titolo e per l’immagine da apporre, è stato adottata come titolo la frase riportata da Tabocchini.

guy-chiappaventiAttraverso il suo romanzo-inchiesta, Guy, ripercorre la vicenda che ha portato alla morte di un atleta, un calciatore che, con molta probabilità, avrebbe partecipato al Mondiale di calcio del 1978, Luciano Re Cecconi.

Ma viene anche e, soprattutto, raccontata la storia di Roma, una città che in quel periodo stava vivendo gli anni di piombo, dove tabaccherie e gioiellerie non vengono più assicurate e i commercianti, terrorizzati dai furti, si armano di proprio conto.
Una città immersa in quegli anni difficili, dove il rumore di uno sparo è meno insolito di quanto si possa pensare.

Collina Fleming di quel periodo, un quartiere borghese in ascesa, è il teatro di questo tragico episodio. Luciano Re Cecconi percorreva quelle vie, viveva in quella zona e il suo volto era noto a chiunque frequentasse quelle strade. Era solito percorrere quei marciapiedi quasi quotidianamente, non solo con i suoi amici e compagni di squadra, ma anche per fare acquisti nei negozi.

Da ciò uno dei primi punti oscuri della vicenda, ovvero il fatto che Tabocchini non avesse mai visto l’Angelo biondo della Lazio prima di quel drammatico giorno.

Nonostante i dubbi e i diversi quesiti lasciati in sospeso, l’opera di Guy Chiappaventi non si propone come una revisione del processo, come egli stesso ci dichiara, ma vuole essere un modo, un mezzo per riabilitare il nome di un uomo, a quasi quarant’anni dalla sua scomparsa.

La Lazio di quei tempi è una squadra di pazzi, “selvaggi” e sentimentali, all’interno della quale chiunque ha un soprannome e, come lo stesso autore sottolinea, i soprannomi contano.

Troviamo Giorgio Chinaglia, con l’appellativo da pirata “Long John”; Petrelli, che aveva portato la passione per le armi nella squadra, veniva chiamato “El Pedro”; Wilson, il capitano, lo chiamavano “il Padrino”.

E poi c’era lui, Re Cecconi, detto “il saggio”. Uno dei motivi che ha portato alla nascita di questo libro lo si trova proprio in queste due parole: come può un uomo, la cui caratteristica principale è la saggezza, rischiare tanto, in un contesto così precario come quello romano di quei tempi, solo per uno scherzo?

Un ragazzo che veniva dall’hinterland milanese, che da piccolo riparava ferri da stiro insieme al fratello per guadagnare due soldi, che beveva il latte munto dalla propria mucca. Un bambino che a tredici anni lavorava come carrozziere la mattina, e si svegliava alle 4 e 30, per poi recarsi nel pomeriggio agli allenamenti, pedalando sulla sua bicicletta fino a Busto Arsizio dove si radunava la sua prima squadra.

Un uomo che ha conquistato tutto con le proprie mani, uno dei meno partecipi ai giochi “selvaggi” di quella pazza Lazio degli anni Settanta.

Quello che rimane più indigesto e insopportabile, allo stesso Chiappaventi, è proprio il fatto che un uomo che si è costruito da solo, che si sia sudato ogni cosa, resti ancorato alla memoria come un “cretino”.

Quella che ci viene offerta è quindi una chiave di lettura alternativa della vicenda. L’obiettivo primario è quello di rendere la dovuta memoria a un calciatore, a un professionista, a un padre di famiglia.

Un libro sul calcio che parla di un uomo

Uno stereotipo da prevenire nei confronti di questo racconto, è quello che lo lega all’argomento calcio: il pubblico di riferimento non sono direttamente i tifosi laziali.

La storia vuole raccontare com’era la capitale in quel periodo, cos’era vivere Roma e il Fleming nel 1977: una città e un quartiere che hanno vissuto gli anni caldi dell’estremizzazione politica. Ma, soprattutto, vuole raccontare chi erano i personaggi di quel gruppo, di quella squadra, marchiata come simpatizzante di destra e i cui giocatori venivano considerati fascisti.

Una storia, quella ripresa da Guy Chiappaventi, che affronta molteplici tematiche attraverso il caso di cronaca di Re Cecconi e Tabocchini.

La versione ufficiale, ma non troppo cristallina, è quella che associa la morte di Re Cecconi ad uno scherzo. Nonostante siano passati quarant’anni dalla sua scomparsa, la famiglia de L’angelo biondo della Lazio, porta ancora oggi la croce di quell’immagine costruita sul padre.

La damnatio memoriae di uno sciocco, del “buffone del villaggio”, che avendo trovato fama, crede di poter fare uno scherzo così insensato, in una gioielleria di Roma nord dove il proprietario, oltretutto, era ossessionato dalle rapine.

Attraverso il libro viene raccontata la storia di un uomo, di un campione, di una città eterna del quartiere Fleming e di un tragico epilogo, che tutt’oggi presenta qualche alone di mistero.

Presentazione del libro

La prima presentazione del libro a Roma c’è stata il 10 dicembre, nella Sala Corallo del Palazzo dei Congressi, all’Eur.  Poi un nuovo appuntamento capitolino, probabilmente l’ultimo perché lo stesso Guy ammette difficoltà emotiva in queste occasioni, il 14 gennaio, in via Palermo, alla “dolceVita GALLERY” di Marcello Geppetti. Proprio pochi giorni prima la ricorrenza del quarantesimo anniversario dalla morte di Luciano Re Cecconi.

Francesca Romana Papi

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