Home CRONACA Dino Duca e Vigna Clara, un matrimonio più che longevo

Dino Duca e Vigna Clara, un matrimonio più che longevo

Dino Duca a Vigna Clara
ArsBiomedica

Nell’ambito della nostra rubrica “i ricordi di Vigna Clara” e continuando i nostri giri alla ricerca dei pionieri del Far Nord, siamo andati a trovare Dino Duca, 92enne sempre sulla breccia, e ci siamo fatti raccontare un po’ di lui e della ‘sua’ Vigna Clara.

“’Ma non era meglio se aprivi in Africa?’ Me lo disse un fornitore amico che era venuto a vedere il negozio che avevo appena aperto a Vigna Clara. Ignaro, era sceso da Via di Vigna Stelluti e, arrivato dove adesso c’è l’omonimo largo, si era impantanato. Era in discesa e fu facile con un po’ di aiuti trascinarlo fino al negozio dove la strada era un po’ meglio, anche se non ancora asfaltata.”

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Dino Duca, classe 1932, orologiaio e orafo, a Vigna Clara dal 1962. Medaglie d’oro, premi e onorificenze di tutti i tipi. Di una aveva dato conto anche il nostro giornale quando nel  2012, per i 50 anni dell’attività, Duca venne insignito del titolo di ‘Maestro dell’artigianato’.

Vigna Clara è cambiata molto secondo lei?

Tanto. Ma è cambiato tutto. I primi anni che stavo qui a negozio, passavano spesso delle donne che mi chiedevano se conoscevo signore alla ricerca di domestiche ad ore. Sapevano che era un quartiere dove stava arrivando gente benestante e avevano bisogno. Piano, piano hanno smesso. E poi hanno cominciato a venire clienti che mi chiedevano se conoscevo qualcuno che cercava lavoro…

È cambiato tutto. Vigna Clara non è più com’era. Si è guastata. È arrivata anche tanta gente nuova, non sempre raccomandabile. Si ricorda le indagini di mafia capitale qui a Largo Stelluti…?

E come se me lo ricordo. Lei ha mai avuto problemi?

Quattro rapine. L’ultima era proprio prima del Covid.

Quattro rapine, però. Immagino lo spavento. Certo nel ’62 si stava più tranquilli

Beh… Non c’era niente. Largo di Vigna Stelluti era pieno di buche dove facevano la calce i cantieri che costruivano. Dove poi è venuta la VHouse, c’era uno stagno profondo. Dove c’è il supermercato era tutto un canneto con le ranocchie che cantavano tutto il giorno. Nel palazzo qui di fronte stavano facendo i battipali per fare le fondazioni.

Quando avevo appena aperto venne a trovarmi uno dei miei professori che aveva una fornitura di ricambi per orologi e oreficeria. Si guardò intorno e mi disse “Ma ti rendi conto che è una zona selvaggia. Non ci sta ancora niente. Che farai?” E io gli risposi: “Caro Giulio, ho due mani e una grande volontà di lavorare. Basterà?”

E lui allora mi guardò e mi disse: “Secondo me, guardandoti e conoscendoti, gira, gira finisce che ti compri anche tutto il palazzo…

Dino aveva 10 anni quando cominciò a smontare la sveglia del padre. E poi a rimontarla e smontarla tante volte da arrivare a capire come funzionava. Da lì a fare i corsi professionali per orologiaio e orafo il passo fu naturale. E a 30 anni era direttore di un negozio vicino alla stazione Termini e assistente tecnico anche per orologi ed orologiai molto importanti.

Oggi, a 92 anni, è ancora perfettamente in grado di padroneggiare qualsiasi orologio. I suoi due figli, che sono in negozio con lui, per i problemi che non riescono a risolvere, vanno ancora a chiedergli aiuto.

Ma come le è venuto in mente nel ‘62 di venire qui a Vigna Clara?

Un caso. Una cliente della gioielleria dove lavoravo, una giornalista che scriveva l’oroscopo non mi ricordo per quale rivista femminile, mi chiese se mi interessavano una cassaforte e una vetrina da acquistare ad un prezzo stracciato perché una ragazza cui aveva prestato dei soldi per aprire una gioielleria, in un posto sperduto, Vigna Clara, era andata ‘per stracci’ e stava cercando di recuperare qualcosa.

Per un attimo pensai di provarci io ma poi mi dissi ‘sto tanto bene qui, non ho una lira’… prendevo lo stipendio sempre due mesi anticipati perché stavo sempre in bianchetto… E allora feci la proposta al mio principale, che io considero come il mio padre commerciale. C’era mio padre, quello naturale, e poi c’era lui, perché mi ha dato tanti di quei consigli e mi ha insegnato tante di quelle cose… penso che fosse uno di quegli uomini che ne nascono una volta sola.

E lui mi disse: “Sei bravo, sei uno dei migliori, prendilo tu”. E io “Sor Angelo, ma ‘n do vado, non ho ‘na lira”. E lui “Tu prova, secondo me, ti conosco e ti va bene. Ma se poi ti va male, a te, qui, il posto non te lo leva nessuno”.

Ma te lo immagini… un cosiddetto datore di lavoro che ti dice una cosa del genere… Faccio bene a considerarlo mio padre? E così ho iniziato… sono venuto qui a vedere. Mamma mia che desolazione. Non c’era niente… ma proprio niente…”

Se ritorna al primo giorno, il giorno dell’apertura, che sensazione si sente addosso, paura, speranza…?

Allora, deve sapere che io da ragazzo in parrocchia stavo con i boy scout. Si facevano le squadre e ognuno doveva scegliersi un emblema. Io ero indeciso tra la pantera nera e l’aquila. Alla fine, ho scelto l’aquila. Perché volevo volare alto, molto in alto.Ecco, quel giorno guardavo fuori e mi sentivo di volare. Lo volevo con tutto me stesso.

Io sono partito non da zero, da sottozero. La mia famiglia aveva la tessera di povertà. Ogni mese andavano alla Madonna del Riposo, dove c’era il centro GIL, a prendere la borsa famiglia, con i beni di prima necessità. Ma io già da ragazzo, qualunque cosa mi veniva in mente, io la dovevo realizzare.

Sono partito da terra, ma volevo andare in alto. I primi anni lavoravo 18 ore al giorno come orologiaio e come orafo… Per me non ho mai comprato niente. Come guadagnavo mille lire le spendevo per comprare un oggetto da mettere in vetrina. La prima macchina nuova me la sono comprata che avevo 64 anni. È stato un avvenimento.

E oggi ha 18 collaboratori, 11 in negozio e 7 fuori in due laboratori, uno di orologeria e uno di oreficeria.

Orafo e orologiaio. Quale dei due mestieri le ha dato più soddisfazione?

Tutti e due uguali. Nel settore orologeria sono riuscito a ridare vita ad orologi che tutti avevano rifiutato. Venivano delle clienti che mi dicevano “Mi ha detto un’amica che solo lei può riuscire ad aggiustarlo“.  E devo dire che quasi sempre ci riuscivo.

Come orefice, capitava che la notte mi sognavo un gioiello e la mattina dopo alle 8 ero in laboratorio. Lo disegnavo e lo facevo. E lo vendevo. E mi sono fatto la fama di buon orologiaio e buon orafo.

E tutto questo lo facevo per realizzare il mio sogno: un locale tutto mio dove esponevo e vendevo merce tutta mia. Non in sospeso, in conto vendita, come fanno tanti. No. Negozio mio e roba mia. E ci sono riuscito. Ma il fatto è che io, lassù, su, in alto, vicino al Padreterno, ho un carissimo amico. Ho Toni…

“Toni…?”

Sant’Antonio da Padova. Che mi ha tirato fuori dai guai parecchie volte. Guai di salute. Tanti.”

E come l’ha incontrato Sant’Antonio?

Ho una statuina che ho vinto a 12 anni come catechista alla parrocchia Santissimo Sacramento. E Tonino più di una volta ha interceduto per me perché sennò oggi quest’intervista mica la facevamo. Due infarti, due emorragie cerebrali. La gamba destra senza il perone che si era infettato. E anche quella volta è stata una bella fortuna, perché se si infettava la tibia, la gamba era partita.

Una volta, in campagna, stavo potando un pino con una motosega, il ramo mi si è girato contro e ho fatto appena in tempo a scansare la mano che sennò era partita anche quella.

Deve sapere che sto scrivendo un libro, in cui racconto insieme con la mia storia di Vigna Clara, anche tutte le mie peripezie. La prima pagina sarà un disegno schematico di un corpo umano dove ho segnato punto per punto tutto quello che ho avuto, in rosso le cose più importanti. Sono poche assai le parti non segnate… Ah e ho cominciato ad un anno con un’enterocolite molto grave. Sembrava che non ci fosse nulla da fare. Mi ha curato un’amica di mia madre esperta di erbe.

Per fortuna che deve fare un lavoro sedentario

Veramente, con una gamba e mezza mi sono fatto 50 anni di tennis e giocavo neanche malaccio. Ho cominciato al circolo Due Pini…

Ha conosciuto i fratelli Meneschincheri allora…

E come no… Tonino e Carlo. Ero di casa. La sera se ne andavano e mi lasciavano le chiavi. “Dino fai quello che devi fare e poi chiudi tutto”. Ai Due Pini, ho organizzato un torneo che ha avuto un bel successo. Per la premiazione, sono venuti Raimondo Vianello e Gianni Rivera, che era sottosegretario al ministero. Nel libro ci saranno le foto.

Poi però mi sono iscritto anche a tutti gli altri circoli della zona. Cinque. Gli amici mi invitavano, come ospite, ma non volevo giocare a ‘sbafo’ come si dice a Roma, e così mi iscrivevo. E ho organizzato parecchi eventi dappertutto.

D’altra parte, c’era anche un ritorno. Gli amici spesso diventavano clienti. Certo non lo facevo per questo, lo facevo perché a me è sempre piaciuto lo sport. A 12 anni giocavo con la squadra della parrocchia. A Bravetta. Con la gamba già malandata…”

Nato nel ’32, 12 anni li ha fatti nel ’44. Gli anni della guerra, l’ha vissuta tutta

Tutta. In ogni momento e in ogni angolo… La raccolta dell’oro alla patria, la raccolta del ferro per le armi ai nostri soldati… Avevamo un orto di 5 ettari, dove scaricavano la ‘monnezza’. L’organico lo raccoglievamo nella stabbiara. Il resto stava in una specie di montagna di rifiuti. Quando fecero la raccolta del ferro, a scuola, divenni una specie di eroe. Portai più ferro io di quanto ne portò il resto della scuola. Benito, un giorno, durante la guerra, fece visita alla scuola, il preside gli disse del ferro che avevo portato e il duce mi volle stringere la mano. Figurati… Non potevo più camminare per la scuola… Mi fermavano tutti. Qualunque fossero le idee.

Io non ho mai accettato nessun colore politico. C’è stato un periodo in cui avevo come clienti i segretari dei partiti del cosiddetto arco costituzionale. Ebbene, mi creda, ognuno di loro avrebbe messo la mano sul fuoco che io ero del suo partito…

Non male… Chiudiamo con la sua ricetta per arrivare a 92 anni come ci è arrivato lei

“Fare di tutto e di più, ma sempre senza eccessi. Alimentazione sana, tanto sport e tanto amore, ma quello vero, quello che fa bene, quello che è fatto soprattutto d’affetto”.

E, per chi crede, aggiungiamo noi, un amico lassù che ti guarda le spalle…

Michele Chialvo

 

Ricordi di Vigna Clara e dintorni…

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3 COMMENTI

  1. Molti dei ricordi di Duca coincidono con i mei: sono venuta ad abitare a Vigna Clara nel 1958. Quando mi affacciavo dalla finestra della mia camera che dava sulla futura via di Vigna Stelluti vedevo un prato con al centro un solo albero, dove venivano a pascolare le pecore. E di notte sentivo gracidare le rane nella pozza d’aqua che s’era creata dove ora ci sono i palazzi che danno sul Largo di Vigna Stelluti. Sono cliente affezionata di Duca, altrettanto bravo come orologiaio e come orafo. Il più recente lavoro che gli ho chiesto poche settimane fa: ha trasformato in un anello per mia nipote un’antica spilla da cravatta. Lunga vita a Duca!

  2. Carissimo Dino,

    Sono onorata di aver avuto modo di conoscere, anni fa’, una persona come te e ti esprimo, sentitamente, a commento di questo bellissimo articolo, come forse non ho mai fatto a voce, tutta la stima ed ammirazione che ho sempre nutrito su di te.
    Gia’ da tanti anni, debbo dire, per quelle poche volte che ho avuto modo di scambiare due parole con te, nell’amato e compianto Veio Sporting Club, ma ancor di piu’ oggi, dopo aver letto tutta la tua storia, in questo articolo, apparsomi sul cellulare, quando ho aperto Google, stanotte, per leggere un po di notizie, a superar l’insonnia.
    Ho sempre pensato, nonostante le poche volte che ho avuto modo di incontrarti al Veio, o nel tuo “regno” di Vigna Stelluti, che tu fossi un grande artista ed un ottimo imprenditore, di quelli che tracciano un segno indelebile, di quelli che “fanno la differenza”, perche’, oltre al talento innato a livello professionale, tu metti “il cuore” ed “una profonda umanita’”, in tutto cio’ che fai,
    creando un quadro meraviglioso del grande uomo che sei, con la cornice preziosa di una grande umilta’.
    Oggi, pero’, dopo aver letto il bellissimo articolo che ti ha dedicato il giornalista Michele Chialvo, sono ancor piu’ ammirata dalla tua persona, dalla tua forza, dagli insegnamenti che dai e dalla tua storia.
    Con i miei sentiti complimenti per la tua vita ad oggi, ti auguro di cuore un lungo momento di serenita’ per la tua salute, con gioia e benessere nel tuo futuro, sempre con l’amore accanto della tua bellissima Famiglia!
    Con affetto,

    Maria Antonietta Massari”

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