Home CRONACA Feti sepolti al Cimitero Flaminio, la storia di Elisa

Feti sepolti al Cimitero Flaminio, la storia di Elisa

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Donne in vita costrette a leggere il proprio nome e cognome su croci piantate nella terra di un cimitero. E’ questa l’esperienza terribile che in molte stanno subendo in questi giorni a Roma, donne che hanno interrotto una gravidanza e che senza il loro consenso da un giorno all’altro si ritrovano “come morte” in un camposanto.

Dopo lo scandalo delle finte cremazioni, ancora una vicenda che coinvolge il Cimitero Flaminio a Prima Porta, una storia incredibile venuta a galla pochi giorni fa grazie a una donna che quasi per caso ha scoperto di avere una croce con le sue generalità apposta sopra al feto da lei abortito. Tutto senza consenso.

Non è sola, la stessa cosa sta accadendo a tante altre donne, che una dopo l’altra scoprono di avere una croce al riquadro 108 del campo comune, tutte ignare dell’accaduto

 “Questo non è un paese per donne”: la storia di Elisa

Una storia incredibile, quando ho letto la notizia non sapevo se arrabbiarmi o se piangere” – racconta Elisa alla nostra redazione, una giovane donna coinvolta in questa vicenda che dopo la notizia dei feti seppelliti deve ancora capire che fine ha fatto il suo e se esiste una croce con il suo nome.

La mia storia è diversa da quelle raccontate da alcune delle donne che finora sono state coinvolte in questa vicenda, ma ora anche io voglio capire ed essere certa che la questione non coinvolga anche me. Il mio è stato un “aborto semplice” se così si può dire; il feto che portavo in grembo purtroppo era affetto da una grave malattia genetica e avevo scelto di effettuare un aborto terapeutico. Non è mai arrivato quel momento perché durante l’ultimo controllo il feto era morto. Quel giorno non mi è stato chiesto alcun consenso ma ora ho paura. Personalmente non ho fatto richiesta di nessuna sepoltura, ma ho scoperto in questi giorni che anche in questi casi l’ospedale può donare il feto ad un’associazione che può seppellirlo”.

L’associazione di cui parla Elisa, atea, è un’associazione di volontariato cattolica, che tra le altre cose promuove la “cultura della vita”, i “diritti del concepimento” e proprio “l’atto di pietà del seppellimento dei bambini non nati, in collaborazione con le istituzioni sanitarie e la Pastorale della vita”.

Non sono credente per cui se anche avessi voluto scegliere probabilmente avrei scelto diversamente, ora voglio capire cosa è successo, l’idea che in un cimitero ci sia una croce con le mie generalità mi fa rabbrividire, tremare dalla rabbia, mi convinco ogni giorno di più che questo non sia un paese per donne.” – prosegue.

Il rimpallo delle responsabilità

Come dice Elisa c’è ancora molto da capire in questa vicenda dove finora i coinvolti si rimpallano le responsabilità. Le strutture sanitarie coinvolte rimandano ad Ama, che in questo caso sarebbe colpevole di violazione della privacy.

A sua difesa la municipalizzata accusa gli ospedali e le Asl di ricevere proprio da loro l’indicazione di sepoltura dei feti e giustifica il nome e cognome della madre affisso sulla croce come “modalità per individuare la sepoltura in caso di assenza di nome del feto”.

In attesa che si faccia chiarezza ora però la paura è che la vicenda non riguardi solo Roma e il cimitero di Prima Porta ma che ci siano tante altre donne coinvolte.

Siamo state al cimitero Flaminio per vedere con i nostri occhi, abbiamo constatato una gravissima violazione dei nostri diritti e delle nostre libertà.” – ha dichiarato Elisa Ercoli, presidente della Ong Differenza Donna, l’associazione che dal 1989 si pone l’obiettivo di far “emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza di genere” –

Procederemo con un’azione legale collettiva; la parte più atroce di questa odiosa vicenda è la violenza istituzionale che riscontriamo in queste scelte scellerate che non riconoscono a noi donne i diritti e la piena cittadinanza, così come previsto dalla nostra Costituzione e da tutte le leggi che con fatica abbiamo preteso per avere piena cittadinanza in questa nostra società. Saremo determinate ad andare a fondo a questa situazione e a trasformare un sistema che decide impunemente di passare sopra i nostri corpi.”

La legge che regola la sepoltura

A regolare questo tipo di sepoltura è una vecchia legge del ventennio fascista che appunto decide che chi si sottopone ad aborto terapeutico possa chiedere alla struttura sanitaria di procedere alla sepoltura; a non essere chiara è invece la regolamentazione per cui un feto seppellito debba portare il nome e cognome della donna che ha interrotto la gravidanza.

In Italia vige un Regolamento nazionale del 1990, che rifacendosi appunto alla legge antecedente, prevede che dalla 20esima settimana di gestazione la sepoltura possa avvenire su richiesta dei genitori o comunque su disposizione della Asl. In quest’ultimo caso, se richiesto espressamente dai familiari, si appone una croce in legno e una targa su cui è riportato comunemente il nome della madre o il numero di registrazione dell’arrivo al cimitero.

Ma in questo caso non solo non ci sarebbe nessun consenso, ma oltre ad essere indicato nome e cognome della madre, ci sarebbe anche l’imposizione di un orientamento religioso specifico, che nessuna di loro ha mai indicato.

Violazione della privacy e sepolture senza consenso

La storia, che ormai coinvolge non solo le dirette interessate ma anche il garante della Privacy, che al riguardo ha aperto un’istruttoria, le associazioni in difesa delle donne, le strutture sanitarie, i servizi cimiteriali e Ama, arriverà in Parlamento, per un’interrogazione richiesta da un gruppo di parlamentari e da alcuni consiglieri regionali del Lazio che vogliono vederci chiaro sulla macabra vicenda.

Dalle testimonianze rilasciate in questi giorni dalle donne che si sono ritrovate coinvolte in questa assurda storia emerge che a tutte loro, nel momento della firma per l’interruzione di gravidanza, è stata chiesta la volontà di procedere alle esequie e alla sepoltura. Chi di loro ha negato il consenso ha abbandonato l’ospedale con la convinzione che la storia non avrebbe avuto seguiti.

Ma alla donna che per prima ha fatto la terribile scoperta, dopo mesi dall’aborto, dall’ospedale le viene comunicato che visto il dissenso alla sepoltura il feto è stato comunque seppellito, addirittura per beneficenza. Per trovarlo basta chiedere al Cimitero di Prima Porta indicando il proprio nome e cognome.
Tutte storie simili, tutte donne che dopo mesi dall’aborto solo ora stanno scoprendo la triste verità.

Ludovica Panzerotto

2 COMMENTI

  1. Nel 1987 e precisamente il 26-3-1987 mia moglie ricoverata all’ospedale umberto 1 di roma ha effettuato un aborto terapeutico perché il feto era affetto da beta-talassemia,nel momento dell’aborto è avvenuto un evento drammatico per mia moglie il distacco della placenta con copiosa emoraggia che la tenuta un mese ricoverata con pericolo di vita,in seguito di questo evento nessuno si è più interessato della fine del feto ne l’ospedale ci ha mai comunicato niente, ora leggendo questo articolo ci siamo resi conto che la cosa poteva interessare pure noi e adesso chiediamo aiuto ai romani di farci sapere qualcosa in più,infatti noi abitiamo in provincia di taranto e ci è difficile controllare di persona, pertanto se qualcuno si reca in questi cimiteri e trova una lapide con il nome di rosiello maria fontana ci faccia il piacere di avvisari, la nostra email è capogrossocosimo1947@gmail.com grazie mille a che ci aiutera o a chi ci dice a chi rivolgerci.
    Manduria 6-10-2020

  2. È solo per interruzioni di gravidanze? Se una mamma lo perse a 11/12 settimane che fine fa? Io piangerei di gioia a sapere se uno dei miei bambini fosse seppellito. Il pensiero che le mie creature innoque siano state gettate nella spazzatura mi uccide. Posso avere più informazioni?

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