
Ci sono immagini che restano più delle parole. Un giornalista che piange mentre prova a informare i telespettatori sui dettagli della tragedia di Crans-Montana è una di quelle. La voce che si spezza, il silenzio improvviso, l’impossibilità di continuare come se nulla fosse.
È quell’istante – dopo le immagini dell’incendio – che mi ha straziato nelle ultime ore. Perché racconta meglio di qualsiasi cronaca quanto certi fatti riescano a travolgere anche chi, per mestiere, dovrebbe restare distante.
Piangere è umano. Da giornalista, da padre, da nonno, mi sono commosso anch’io. Mi sono messo nei panni di quei genitori travolti da un dolore che non ha spiegazioni, pensando a quanto sia qualcosa contro natura perdere un figlio.
La morte di un figlio è una delle prove più dure, se non la più dura, che dei genitori possano affrontare nella vita. Nessuno si aspetta di sopravvivere ai propri figli, nessuno è mai preparato a un dolore simile.
Disse bene, un giorno, Papa Francesco: “Per i genitori, sopravvivere ai propri figli è qualcosa di particolarmente straziante, che contraddice la natura elementare dei rapporti che danno senso alla famiglia stessa. La perdita di un figlio è come se si fermasse il tempo: si apre una voragine che inghiotte il passato e anche il futuro”.
È una definizione terribilmente esatta. Quando muore un figlio il tempo non accompagna più, non consola, non lenisce. Si ferma. E chi resta si ritrova sospeso in un presente che non riconosce, mentre tutto ciò che doveva venire dopo svanisce all’improvviso.
In queste ore il mio pensiero è andato – per carità, vicende diverse, contesti non assimilabili ma tutti con lo stesso epilogo – ai genitori di Gaia Von Freymann e Camilla Romagnoli, a quelli di Leonardo Lamma, a quelli di Mattia Liguori. Giovani morti negli ultimi anni su Corso Francia. Qui, a Roma Nord. A due passi da casa mia. Una strada che, senza forzature, è diventata una strada killer. Così come killer, in questa storia svizzera, sembra essere stato quel locale di di Crans-Montana.
Cambiano i luoghi, cambiano le dinamiche, ma il risultato è sempre lo stesso: famiglie spezzate, vite interrotte troppo presto, comunità costrette a guardarsi allo specchio. Non è solo cronaca, non è solo fatalità. È una fragilità che torna, che si ripete, che ci riguarda più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Davanti a tragedie così non servono sentenze affrettate né parole consolatorie buone per tutte le stagioni. Serve fermarsi davvero. Serve rispetto. Serve il coraggio di dire che ci sono morti che gridano più forte di altri, perché arrivano troppo presto e senza avvisare, lasciando dietro di sé un vuoto che nessuna spiegazione riesce a colmare.
E forse l’unica cosa onesta che possiamo fare, oggi, è questa: ricordarci che dietro ogni titolo, dietro ogni numero, dietro ogni immagine che scorre veloce in televisione, ci sono genitori per i quali il tempo si è fermato. E non ripartirà mai più come prima.
Claudio Cafasso
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