Home ARTE E CULTURA De Andrè canta De Andrè, sognando e viaggiando nella musica di Faber

De Andrè canta De Andrè, sognando e viaggiando nella musica di Faber

29 luglio, con il concerto sold-out  “De Andrè canta De Andrè” si è conclusa alla cavea dell’Auditorium la settima edizione della manifestazione “Luglio suona bene”, che quest’anno ha registrato un’affluenza record (più di 60mila presenze) grazie anche al fatto che dopo sei anni di assenza è tornato sulle scene, accompagnato dalla sua ottima band, Cristiano De Andrè, 46 anni, cantante, autore e polistrumentista  – suona il piano, il violino, il bouzouki e la chitarra.

E figlio d’arte, naturalmente. A dieci anni dalla morte del padre, Cristiano ha deciso di confrontarsi con lo sterminato repertorio di Faber, scegliendone una ventina di brani e mettendo in piedi uno spettacolo che per due ore si è lasciato apprezzare come un viaggio affettuoso ed attento tra i ricordi e le canzoni del passato. Si comincia con l’incedere cupo e blues di Megu Megun, brano tutto in lingua genovese il cui titolo può essere tradotto in “medico medicone” e che consiste nella lamentela di un malato immaginario contro il suo dottore, colpevole di volerlo far alzare dal letto. L’ipocondriaco, del quale sentiamo anche il respiro affannoso, è spaventato dalla gente che fa domande, dalle persone sporche che possono trasmettere le malattie, dalle donne che possono far innamorare. Alla fine, il protagonista decide che è meglio non uscire di casa e rimanere a letto, come il rinunciatario Oblomov dell’omonimo romanzo di Goncarov.

Segue ‘A Cimma, canzone anch’essa in lingua genovese, nella quale viene descritta la preparazione di un piatto tipico della cucina ligure. La cima è un pezzo di carne di pancia di vitello tagliata in modo da formare una tasca, che viene farcita di “ogni ben di Dio” (parmigiano, uova, guanciale ) e poi cucita a mano per evitare che il ripieno fuoriesca. Successivamente viene bollita con verdure per alcune ore e poi lasciata a riposo. Entrambi i pezzi sono estratti da “Le Nuvole” (1990), disco che inaugura la collaborazione tra De Andrè ed Ivano Fossati – coautori del testo di ambedue le canzoni – e che prende il titolo dalla commedia di Aristofane, nella quale “nuvole” erano considerati i sofisti, portatori di idee rivoluzionarie rispetto alla ideologia conservatrice dell’autore. Fabrizio De Andrè, in un’intervista del 1990, chiarisce che “…le mie nuvole sono invece da intendersi come quei personaggi ingombranti e incombenti nella nostra vita sociale, politica ed economica; sono tutti coloro che hanno terrore del nuovo perche’ il nuovo potrebbe sovvertire le loro posizioni di potere.”

A questo punto, Cristiano, molto emozionato, racconta un aneddotto avvenuto quando aveva tre o cinque anni: il padre acquista una casa a Savignone, vicino 11.jpga Genova, che comprende un orto smisurato. Contrariamente al parere dei contadini, che lo sconsigliano, Faber decide di piantare 500 piante di peperoni in una zona dove i peperoni non sono mai cresciuti. Dopo tre anni di tentativi falliti, nasce un peperone grande come un indice. Fabrizio e’ entusiasta e con orgoglio mostra il peperone a tutti i contadini della zona. Un giorno, pero’, lo trova privo della punta. Costernato ed inferocito, chiama alcuni esperti, che vengono anche dalla Francia, per cercare di capire quale insetto possa aver causato questa sciagura. Dopo dieci giorni di investigazioni infruttuose e di ipotesi campate per aria, Faber guarda il piccolo peperone morsicato e poi il figlio piccolo. Una volta, due volte e poi gli dice: “Sarai stato mica tu?” e Cristiano gli risponde: “Non mi picchi vero?“. Al pubblico della cavea, Cristiano racconta divertito di averle prese dal padre”per la prima e l’ultima volta” e di “essere stato inseguito fino a Genova!!“. Tornando serio e con ancora la voce incerta per l’emozione, Cristiano dice che “ora che mi sono tolto molte malinconie posso finalmente cantare le canzoni di mio padre, al quale mi lega sempre un filo invisibile“. Racconta anche di averlo conosciuto bene solo quando Faber gli chiese di unirsi a lui per il tour del 1981 e che, prima, invece lo aveva conosciuto solo “a sprazzi“, pur sapendo per interposta persona del suo affetto e del suo rispetto.

Si continua con Ho visto Nina Volare, brano estratto da “Anime Salve” (1996) disco nel quale prosegue e si rafforza la collaborazione tra De Andre’ e Fossati, che scrivono insieme tutte le canzoni, e che si presenta come un viaggio nel mondo degli umili, dei reietti e dei dimenticati. Il tema prevalente di questo album e’ la solitudine nella quale versano le “anime salve” – gli spiriti liberi – solitudine che consente loro di non essere condizionati dalla societa’. Lo spunto per il titolo di questa canzone dovrebbe essere un’amica d’infanzia di De Andre’, mentre le parole rimandano ad immagini come l’altalena e soprattutto l’arnia (“mastica e sputa da una parte il miele, mastica e sputa dall’altra la cera“).
E’ la volta di Don Raffae’ (sempre da “Le Nuvole), un’ironica ed ispirata denuncia contro l’illegalita’ all’interno delle prigioni, nelle quali il secondino, che dovrebbe essere colui che controlla il carcerato, invece chiede aiuto ed appoggio all’illustre e potente detenuto, comportandosi con deferenza e chiedendogli 21.jpgfavori e raccomandazioni. Il boss della camorra Raffaele Cutolo mando’ una lettera al cantautore genovese ringraziandolo per la canzone e per aver cosi’ bene colto la sua personalita’. De Andre’ gli rispose con gentilezza che il pezzo non era dedicato a lui ma che, se voleva, poteva identificarsi nel personagggio. Della canzone, ricordiamo una bellissima esecuzione in coppia con Roberto Murolo al concerto del Primo Maggio del 1993. Terminato il pezzo, Cristiano, e’ piu’ rilassato e ricorda una cena a casa del padre avvenuta circa quindici anni fa. In quella occasione, il figlio fece sentire al padre una sua composizione musicale, che Fabrizio volle registrare su un registratore antidiluviano. Dopo la cena, verso mezzanotte, Cristiano se ne ando’ a casa. La mattina successiva squillo’ il telefono e Cristiano, con la voce impastata dal sonno, rispose: “pronto?“.  – Ci’, ho scritto il testo, e’ pronto, vieni subito qua”  disse la voce all’altro capo del filo.  – Ma papa’, sono le 5 e un quarto del mattino!!! Va bene arrivo! Cristiano prese un taxi e si precipito’ a casa del padre. Il testo era pronto, eccome se lo era!, sottolinea Cristiano. Si trattava di Cose che dimentico, l’unica canzone che padre e figlio firmano insieme e che compare nell’album di Cristiano “Sul Confine” (1995). Il pezzo, fin dalla sua stesura, e’ dedicato a Ferdinando, un amico e poeta gallurese, che era da poco morto a causa dell’AIDS, in un periodo in cui i malati di AIDS erano ghettizzati.

Bellissima e struggente l’esecuzione live della successiva Se ti tagliassero a pezzetti(“Indiano“, 1981), insieme canzone d’amore (“se ti tagliassero a pezzetti il vento li raccoglierebbe, il regno dei ragni cucirebbe la pelle e la luna, la luna, tesserebbe i capelli e il viso e il polline di un dio, di un dio il sorriso”) ed inno alla liberta’ (“signora liberta’, signorina anarchia“). Tornano le testimonianze della collaborazione di Faber con Fossati con Smisurata preghiera, ultimo brano contenuto in “Anime Salve“, quello che ne riassume l’intero significato: un atto d’amore di De Andre’ nei confronti delle minoranze, “per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanita’, di verita’”. Verranno a chiederti del nostro amore (“Storia di un impiegato”, 1973) e’ un altro momento molto toccante, con Cristiano che canta in modo assai ispirato, accompagnandosi da solo al piano. Al termine, lo stesso Cristiano ricorda la nascita e la prima esecuzione di questo splendido brano: il padre sveglio’ alle quattro del mattino la prima moglie – nonche’ madre di Cristiano – Puni e nel salotto di casa le fece ascoltare la canzone. Il piccolo Cristiano assistette a tutta la scena attraverso il buco della serratura – “lo spioncino” – e rammenta con commozione di aver visto i genitori abbracciarsi alla fine. E’ il momento di Oceano, da “Volume 8” (1975), disco nel quale si consolida la collaborazione con Francesco De Gregori. La canzone ha una sua storia peculiare ed e’ lo stesso Cristiano che la racconta prima di eseguire il brano. Al piccolo De Andre’, che in quel periodo 41.jpgaveva circa 12 anni, era molto piaciuta la canzone di De Gregori “Alice” e domandava insistentemente a tutti quelli che conosceva il perche’ Alice guardasse i gatti e non altre cose. Arrivato alla casa paterna in Sardegna per le vacanze estive, vi trovo’ De Gregori che stava appunto lavorando insieme al padre alle canzoni che poi sarebbero state incluse nell’ottavo album del cantautore genovese. Non gli sembro’ vero ed inizio’ a chiedere direttamente ed (incessantemente) all’autore: “ma perche’ Alice guarda i gatti?”. De Gregori non rispose mai a questa domanda, ma un giorno, mentre era seduto sul divano insieme a Fabrizio, disse a Cristiano che finalmente, lui e il papa’, avevano la risposta alla sua domanda. E gli fece ascoltare una versione acustica di Oceano: ” ed arrivo’ un bambino con le mani in tasca / ed un oceano verde dietro le spalle / disse “vorrei sapere quanto e’ grande il verde / come e’ bello il mare, quanto dura una stanza / e’ troppo tempo che guardo il sole, mi ha fatto male”. Tempo dopo, Cristiano chiamo’ Alice sua figlia, che ora ha 10 anni. Alla canzone Cristiano restituisce la connotazione folk, voce piu’ chitarra, che il pezzo aveva quando lo senti’ cantato per la prima volta da De Gregori a Portobello di Gallura.

Decisamente azzeccata la scelta di unire in un medley molto rock Andrea (storia di un amore omosessuale durante la prima guerra mondiale, da Rimini 1978), La Cattiva Strada (una ballata acustica tipica di De Gregori, “giocata” in tre accordi, daVolume 8 ) e Un Giudice (brano che e’ imperniato sulla figura di un nano che diventa giudice e si vendica della propria condizione attraverso il potere di giudicare e condannare, incutendo timore  a quelli che prima lo deridevano, salvo poi inginocchiarsi nel momento della morte “non conoscendo affatto la statura di Dio”). Quest’ultimo brano e’ tratto da Non al denaro non all’amore ne’ al cielo, l’album del 1971 che a De Andre’ fu ispirato dalla traduzione che Fernanda Pivano fece dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

Ancora la lingua genovese con Creuza de Ma, gemma tratta dall’omonimo album del 1984, che e’ cantato interamente in genovese e che fu premiato in modo sorprendente sia dalla critica che dal pubblico. Il testo di questo meraviglioso brano descrive il ritorno dei marinai a riva e il modo in cui essi si sentano degli estranei quando sono sulla terraferma. Alla fine, il padrone della corda – il loro destino, la loro scelta – li riportera’ al mare e alle loro vite di eterni viaggiatori.

Ascoltiamo con immenso piacere La canzone di Marinella (“Tutto Fabrizio De Andre’, 1966) con cui si continua a raccontare in modo straordinariamente poetico la storia di una ragazza che abitava nelle campagne vicino ad Asti e che a 16 anni perse i genitori. Cacciata di casa dagli zii, si mise a battere e un giorno’ incontro’ il suo assassino, che la getto’ nel fiume Tanaro. Faber sottolineo’ che, non potendo fare nulla per restituirle la vita, cerco’ di cambiarle almeno la morte. La versione di Amico Fragile (Volume 8 ) che ascoltiamo al Parco della Musica e’ molto rock e semplicemente strepitosa. Fabrizio De Andre’, riguarda alla genesi di questo pezzo superbo, che e’ una spietata e lucida condanna del conformismo borghese,  ebbe a dire: “1975. Stavo ancora con la Puni, la mia prima moglie e una sera che eravamo a Portobello di Gallura, dove avevamo una casa, fummo invitati in uno di questi ghetti per ricchi della costa 31.jpgnord. Come al solito, mi chiesero di prendere la chitarra e di cantare, ma io risposi: – perche’ invece non parliamo? Era il periodo che Paolo VI aveva tirato fuori la faccenda degli esorcismi, aveva detto che il diavolo esiste sul serio. Insomma, a me questa cosa era rimasta sul gozzo. Cosi’ ho detto: – perche’ non parliamo di quello che sta succedendo in Italia? Macche’: avevano deciso che dovevo suonare! Allora mi sono rotto le palle, ho preso una sbronza colossale, ho insultato tutti e sono tornato a casa. Qui mi sono chiuso nella rimessa e, in una notte da ubriaco, ho scritto Amico Fragile“. Molto blues ed incalzante l’esecuzione di Quello che non ho (Indiano, 1981), brano che evidenzia le differenze tra le popolazioni indigene e gli oppressori che vengono da fuori: “quello che non ho e’ una camicia bianca / quello che non ho e’ un segreto in banca / quello che non ho sono le tue pistole / per conquistarmi il cielo, per guadagnarmi il sole”. Dallo stesso album viene eseguita anche Fiume Sand Creek, che conclude il concerto prima dei bis e che ha per tema un reale massacro di pellerossa cheyenne perpetrato dagli americani nel 1864 e raccontato attraverso gli occhi e la sensibilita’ di un bambino testimone dell’avvenimento. E’ una versione molto ben riuscita e coinvolgente e alla fine del brano Cristiano presenta la sua band di raffinati musicisti: Luciano Luisi (piano, tastiere, programmazione nonche’ arrangiatore delle canzoni di questo tour) , Osvaldo Di Dio (chitarre), Davide Pezzin (basso e contrabbasso), Davide De Vito (batteria). Pepi Morgia, storico regista dei tour di Fabrizio, e’ in regia anche per lo show di Cristiano.

Passano pochi minuti e Cristiano torna da solo sul palco per eseguire, raggiunto nel finale dalla band, il suo Dietro la porta, un bellissimo pezzo con il quale partecipo’ al festival di San Remo del 1993 arrivando secondo alle spalle di Enrico Ruggeri (che trionfo’ con “Mistero“) e vincendo il premio della critica. Ci piace molto la versione country-folk de Il pescatore (Fabrizio De Andre’,1976) e non ha importanza che Cristiano sbagli le parole della penultima strofa. Si finisce, in un ulteriore crescendo sullo stesso mood, con Zirichiltaggia (da Rimini), una velocissima ballata in lingua gallurese, il cui titolo significa lucertolaio e che consiste in un litigio tra due pastori per questioni di eredita’.

Le luci si accedono, il pubblico strabordante della cavea si alza in piedi e ringrazia con fragorosi battiti di mani Cristiano e il suo gruppo, per questo viaggio emozionante all’interno della musica del grande Fabrizio De Andre’.

Quando la band e’ andata via e mentre gli altoparlanti diffondono Amore che vieni amore che vai, ci viene un groppo in gola.
Giovanni Berti

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