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Sting, un gentiluomo inglese al Foro Italico

sting120.jpgGordon Matthew Thomas Sumner sarà di nuovo in Italia a luglio per tre concerti. Accompagnato da una band di cinque musicisti, il cantautore britannico noto a tutti come Sting arriverà anche dalle nostre parti, al Centrale del Foro Italico, per una tappa del suo “Back To Bass Tour”. La sera di martedì 9 luglio – inizio alle ore 21 – costituirà l’occasione per riascoltare molti brani della sua produzione solista e parecchie pietre miliari del repertorio dei Police. Vediamo insieme cosa ci riserverà questo attesissimo show.

Non si può certo accusare Sting di pigrizia. Negli ultimi sette anni, lo splendido sessantunenne e spicci di Wallsend, contea di Tyne and Wear, Regno Unito, ha proposto, insieme al liutista bosniaco Edin Karamazov, le evocative canzoni del XVI secolo di John Dowland (“Songs from the Labyirinth”), si è ritrovato con Andy Summers e Stewart Copeland per il tour – milionario, planetario, acclamatissimo – della reunion dei Police, ha fatto uscire, prendendo in prestito il titolo di un romanzo di Italo Calvino, un album di musica tradizionale inglese (“If On a Winter’s Night…”) e con il disco e il tour “Symphonicities” ha reinterpretato magnificamente alcuni dei suoi brani con l’accompagnamento della Royal Philarmonic Orchestra.

A seguito della pubblicazione di “The Best of 25 Years”, il ricco cofanetto che fa il punto delle sue prime cinque decadi di carriera solista, Sting si è imbarcato fin dall’ottobre del 2011 in questo lungo tour che a breve approderà di nuovo in Italia.

Non si può rimproverare a questo gentleman inglese di anelare alle pantofole e al vestaglione di flanella, dunque! Certo, obietterà qualcuno, in questi ultimi anni, il cantautore albionico ha più che altro guardato al passato, riscoperto e riproposto la tradizione, reinventato i propri successi, lustrato l’argenteria, dato che il suo ultimo album di inediti, “Sacred Love”, risale addirittura al 2003.

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Osservazioni fondate, non c’è dubbio. Ma, d’altro canto, la validità di queste critiche è inversamente proporzionale alla qualità del repertorio dell’artista considerato.

Qui parliamo di “Roxanne” e “Desert Rose”, di “Fragile” e “Next to You”, mica pizza e fichi! Se Roger Waters rifà tutto “The Wall” dal vivo, mica ci offendiamo; se sentissimo tutte le tracce di “The River” in uno dei prossimi concerti di Springsteen (sempre sia lodato), mica ci rimarremmo male. Tutt’altro.

Dipende dall’entità della posta in gioco, se nello scrigno ci sono pietre preziose o vetri senza valore. Non è forse vero che il prima citato Italo Calvino diceva che “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” e che questa frase può essere applicata anche alle canzoni?

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E allora, dato che anche nel caso di mr. Sumner le gemme e i classici non mancano affatto, anche se non c’è differenza fra la setlist di Boston e quella di Abu Dhabi, prepariamoci con lo spirito giusto a questa tappa romana del “Bak to Bass” tour, in cui Sting, tornato al suo strumento d’elezione e sempre dotato di una voce vellutata e suggestiva, è accompagnato da musicisti di primo piano: Dominic Miller (chitarra), Vinnie Colaiuta (batteria), David Sancious (membro della prima E Street Band di Springsteen, alle tastiere), Peter Tickell (violino elettrico) e Jo Lawry (cori).

Diamo, dunque, un’occhiata alla probabile scaletta dello show capitolino di Sting, una setlist che, caratterizzata da un perfetto equilibrio fra i brani alternative rock e post punk (con venature reggae) dei Police e le canzoni pop-rock (con incursioni nel jazz) della sua produzione solista, copre un arco temporale che va dal 1978 al 1999, se consideriamo la data pubblicazione degli album.

Il concerto si apre con If I Ever Lose My Faith in You (da “Ten Summoner’s Tale”, 1993, il quarto album solista), seguita dalla romantica Every Little Thing She Does is Magic (“Ghost in the Machine”, 1981, il quarto album dei Police) e dalla deliziosa Englishman in New York (“…Nothing Like the Sun”, 1987, il secondo album solista), cui diede tantissimo il magico sassofono di Branford Marsalis.

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La leggerezza di All This Time (“The Soul Cages”, 1991, il terzo album solista) o di Seven Days (“Ten Summoner’s Tale”) precede la rockeggiante Demolition Man (“Ghost in the Machine”) e I Hung My Head (“Mercury Falling, 1996, il quinto album solista), prima che l’incantevole Fields of Gold (“Ten Summoner’s Tale”) conquisti senza eccezione i cuori di tutti gli spettatori.

L’incalzante e ipnotica Driven to Tears (“Zenyattà Mondatta”, 1980, terzo album dei Police) cede il posto alla frizzante Heavy Cloud No Rain (“Ten Summoner’s Tale”) e al super classico dei Police Message in a Bottle (“Reggatta de Blanc, 1979). Sembra evidente, a questo punto, che Sting sia davvero affezionato in modo particolare al suo “Ten Summoner’s Tale”, dato che il carezzevole e malinconico Shape of My Heart è il quinto brano dell’album che viene eseguito in questo concerto.

Dopo The Hounds of Winter (“Mercury Falling”) arriva un trittico tutto targato Police: la suadente Wrapped Around Your Finger (“Synchronicity”, 1983), la scanzonata De Do Do Do, De Da Da Da (“Zenyattà Mondatta”) e l’incomparabile Roxanne (“Outlands d’Amour”, 1978). Con questa canzone leggendaria, il primo singolo del primo album della band, che parla di un ragazzo innamorato di una prostituta, si conclude il set, prima dei bis.

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Nella fase conclusiva dello show, arrivano, una dopo l’altra, tre gemme come l’ipnotica e arabeggiante Desert Rose (“Brand New Day”, 1999, sesto album solista), l’immensa King of Pain (“Synchronicity”, 1983) e l’eterea  Walking on the Moon (“Reggatta de Blanc”), prima che Sting tiri fuori dal cilindro l’ossessiva Every Breath You Take (“Synchronicity”) che due anni dopo venne messa nella giusta prospettiva da “If You Love Somebody Set Them Free .”

L’incalzante Next to You (“Outlands d’Amour”) e l’intensa Fragile (“…Nothing Like the Sun”) chiudono il concerto, due ore e spicci di musica d’autore, un viaggio nella produzione inimitabile di mr. Gordon Matthew Thomas Sumner, un gentiluomo inglese al Foro Italico che ancora non ha finito di dire quel che ha da dire.

Giovanni Berti

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