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Al capezzale del Tevere moribondo

tevere120.jpgContinua la nostra inchiesta sullo stato del Tevere le cui condizioni, specie in questo periodo e all’interno della Capitale, appaiono drammatiche; se il degrado delle sponde e delle banchine è sotto gli occhi di tutti, quello delle acque, sporche e torbide, è più difficile da decifrare.

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Legambiente nel 2012 ha denunciato alla foce del Tevere un concentramento di colibatteri 40 volte oltre il limite consentito (“Il Tevere è una bomba di batteri” titolava la Repubblica); nella “Relazione sullo stato dell’Ambiente” del Dipartimento Tutela Ambientale del Comune di Roma la qualità delle acque superficiali all’interno di Roma viene giudicata invece “sufficiente” per quanto riguarda lo ‘stato ecologico’ sebbene se ne escluda la potabilità e l’idoneità alla vita dei pesci.

Una situazione difficile dovuta solo in parte alle numerose piene provocate dall’aumento delle piogge: “precipitazioni intense” conseguenza dei cambiamenti climatici.

Non v’è dubbio infatti che le attuali condizioni siano state aggravate da scelte scellerate, come la trasformazione degli ambienti: fossi tombati, aree urbane completamente impermeabilizzate, edifici realizzati in aree a rischio idrogeologico, inadeguatezza della rete di convogliamento delle acque piovane.

Nello studo di Legambiente, “L’Italia delle Alluvioni”, si pone l’accento, per la città di Roma, sul mancato rispetto delle aree di naturale espansione del fiume con la costruzione di migliaia di edifici nelle aree a rischio esondazione oltre a fenomeni come la cementificazione (con conseguente forte impermeabilizzazione in grado di generare “disordine idraulico”) e l’inadeguatezza della rete fognaria costretta a subire un sovraccarico che non è in grado di smaltire neanche con piogge moderate.

Ne consegue che in caso di alluvione oltre agli allagamenti c’è anche il rischio inquinamento dovuto alla enorme mole di detriti e sostanze pericolose (olii, carburanti, pesticidi, diserbanti) che finisce in acqua.

Alessandra Nguyen Xuan, Dottore di Ricerca in Tecnica Urbanistica, attribuisce, per l’area romana, l’incapacità a fare fronte alle conseguenze dovute ai cambiamenti climatici ad una “vulnerabilità istituzionale”; questa si concretizza nella diversa distribuzione delle competenze e attribuzione delle responsabilità, nel mancato coordinamento e nella resistenza ai cambiamenti.

Scrive ne “Il clima cambia le città”: “L’impostazione del governo del territorio è ancora fortemente improntato ad una struttura di tipo gerarchico ancorata alla supremazia del soggetto pubblico accompagnata tra l’altro anche da una sovrapposizione di competenze, poteri e responsabilità, che mal si coniuga con i principi di collaborazione e cooperazione tra enti territoriali. Dalla ricognizione degli strumenti di pianificazione generale e settoriale riguardanti l’area di studio, appare evidente che la questione climatica è ampiamente trascurata e sottovalutata.”

Quindi all’origine del disastro-Tevere ci sono non solo ragioni legate al dissesto idrogeologico ma anche una evidente incapacità di valutare in modo corretto i rischi e di conseguenza nell’adottare le necessarie misure di salvaguardia.

Preso atto di questo drammatico destino siamo tornati sul Tevere per accertare le condizioni del fiume a monte di Ponte Milvio; l’assenza di banchine percorribili farebbe pensare ad una situazione meno grave ma nella realtà non è così.
La vegetazione e l’enorme quantità di sabbia e terra accumulata sulle sponde nascondono uno stato di permanente degrado.

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Che le cose non vadano lo si capisce già dalle migliaia di bottiglie accatastate al di sotto del ponte; si tratta per lo più di bottiglie di birra che ogni sera anziché essere depositate nei cestini o cassonetti vengono lanciate nel vuoto. Qualcuna va in frantumi ma la maggior parte, grazie alla presenza di un consistente strato di sabbia, resta integra.

A monte di Ponte Milvio la vegetazione è cresciuta a dismisura ricoprendo perfino i muraglioni dai marmi sgangherati.

Sotto i rovi e le ortiche sono accatastate grandi quantità di rifiuti mentre in qualche piccola radura restano i segni del passaggio di vagabondi e senza tetto (la presenza di un focolare e alcune lische di pesce ci fanno pensare che questa gente si ciba di pesci che la scienza ritiene non possano vivere in queste acque avvelenate).

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Dopo Ponte Flaminio ci addentriamo lungo la sterrata che costeggia la pista ciclabile e i circoli sportivi e che va a morire nella zona di Tor di Quinto.

Sulle acque oggi di un passabile colore verdognolo ci sono le imbarcazioni dei canoisti del Circolo Aniene; il tutto farebbe pensare ad una situazione di minor degrado.

Giusto il tempo di arrivare nei pressi del “ponte dell’Olimpica”.
Se lo sgombero del campo nomadi di via del Baiardo ha in parte sanato una situazione di gravissimo disagio ambientale non ha certo risolto il problema dei rifiuti; sotto i piloni anneriti dai falò dei nomadi c’è una vera e propria discarica.

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Cumuli di immondizia e detriti sono sparsi ovunque insieme a vecchi televisori, mobili, divani e fioriere. Al riparo del ponte qualcuno vive su di un vecchio materasso e usa la buca dove è stato piazzato l’idrometro come un gabinetto.

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Inutile proseguire perchè tutto ci dice che la situazione non migliorerà.

Di fronte al degrado è naturale chiedersi quali sono le intenzioni e i progetti di chi ha competenza sul fiume; una ricerca sul web ci ha mostrato dozzine di progetti ambiziosi che hanno tutta l’aria di essere però delle nebulose.

Più interessanti ci sono sembrati gli “interventi programmati per la realizzazione del parco fluviale” contenuti in un documento del Comune di Roma; si tratta di piani e progetti di riqualificazione e trasformazione urbana di importanza “strategica” tra cui lo sviluppo della navigabilità, il risanamento dell’Idroscalo di Ostia, la realizzazione di un nuovo approdo all’altezza della Fiera di Roma, il potenziamento e il completamento del sistema di collettamento e depurazione delle acque e la realizzazione di barriere di intrappolamento, contenimento e smaltimento dei materiali flottanti sul fiume Aniene (recentemente c’è stato uno sversamento di sostanze inquinanti provenienti dalla zona di Tivoli).

Anche se ci è venuto il dubbio che naufragato il progetto di portare a Roma le Olimpiadi del 2020 sia affondato anche il Parco Fluviale.

E’ per questa ragione che abbiamo contattato la VAMS Ingegneria che nel 2010 ha ricevuto l’incarico dal Comune di Roma di realizzare uno studio di fattibilità per la riqualificazione ambientale del Fiume Tevere.

Lo studio è stato portato a termine, ci spiegano quelli della VAMS esperti in opere idrauliche, e ci dicono anche che per rendere navigabile il Tevere da Castel Giubileo alla foce è stata stimata una spesa di circa 250 milioni di Euro. Una cifra enorme ma che tiene conto delle difficoltà da superare (è sufficiente pensare ai problemi legati ai periodi di magra o alle piene o agli ostacoli rappresentati da Ponte Milvio e Isola Tiberina).

Forse si potrebbe ripiegare, per risparmiare, su di un “parco fluviale” non navigabile o sperare nell’intervento di un mecenate disposto a farsi carico, come per il restauro del Colosseo, delle ingenti spese; non si dovrebbe neppure escludere una cordata di soggetti privati a cui affidare, a risanamento compiuto, la gestione di tutti i servizi.

Cosa c’è di concreto in tutto questo non siamo stati comunque in grado di accertarlo; forse niente dal momento che l’ultimo intervento di risanamento delle sponde del Tevere, costato 8 milioni di Euro (fondi della Protezione Civile) è stato intrapreso nel lontano 2008.

Una cosa però è certa; di fronte allo scempio del Tevere l’individuazione durante gli Stati Generali di “Roma città della sostenibilità ambientale” ci sembra proprio una beffa.

Francesco Gargaglia

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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2 COMMENTI

  1. Prima di parlare di progetti per il fiume come la navigabilità, bisognerebbe cominciare con la rimozione dell’enorme quantità di rifiuti in gran parte riciclabili che deturpano le sponde del Tevere. Si cominci con ripristinare l’igiene ambientale, il decoro e la depurazione delle acque, poi cominciamo pure a parlare di altre iniziative.

  2. Gentile Mauro la navigabilità e il risanamento del Tevere sono due aspetti dello stesso problema. Il fiume una volta risanato (che non vuol dire solo rimozione dei rifiuti ma anche interventi contro la captazione delle acque, il prelievo di sabbia e ghiaia, la bonifica e pulizia delle aree golenali, la depurazione degli scarichi, la rimozione degli ostacoli ecc.) diventa navigabile. E non è necessario usare grandi battelli ma, tenuto conto del regime delle acque, si potrebbero utilizzare per il pubblico le imbarcazioni impiegate sul delta del Po per portare in visita i turisti (barche in plastica made in USA con carena ad ala di gabbiano, molto sicure, in grado di imbarcare 15-20 persone e con un pescaggio di pochi centimetri). Se poi 250 milioni di Euro sembrano troppi basta pensare che sono quasi quanto il finanziamento annuo dei partiti e appena un quarto di quanto lo Stato dovrà sborsare per non aver fatto il Ponte sullo Stretto di Messina. Saluti.

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