
Il silenzio diventa problematico nella Valle del Baccano, metà strada fra Roma e Viterbo, no, più verso la capitale che direzione-Tuscia, quando, lunedì 7 marzo, comincia a fioccare la neve. Che fortunatamente non s’attacca sulla spianata veloce della Cassia Veientana, altrimenti staremmo già a reclamare lo stato di calamità naturale, che da buoni capitolini ci esaltiamo per la neve ma non sappiamo gestirla.
Sgusciano velocemente gli sms di quelli che avvisano gli amici e gli amici degli amici e accostano la macchina sulla destra per raccogliere giusto una palla di neve e scagliarla nel prato adiacente la strada statale, vagheggiando chessò… la più epica delle battaglie (a palle di neve) stile quelle che osserviamo nei film di stampo newyorchese e fanno tanta invidia più ai cinemaniaci che agli spaparanzati da poltrona.
Selfie in sequenza per moglie e amante, romanticoni che s’immortalano mentre cala il sole alle loro spalle e c’è pure quello che sguinzaglia il labrador perché “quando mi ricapita di farlo giocare così”; e frenate improvvise di chi non sa guidare, o forse sa guidare ma non ha i pneumatici invernali e gli viene il grattacapo che se tampona qualcuno, poi la paga cara.
Dura un amen la coltre bianca sull’asfalto, con buona pace di pendolari pronti a giurare che “se stanotte nevica domani non vado a lavorare” e studenti che esultano neanche fosse finita la scuola.
Sì, fa uno strano effetto la neve, beninteso, quella che cade dal cielo e non quella che si sniffa in certi salotti-bene d’una Roma che caldeggia (oddio che eufemismo) un pomeriggio bianco così, tanto per vedere l’effetto che fa, come cantava Enzo Iannacci.
Rimetti in moto e parti, l’euforia è già il passato e ringrazi il cielo che non sia comparso il genio di turno pronto a giurare che “’sta nevicata fa bene ai campi”.
Massimiliano Morelli
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