
Colpisce l’immaginario collettivo il fatto che a distanza di poche ore siano passati a miglior vita un rappresentante dello Stato e un boss dell’antiStato.
Ma al di là della pseudo-similitudine fa specie l’assordante silenzio-social su Matteo Messia Denaro, che fa da contraltare ai meme di scherno dedicati – si fa per dire – all’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Forse è la paura di essere monitorati, la stessa fifa che si ha in certi luoghi dove il mafioso di turno viene incorniciato dai “io non ho visto niente”, “non so chi sia”, “non so di cosa stiate parlando”.
Rimane il fatto che la sua dipartita viene raccontata dai cronisti con dovizia di particolari, mentre – e nessuno si senta offeso – appare una beffa quel “se non ero malato non mi avreste preso”. Come a sottolineare quel suo essere primula rossa, ineffabile e irraggiungibile.
Carità cristiana fa vagheggiare un sentimento di pena, la rabbia per i crimini commessi è l’altra faccia della medaglia, ove fra le tante è intagliata la morte del dodicenne Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido. Qui c’è da provare a ragionare, ma non c’è giustificazione che tenga al cospetto di tanta ferocia.
Matteo Messina Denaro porta nella cassa da morto i segreti di anni vissuti dall’altra parte della barricata, fra rapine, rapimenti e uccisioni mai confessate. Soprattutto, senza mai un pentimento.
Così, in maniera amara, si chiude una delle pagine più tristi della nostra storia. Purtroppo, quella pagina non chiude il capitolo-mafia.
Massimiliano Morelli
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