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Il Roma Film Fest si apre con Rashomon restaurato, la occupazione del red carpet e l intimista The Freebie

Il giorno dell’apertura ufficiale della V Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma è stato caratterizzato dall’occupazione simbolica del red carpet da parte dei lavoratori del mondo dello spettacolo e della cultura, che protestavano contro la chiusura della Casa del Cinema e contro i tagli del Fondo Unico per lo Spettacolo, e dalla proiezione in anteprima italiana di Rashomon, il capolavoro restaurato di Akira Kurosawa, e del film The Freebie, la pellicola indipendente e intimista che ha conquistato il Sundance Festival.

Sono le 16.15 di giovedì quando sul palco della Sala Petrassi sale Gaia Morrione, responsabile della sezione Occhio sul Mondo – Focus, quest’anno interamente dedicata al Giappone. Dopo una sua breve introduzione, si spengono le luci in sala e partono le immagini di Rashomon, il film del 1950 con protagonista Toshiro Mifune presentato per la prima volta in Italia nella sua versione restaurata e firmato dal grande maestro Akira Kurosawa, del quale nel 2010 ricorre il centenario della nascita.
Si tratta di una pellicola che si pone interrogativi sulla intrinseca natura dell’uomo, di un’opera che si domanda se, nonostante la malvagità e l’inganno, la meschinità, la lussuria e il tradimento, che pure ne punteggiano l’esistenza, si possa aver fiducia nell’essere umano. Ecco il sole, ecco le luci e le ombre della foresta, la pioggia torrenziale che si abbatte sul tempio in rovina. Ecco il bene e il male che si fronteggiano, che si combattono strenuamente, cercando di annullarsi vicendevolmente o di riportare una seppur parziale vittoria. Ecco poi il finale del film che, come dirà nell’incontro successivo alla proiezione il saggista e critico Goffredo Fofi, sancisce in modo chiaro ed inequivocabile il carattere profondamente umanista del cinema di Kurosawa, ponendolo sullo stesso piano di Faulkner e di Tolstoj, morto nel 1910, nell’anno in cui nasceva il cineasta giapponese.
Ospiti dell’incontro sono anche Teruyo Nogami, segretaria di edizione di tutti i film di Kurosawa, e Vittorio Dalle Ore, aiuto regista del grande maestro dal 1983 al 1993. Tramite la testimonianza della signora Nogami e le parole di Dalle Ore, nonchè attraverso le immagini montate per quest’occasione proprio dall’unico collaboratore italiano del cineasta nipponico, emergono informazioni preziose sul modo di lavorare di Kurosawa: nessuno poteva toccare il film, che il maestro montava personalmente, la sala di montaggio era il suo territorio, off limits per quasi tutti, tranne che per alcuni suoi stretti collaboratori, che vi venivano ammessi ma non potevano toccare la pellicola, avendo però la possibilità di carpire l’arte del montaggio (Dalle Ore fu nel novero di questi, pochi, fortunati).
La scena partiva sempre dai suoi disegni (Kurosawa era anche pittore) e veniva studiata e preparata lungamente, anche con la collaborazione dei suoi fidati operatori che davano suggerimenti preziosi sugli oggetti che dovevano comparirvi e sugli effetti che si potevano architettare per renderla più credibile e veritiera. La scena, poi, veniva girata rapidamente, una volta sola, quasi sempre in piano sequenza con tra macchine da presa, per evitare di spezzarla ed interromperla con i controcampi. Kurosawa sul set esigeva la massima attenzione e concentrazione, coinvolgeva tutti con le sue idee e le sue indicazioni. Alla fine della giornata di riprese, cast e troupe mangiavano e bevevano tutti insieme.
Il maestro giapponese era un perfezionista, che curava ogni dettaglio, che voleva seguire ogni aspetto della realizzazione del film, occupandosi anche dei manifesti. Non poteva comporre la musica, ma la ascoltava a lungo cercando di individuare i punti esatti in cui inseririla. Litigava spesso con i musicisti ed erano celebri le sue arrabbiature sul set, tutte motivate dalla circostanza che le cose non stavano andando per il verso giusto. Il suo cinema è un atto di amore e di fiducia per l’umanità, una miniera d’oro per i cineasti che verranno dopo, per Sergio Leone specialmente.
Una curiosità: inaspettatamente il film nel 1951 vinse il Leone d’Oro a Venezia, ma la produzione era talmente scettica sul fatto che la pellicola partecipasse ad un concorso cinematografico, perdipiù in occidente, che non c’era nessuno a sostenerla e rappresentarla, cosicchè per la premiazione si dovette cercare tra il pubblico un uomo dai tratti orientali che potesse ritirare il premio.

Sono le 18.50 quando lasciamo la Sala Petrassi ed usciamo all’esterno. Nel frattempo, come era stato precedentemente annunciato, i lavoratori dell’audiovisivo italiano hanno occupato simbolicamente il red carpet, nella zona della cavea, e stanno tenendo un’assemblea pubblica nella quale espongono le ragioni della loro protesta e della loro lotta. Sotto la denominazione “Tutti a Casa”, dal titolo del film di Comencini con Alberto Sordi, 32 associazioni del mondo dello spettacolo e della cultura protestano contro la chiusura della Casa del Cinema, contro la diminuizione degli investimenti nella fiction nazionale, contro il ventilato smantellamento di Cinecittà, contro i tagli del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) che riguardano cinema, teatro, televisivione e danza, e contro l’eliminazione delle agevolazioni fiscali, sottolineanando la mancanza di norme a tutela dei lavoratori di questi comparti e l’assenza di una visione e di una prospettiva che mantenga allo spettacolo e alla cultura il ruolo di primo piano che merita in questo paese.

Sulla parte superiore della cavea sono esposti diversi striscioni: leggiamo “la cultura è un diritto”, “lunga e dolce vita a Cinecittà”, “regole, rispetto e dignità”, “nessun dorma”, “cultura omicidio di stato” (con disegnata la sagoma di un cadavere), “questo è l’ultimo film italiano che vedrete” (con il disegno di un elettroencefalogramma piatto). “E’ una controriforma!“, dice Neri Marcorè, dopo che si sono succeduti gli interventi degli studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia e dell’istituto “Roberto Rossellini” (l’unico istituto di stato che forma i professionisti della cinematografia e della televisione), dopo che hanno parlato i lavoratori di Cinecittà e della Casa del Cinema e un rappresentante delle associazioni registi televisivi. I manifestanti ricevono la solidarietà di Piera De Tassis, direttore artistico del Festival, di Sergio Castellitto e dell’intera giuria internazionale che il grande attore italiano presiede. La loro adesione alla protesta è concreta: la De Tassis e tutta la giuria raggiungono i manifestanti, mentre in mezzo a loro Castellitto legge, a nome della giuria e del cinema italiano, il comunicato dei lavoratori: “la casa del cinema è nostra, gli investimenti nella fiction sono diminuiti di un terzo, il lavoro delle troupe si è dimezzato, sono state tolte le agevolazioni fiscali. Noi non vogliamo elemosina, ma finanziamenti pubblici ed agevolazioni fiscali, non siamo privilegiati: gli investimenti nel cinema ritornano triplicati, la cultura e lo spettacolo sono anche una risorsa, un investimento economico fruttuoso. La cultutra non si mangia, ma nutre 250.000 persone che lavorano nell’industria dell’audiovisivo e il pubblico che tramite essa viene gratificato nello spirito”.

Applausi scroscianti. Dopo altri interventi, viene annunciato che anche il cast di Last Night (di cui vi parleremo nei prossimi giorni), che a causa dell’occupazione ha dovuto rinunciare al red carpet, vuole portare il proprio saluto e la propria solidarietà. Fanno così capolino tra i lavoratori in assemblea pubblica, la regista Massy Tadjedin, l’attore Sam Worthington e le bellissime Eva Mendes e Keira Knightley, che ricevono molti applausi e vengono omaggiate delle magliette simbolo della protesta (bianche con la scritta in rosso “tutti a casa”). Infine, viene letto un comunicato del Ministro per i Beni e le Attività Culturali: Sandro Bondi scrive che la “protesta è totalmente ingiustificata e messa in piedi da persone che nulla hanno a che fare con la cultura”.

Dopo aver preso nota delle ragioni e delle modalità di svolgimento della protesta, alle 20.15 ritorniamo alla Sala Petrassi dove siamo molto curiosi di assistere alla proiezione di The Freebie (letteralmente: “l’omaggio”), il film scritto, diretto, prodotto e interpretato dal giovane talento Katie Aselton, che viene presentato fuori concorso nella sezione L’Altro Cinema Extra e che ha avuto molto successo al Sundance Festival, la manifestaizone dedicata al cinema indipendente che Robert  Redford organizza ogni anno nello stato americano dello Utah.
Si tratta di una pellicola brillante, provocatoria ed intimista, girata in modo spigliato e sicuro ed incentrata sui primi piani dei volti dei due bravissimi protagonisti (Dax Shepard e Katie Aselton). E’ un film che farà discutere per la tematica trattata, per gli interrogativi che provocatoriamente ed astutamente solleva, è un lungometraggio su amore e tradimento che si avvale di dialoghi serrati, cervellotici e convincenti, di immagini che sanno rendere alla perfezione la vita intima della coppia.  I due sono sposati, sono complici, si divertono un mondo a godere l’uno della presenza dell’altra, ma non riescono a ricordarsi con precisione quand’è stata l’ultima volta che hanno fatto l’amore e così pensano di risolvere questo problema…Abilità nella scrittura, brillantezza nella regia, talento nella recitazione: di Katie Aselton sentiremo parlare a lungo. Il film uscirà presto anche nelle sale italiane, non perdetelo.

Giovanni Berti

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