Home CRONACA Cimitero Flaminio, feti sepolti col nome della donna. Procedimento archiviato

Cimitero Flaminio, feti sepolti col nome della donna. Procedimento archiviato

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E’ un supplizio senza fine quello delle donne “vive ma morte”, un incubo che sembra non trovare fine, una battaglia persa, nel vero senso della parola.

E’ la storia di quelle donne che da un giorno all’altro, dopo un’interruzione di gravidanza e senza il loro consenso, si sono ritrovate come morte nel cimitero di Prima Porta, con tanto di croce riportante il loro nome e cognome e che ora vedono negata la loro richiesta di giustizia.

Una storia incredibile venuta a galla nell’autunno del 2020 quando una di loro ha scoperto per caso di avere una croce con le sue generalità apposta sopra al feto da lei abortito. E dopo di lei tutte le altre, tutte ignare dell’accaduto e tutte con un crocifisso assegnato al campo comune n.108.

All’epoca, Ama aveva prima tentato di archiviare la vicenda definendola una mera “modalità per individuare la sepoltura in caso di assenza di nome del feto”, e poi era iniziato un lungo rimpallo di responsabilità con le strutture sanitarie che accusavano appunto l’azienda affidataria dei servizi cimiteriali che a sua volta incolpava la Asl e gli ospedali.

Una vicenda che dalle dirette interessate e le associazioni in difesa delle donne non ha mai trovato spiegazioni né tanto meno appigli legislativi che potessero giustificare l’accaduto, considerato che anche tra le normative vigenti non esiste alcuna pratica che non possa essere autorizzata senza il consenso delle dirette interessate.

Così l’Associazione Differenza Donna, che dal 1989 si pone l’obiettivo di far “emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza di genere”, aveva avviato un percorso legale al fianco di tutte queste donne che avevano visto volatilizzare in un batter d’occhio tutti loro diritti e le proprie libertà.

A distanza di oltre due anni però il Tribunale di Roma ha archiviato il procedimento penale, perché il dolo non sussiste. Nessuna lesione della privacy quindi, ma solo un comportamento fuori legge da parte degli indagati dipeso da un contesto poco chiaro a livello di normativa.  Decisione del giudice delle indagini preliminari contestata dalla Onlus che promette di continuare ad assistere le vittime di questa violenza e di volerci vedere ancora chiaro su quanto accaduto.

“L’associazione sostiene le donne che hanno denunciato per le violazioni subite nei cimiteri dei feti, le loro narrazioni non possono non essere ascoltate e di conseguenza non riteniamo possibile non indagare per trovare chi ne è responsabile – ha spiegato la presidente Elisa Ercoli – Come associazione abbiamo denunciato pubblicamente e con forza questa pratica, recandoci al cimitero dei feti a Roma richiamando l’attenzione (e l’incredulità) di moltissimi media stranieri”.

“Continueremo ad assistere le donne vittime di questa inaccettabile violenza – ha proseguito -coinvolgendo in questa battaglia comune tutta la rete che con noi opera per il contrasto alla violenza: esigiamo sia fatta chiarezza su fatti gravi che violano i diritti e la libertà delle donne.”

Ludovica Panzerotto

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