Home ATTUALITÀ Vajont, sessanta anni di interrogativi

    Vajont, sessanta anni di interrogativi

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    Galvanica Bruni

    “Non dovranno più accadere queste tragedie”, da quanti anni ascoltiamo questa frase?

    Forse la prima volta fu esternata la sera del 9 ottobre del 1963, sessant’anni fa, quando una frana investì un’area vasta al confine fra due regioni, Veneto e Friuli, e la tracimazione dell’acqua portò alla morte di millenovecentodiciotto persone.

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    Una intera comunità fu annientata da un’onda di fango, alberi e chissà cos’altro alta 250 metri, provocata da una frana caduta dal monte Toc.

    Passa il tempo, ma le tragedie continuano a venir fuori come i conigli dal cilindro del mago. Quella sera gli italiani erano davanti la tv, la Rai proponeva la finale di coppa dei campioni fra il Real Madrid e i Rangers di Glasgow, il giorno dopo non si sarebbe parlato d’altro, non c’erano alternative alla tv.

    Invece, la mattina del 10, non ci fu tempo per il chiacchiericcio, ci si ritrovò a spalare fango e ghiaia per cercar superstiti, per fare – purtroppo – la conta dei morti. Una storia assurda nell’Italia del boom economico, che osservava i fatti, da poco era morto papa Giovanni, qualche settimana dopo sarebbe stato assassinato John Kennedy, la speranza statunitense.

    Chi va dalle parti della tragedia del Vajont, oggi trova le lapidi di chi non c’è più e non trova risposte a una tragedia annunciata, come accade quasi sempre in Italia. Perché quell’area era a rischio, forse come lo è oggi quella alle pendici del Vesuvio.

    Quindici anni fa le Nazioni Unite hanno descritto la tragedia del Vajont come “il primo di 10 eventi disastrosi causati dalla scarsa comprensione delle scienze della terra e dal fallimento di ingegneri e geologi”. Una catastrofe, insomma.

    E poco importano i processi, i risarcimenti e il dito puntato contro alcune persone, fra funzionari, ingegneri e consulenti. Un giorno, forse, diventeremo bravi a prevenire. E non a curare.

    Leonardo Morelli

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    1 commento

    1. Io non sono molto d’accordo: il Vajont non è stato un fallimento di ingegneri e geologi che, alcuni di essi quelli onesti, avevano ampiamente previsto e affermato che la diga li era una follia per colpa del carattere franoso del monte Toc ed avevano esattamente valutato l’impatto che avrebbe potuto avere.
      E’ stato un trionfo della speculazione cinica, sulla pelle della gente, di alcune “figure per bene” dell’economia italiana con la ossequiosa ignavia complice di personaggi a contorno (tecnici, politici, amministratori, giornalisti).

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