Home ARTE E CULTURA L’uomo che verrà, capolavoro di rigore storico e poesia

L’uomo che verrà, capolavoro di rigore storico e poesia

cinema.jpgLa sera di lunedì 18 gennaio, presso il teatro studio dell’Auditorium, è stata proiettato in anteprima il film di Giorgio Diritti, L’uomo che verrà, pellicola molto apprezzata dal pubblico e dalla critica nel corso dell’ultima edizione del Festival del Film di Roma (dove ha ottenuto ben tre premi) e la cui uscita nelle sale è prevista per venerdì prossimo 22 gennaio

Il lungometraggio ci riporta all’inverno del 1943 e fotografa l’esistenza dura e semplice delle famiglie contadine che vivono alle pendici del Monte Sole, nell’appennino bolognese. Martina ha 8 anni ed in precedenza ha perso un fratellino di pochi giorni: da allora ha smesso di parlare. La mamma rimane nuovamente incinta e Martina vive nell’attesa del bambino che nascerà, mentre la guerra e l’occupazione tedesca rendono la vita sempre più difficile. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 il bambino viene alla luce e quasi contemporaneamente le SS scatenano nella zona un feroce e criminale rastrellamento, che passerà alla storia come la strage di Marzabotto e che determinerà la morte di oltre settecento persone, in prevalenza bambini, donne ed anziani.

Girato interamente in antico dialetto bolognese e con i sottotitoli in italiano, il film è un autentico capolavoro che ha alle spalle una lunga gestazione e una preparazione accuratissima basata su interviste ai sopravvissuti al massacro ed ai partigiani della zona e documentata da diversi libri, anche solo fotografici, luomo-che-verra.jpgsulla realtà del tempo e sull’argomento. E’ sufficiente qualche fotogramma (potremmo dire “pennellata”) ed immediatamente i luoghi, la musica assai evocativa, i volti, gli abiti indossati, l’uso del dialetto, il suono in presa diretta e le descrizioni mirabili della dura vita contadina ci restituiscono con precisione e grande efficacia, senza toni epici o inutilmente drammatizzati, un affresco fedele dell’esistenza di quel tempo e di quel luogo.Questa caratteristica, questa puntualità descrittiva, rimane inalterata durante tutta la durata del lungometraggio, costituendone uno dei punti di forza.  Avvalendosi, come nel suo film precedente Il vento fa il suo giro, pure di attori non professionisti, il regista Giorgio Diritti racconta con grande rigore le usanze e le tradizioni della cultura contadina, ed anche per i successivi, drammatici sviluppi della vicenda, si serve con abilità dello sguardo e degli occhi, ora di bambina ora di giovane adolescente, di Martina (Greta Zuccari Montanari), la piccola protagonista.Bravissimi gli attori “professionisti”: Maya Sansa, Alba Rohrwacher e Claudio Casadio, su tutti, fanno un lavoro eccelso.

A questa precisa ricostruzione storica (che da sola vale il costo del biglietto) si aggiunge la poesia della quale il lungometraggio è lievemente e costantemente impregnato. Non ci sono scivolate o scorciatoie furbe in questo film, che evita e lascia fuori ogni tipo di retorica o di astuta enfatizzazione, cosa raramente accaduta nella cinematografia sull’argomento. Mancano gli eroi in questa pellicola, non ci sono i buoni contro i cattivi. Al centro ci sono le persone, le persone semplici che, come hanno fatto i loro antenati, vogliono semplicemente portare avanti la propria esistenza coltivando i poderi, allevando il bestiame e raccogliendo il frutto della vigna. Una vita dura, che viene ulteriormente complicata dalle leggi per le quali non si possono macellare i maiali o cambiare il podere, resa difficile dagli occupanti tedeschi (“ma perchè non se stanno a casa loro“, dice con semplice e disarmante verità uno dei contadini) e poi stroncata dalla ferocia di un rastrellamento disumano e criminale.

Il film, oltre che ai familiari delle vittime della strage di Marzabotto, è dedicato proprio a tutti coloro – milioni di persone – che la guerra non l’hanno voluta (non la vogliono) e che drammaticamente hanno dovuto subirne le conseguenze (ne subiscono le conseguenze) .

La pellicola, che uscirà venerdì prossimo solo in 55 copie in tutta Italia (speriamo davvero che l’affluenza  degli spettatori le faccia aumentare: il film è bellissimo e merita di essere visto da tutti), pur possedendo una sua cifra stilistica personale (è il cinema di Giorgio Diritti, che il mestiere lo conosce a 360 gradi essendo regista, sceneggiatore e montatore ed essendosi fatto le ossa lavorando insieme a Carlo Lizzani, Lina Wertmuller, Florestano Vancini e Pupi Avati), contiene chiari riferimenti alla filmografia di Ermanno Olmi (la recitazione in dialetto, gli attori non professionisti) e a quella dei Fratelli Taviani (pensiamo, in particolare, a La Notte di San Lorenzo, per la natura della storia raccontata, per le comparse reclutate sul posto).
Da non perdere. E’ grande cinema, sobrio, rigoroso ed emozionante.

Giovanni Berti


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