
Non più “buongiorno”, ma un vero e proprio addio.
Circa un mese fa ho ricevuto una mail da Meta, la società proprietaria di Facebook.
Un messaggio asciutto, burocratico, che recitava: “Il tuo account o le attività collegate non rispettano i nostri Standard della community in materia di integrità dell’account.”
E poi la sentenza: “Profilo disattivato.”
Addio a centinaia di post, articoli, fotografie, video. Addio a migliaia di ‘amici’.
Addio a oltre quindici anni di lavoro giornalistico sul social di Zuckerberg.
Ma più della perdita del materiale accumulato, mi colpisce il significato di tutto questo: se una voce indipendente può essere spenta senza preavviso e senza appello, allora la libertà di stampa rischia di diventare un diritto sempre più fragile.
La motivazione con la quale il mio profilo è stato disattivato è semplicemente infamante.
Così recitava la mail: “Il tuo account o la relativa attività non rispetta i nostri Standard della community in materia di sfruttamento sessuale di minori.”
Infamante, lo ripeto, infamante.
Ho 76 anni, sono nonno di due splendide nipotine delle quali non ho mai pubblicato una foto, nel rispetto della loro privacy e della particolare attenzione che occorre porre al fenomeno dei furti di foto di minori.
Inoltre, sono un giornalista che fin dal primo giorno di professione ha abbracciato il codice deontologico e che ha sempre rispettato la Carta di Treviso, quella che tutela i minori.
Infine, da sedici anni dirigo questa testata e, nel bene o nel male, a Roma Nord tutti mi conoscono.
Mai avrei potuto macchiarmi di un’accusa tanto infamante agli occhi dei miei lettori e dei miei amici sui social.
Ma provate a dirlo a Facebook.
Difendersi è impossibile. Quando sprofondi in questa situazione, non c’è nessuno con cui parlare, nessuno a cui appellarti.
Peggio di un muro di gomma
Facebook è peggio di un muro di gomma: nessun operatore, nessuna voce, solo algoritmi e bot che giudicano senza capire.
Mi sento stritolato. Questa accusa infamante mi pesa.
Cerco spiegazioni, mi documento.
Un esperto di mia fiducia mi spiega che pur avendo messo in atto le giuste procedure di sicurezza, con ogni probabilità il mio profilo sarebbe stato hackerato: ignoti vi avrebbero caricato materiale illecito, scatenando l’immediata ghigliottina della piattaforma.
“Out”, sbattuto fuori.
Mi consiglia di aprire un nuovo profilo, una sorta di alter ego.
No, io rivoglio il mio.
Con le mie foto, i miei video, i miei articoli, i miei amici.
Una battaglia su due fronti
Così inizio una battaglia su due fronti. Il primo è legale.
Presento denuncia alla Procura della Repubblica contro ignoti per presunta appropriazione della mia identità digitale e per attività illecite svolte a mio nome.
Illecite, illegali e perseguibili penalmente. E che non voglio che in alcun modo vengano associate al mio nome.
Dubito assai che un PM possa aprire un fascicolo su questa vicenda ma intanto la mia denuncia è agli atti, la mia dissociazione dall’accaduto è formale.
Il secondo fronte è Facebook stesso.
Seguendo link poco noti, ma forniti dalla piattaforma, comincio a tempestare Meta di segnalazioni.
All’accusa infamante chiedo risposte umane, non automatismi.
Ricevo per due volte la stessa replica, ma dal tono si capisce subito che è automatica: mi si chiede di registrare un video in cui mostro il mio viso insieme a un codice numerico scritto su un foglio.
“Un sistema – mi spiega il mio esperto – studiato per far riconoscere il volto all’intelligenza artificiale. Non pensare che ci sia un umano a guardarlo” mi dice. E la cosa non mi consola.
Invio il primo video.
Nessuna risposta.
Dopo alcuni giorni, nuova richiesta: rifare il video da capo.
Lo rispedisco. Attendo. Poi mando solleciti.
Sono trascorsi oltre trenta giorni. Risposte? Nessuna.
Non mi arrendo
Ma non mi basta aver denunciato. Voglio che qualcuno, dentro quel colosso invisibile, si assuma la responsabilità di ascoltare le mie ragioni.
Decido di inviare una PEC a Luca Colombo, “Country Director Italy” di Meta e “Country Manager Italy” di Facebook.
Il numero uno, insomma, del colosso nel nostro Paese.
Gli racconto l’accaduto, il possibile hackeraggio, la cancellazione.
Da uomo, da giornalista, da direttore responsabile, gli chiedo di dare disposizioni al suo staff affinché venga riesaminata la mia posizione e riattivato il mio profilo originario, con i suoi quindici anni di vita e di lavoro.
Risposte? Nessuna.
Amara constatazione
E’ sconfortante prendere atto dell’impotenza del singolo utente di fronte ai moloch degli high tech. Siamo tutti dei Davide con la fionda rotta al cospetto di Golia.
Aggiungo che quando la voce oscurata è quella di un giornalista, il confine tra l’applicazione di regole interne al social e la limitazione della libertà d’informazione diventa assai sottile e inquietante.
Ma l’amara constatazione è che la tanto decantata customer care, fondamentale per la soddisfazione dell’utente-cliente e per la sua fidelizzazione, non è evidentemente nelle corde di Facebook, che con un clic e un’accusa non provata è capace di cancellare una vita professionale lunga tre lustri.
Ma con questa, anche un pezzo di fiducia nel valore della parola “comunità”.
Tant’è.
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Agghiacciante!!!
Per quello che vale, ha tutta la mia solidarietà.
Giuseppe Reitano
Egregio direttore, tutta la mia solidarietà!
Mio carissimo amico, sono totalmente schifato del comportamento della “grande Facebook”.
Fai benissimo a rendere pubblico questo soppruso ignobile, con un danno d’immagine enorme.
Allora citiamoli, organizziamo con tutti i lettori che ti conoscono da anni una sorta di class action morale, all’americana, come loro sono abituati… pan per focaccia!!
Il tuo amico, da più di 50 anni!
Carissimo Claudio,
leggo solamente adesso il tuo articolo.
Per quello che può valere, desidero che siano pubbliche la mia solidarietà e la mia rinnovata stima e amicizia.
Impossibile commentare, è una ulteriore testimonianza della perdita inesorabile della nostra umanità.
Non credo di esagerare, anche se sotto i nostri occhi abbiamo lo spettacolo devastante di ben altre incomparabili e inaccettabili testimonianze della fine dell’Umanesimo.
Il modello, alla fine, si compatta, dal piccolo al grande, dal mostruoso all’apparentemente insignificante, nella completa e variegata scala dei valori.
La tecnologia che si sposa con la finanza, ora anche con la politica: il problema non è l’algoritmo, ma chi è dietro allo stesso.
E noi da generici “esseri umani”, dopo un velocissimo (secondo il tempo storico) passaggio per cives ed essere stati poi declassati a “consumatori” e persino “sudditi”, siamo ora poco più che minuscolo elemento alfanumerico nella stringa di un codice.
Le finalità dello stesso sconosciute (o fin troppo chiare…….).
Come giustamente concludi: tant’è.
Fino a quando?
Spesso mi auto-consolo con la frase: “tanto io la fine di questo film non la vedo”…….ma non è proprio consolante……
Caro amico mio, insisti e non dargliela vinta.
Con tutta la mia solidarietà, amicizia e stima
Paolo
Dimenticavo: capisci ora il motivo per il quale non ho mai voluto avere alcuna app social e di pseudo messaggistica, facebook, X, whatsapp o altro?
Ho sempre rifiutato questi giri sulla giostra del Circo Barnum e continuo a resistere per non assecondare il loro gioco!
Mah!
Un rinnovato abbraccio
Paolo
Credo che si debba ripartire da zero, in qualche modo. L’egemonia dei social, l’abuso nell’uso dei cellulari, l’intelligenza artificiale, i tracciamenti sono l’emblema della nostra società: tanto evoluta tecnologicamente, quanto regredita umanamente. Il privato non esiste più e tutti dobbiamo prendere coscienza di questo aspetto quando postiamo foto, pensieri, momenti. E lo facciamo tutti, tranne pochissimi che hanno cinservato la capacità di mantenere contatti di amicizia (e di lavoro?) senza alcun utilizzo dei social. Però c’è da dire che i media non convenzionali ci aiutano anche a reperire informazioni nuove e più complete anche per capire meglio cosa accade nella realtà (ad es. per le guerre), combattendo la cosiddetta post-verità propinata generalmente dai media tradizionali. Quindi come si può tornare indietro? Forse basterebbe una legislazione seria a regolare tutti i canali social.
Dr. Claudio Cafasso, da anni seguo VignaClara e con la presente intendo sostenerLa con la mia incondizionata solidarietà e stima nei suoi confronti.
Mai mollare.
Dr. Cafasso,
ha tutta la mia solidarietà n questo momento, non molli, la giustizia trionferà.
Solidarietà al giornalista stimato e grande professionista Claudio Cafasso
Stefano Vincenzi
Caro Claudio, quanto ti accede è aberrante. Non solo ti conosco da più di 50 anni, e ritengo impossibile per te di accettare di ricevere una sentenza così infamante. Ma ancora di più, non è possibile che non ci sia modo di ricorrere, di avere la protezione delle istituzioni: totale assenza e inadeguatezza.
Sia io che te abbiamo vissuto molto a lungo nel mondo della informatica, quindi conosciamo i procedimenti tecnologici. Un errore è accettabile. Nel caso che ti riguarda quello che non è accettabile è la condizione di impotenza di fronte ad un verdetto infamante, inappellabile.
Ti sono vicino e mi dispiace molto. Sono disponibile a darti il mio supporto per qualsiasi procedura tu sceglierai di seguire.
Con amicizia e stima
Mauro