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Pagni e Solenghi, i ragazzi irresistibili del Teatro Olimpico

ragazzi.jpgIn scena fino al 22 dicembre al Teatro Olimpico, “I Ragazzi Irresistibili” è una commedia dai dialoghi brillanti e dal sapore dolce e malinconico, uno spettacolo di due ore (più l’intervallo) nel quale la bravura di Eros Pagni e Tullio Solenghi fa rivivere e impreziosisce il magnifico testo di Neil Simon, un classico di Broadway che a quarant’anni dalla sua prima rappresentazione continua a conquistare il pubblico per la sua miscela di umorismo, raffinatezza e umanità.

Diavolo di un Neil Simon. Fin dagli anni sessanta trionfava nei teatri di New York e del resto del mondo. I suoi testi brillavano, le sue parole erano come sinfonie morbide ed avvolgenti, i suoi dialoghi erano appuntiti ed esilaranti. Le sue commedie di successo – A piedi nudi nel parco, La Strana Coppia – divennero film di successo. Il suo nome scintillava nel firmamento dello spettacolo, i suoi introiti aumentavano di conseguenza: ce l’aveva fatta e alla grande.

Era un astro prepotentemente in ascesa, era il re della risata e niente e nessuno potevano fermarlo. Ma il commediografo statunitense decise che si poteva andare oltre, che si poteva osare, che si doveva svoltare l’angolo e scrutare un altro orizzonte.

Così, approdato con un un curriculum da veterano agli inizi degli anni settanta, il trentacinquenne Neil Simon prese una nuova risma di fogli e si mise all’opera. E il re della risata divenne un autore teatrale a trecentosessanta gradi. Le sue sinfonie morbide ed avvolgenti si arricchirono di un contrappunto malinconico crescente, alle sue parole fu inoculata una dose ulteriore di poesia e di amarezza, i suoi dialoghi appuntiti si arrotondarono, si nutrirono di una dolcezza rarefatta e più sensibile e svelarono – appunto e di più – un nuovo orizzonte.

Un’operazione di addizione, non di sottrazione; un’operazione coraggiosa per chi poteva riposarsi sugli allori e campare di rendita. Un’operazione che piacque al pubblico, che seguì immediatamente Simon sul nuovo terreno e che in quel nuovo ambito intercettò ancora più consapevolmente la propria esistenza.

Fu proprio “The Sunshine Boys” – scritto nel 1972 e messo in scena per la prima volta sul finire del 1973 – a rappresentare questo momento di svolta nella carriera di Neil Simon e nella storia del teatro contemporaneo. Con “I Ragazzi Irresistibili”, il commediografo del Bronx produsse un testo nel quale i suoi celeberrimi dialoghi continuavano a scintillare più che mai, essendo però venati (leggasi “arricchiti”) di una malinconia e di una poesia che andavano in costante crescendo con lo  sviluppo della trama, caratteristiche mantenute intatte anche nella trasposizione cinematografica del 1975 (regia di Herbert Ross, con Walter Matthau e George Burns) e in quella televisiva del 1995 (con Peter Falk e Woody Allen).

Quarant’anni dopo, martedì 10 dicembre, eccoci al Teatro Olimpico per la prima de “I Ragazzi Irresistibili” firmata dal Teatro Stabile di Genova, regia di Marco Sciaccaluga. Teatro gremito, vip nelle prime file: riconosciamo Gianni Letta e signora, Michele Mirabella, Massimo Lopez, Enrico Vaime e Giancarlo Magalli. Buio, si comincia.

E, quattro decadi dopo, ecco Eros Pagni e Tullio Solenghi, due liguri alla corte di Sua Maestà Neil Simon. Al servizio di Neil Simon; corpo, anima e talento.
Senza abbandonare nemmeno per un attimo lo spartito, senza uscire neppure per un istante dal seminato, senza sgomitare. Perché la musica è già ricca, perché i semi stanno ancora germogliando, perché i due attori non hanno né la necessità nè tanto meno la velleità di strafare.

Due attori al servizio del testo e del pubblico. Questo vuol dire umiltà, valore e consapevolezza; questo significa, volendo usare un’espressione orrenda, aver introiettato vocaboli e dialoghi, ed essere pronti a veicolarli.
E, dietro alla scioltezza e alla naturalezza, dietro ai tempi (comici e non) esattamente rispettati, dietro agli allegro, agli andante e agli adagio messi in campo dalla umana coppia Solenghi-Pagni non traspare (com’è giusto che sia) il faticoso lavoro della recitazione e la dura attività di rifinitura del regista. Ché queste cose, quelli bravi non le ostentano, ma le lasciano sempre dietro alle quinte.

Niente è andato perduto nella traduzione: la versione italiana curata da Giuliana Manganelli restituisce intatti sia la forma che il contenuto del testo di Simon. I dialoghi – ora serrati, ora morbidissimi -, i battibecchi esilaranti e le situazioni comiche ben congegnate brillano di tutta la lucentezza che il commediografo del Bronx è stato in grado di regalar loro nel suo momento più magico e ispirato.

Al Lewis (interpretato da Tullio Solenghi) e Willie Clark (Eros Pagni) hanno recitato insieme per 43 anni e non si parlano più da undici, da quando cioè il primo una sera ha detto “basta” e il secondo si è dovuto giocoforza adeguare. Clark, infatti, non esiste senza Lewis e viceversa: nel varietà popolare i due sono una coppia, un’entità unica e inscindibile.

Poi, un nipote super-paziente (il bravo Massimo Cagnina) e un’apparizione televisiva assai ben remunerata fanno sì che le strade dei due si incrocino di nuovo…

Ed eccoli questi attori del vaudeville, l’uno rancoroso, l’altro pignolo, entrambi vecchi, stanchi e stizzosi. Superati dal tempo e dai tempi, Clark e Lewis zoppicano e perdono colpi, mentre si incamminano sul viale del tramonto delle rispettive esistenze.
Ed ecco la grandezza del testo: comicità, risate e sorrisi; ma anche il retrogusto dolceamaro della malinconia, che nelle parole di Neil Simon diventa un sentimento inesorabile e garbato, spietato eppure distensivo.

Avere due o tre risate nel proprio repertorio, al momento del declino, aiuta eccome! E l’ineluttabilità della malattia e la banalità della morte diventano occasioni per riannodare i fili, mettere da parte il superfluo e ritrovarsi.

Meno male che si può ancora ridere su e con queste cose in modo intelligente. D’altronde, come scrive Julian Barnes nel suo bellissimo romanzo “Livelli di Vita” (Einaudi), è solo l’universo che fa il suo mestiere.
Noi facciamo il nostro, e ridiamo.

Giovanni Berti

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