Home ATTUALITÀ 4 luglio 2021, nessun inno, nessun sventolio

    4 luglio 2021, nessun inno, nessun sventolio

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    I primi giorni di luglio sono stati contrassegnati da due eventi particolari e molto diversi tra di loro ma che comunque hanno avuto grande risalto da parte dei media e una straordinaria partecipazione di pubblico: la morte di Raffaella Carrà avvenuta il 5 luglio e la finale del Campionato Europeo di calcio disputata l’8 luglio.

    Due eventi che hanno spinto migliaia di persone fuori di casa: chi a dare l’ultimo saluto all’artista tanto amata chi a omaggiare con grandi feste e ovazioni la nazionale di calcio. Sia nell’uno che nell’altro caso non sono mancati i discorsi solenni da parte dei rappresentanti istituzionali.

    Due eventi che, seppur celebrati con grande commozione ed entusiasmo sono stati preceduti da un altro, passato praticamente, salvo rare eccezioni, sotto silenzio: il rientro definitivo del contingente militare italiano dall’Afghanistan conclusosi domenica 4 luglio.

    Dopo quasi 20 anni di una missione difficilissima e rischiosa i soldati italiani hanno lasciato Herat rientrando con le loro Bandiere di Guerra in Italia tra l’indifferenza generale. Nessun inno; nessun sventolio del tricolore; nessuna cerimonia solenne: un rientro in sordina e fatto in punta di piedi come se non si volesse disturbare il paese in altre faccende affaccendato. Sono mancati anche i discorsi solenni.

    Gli ultimi soldati italiani del contingente impegnato in Afghanistan sono rientrati domenica 4 luglio alla base aerea militare di Pisa; a riceverli nessun rappresentante politico e/o istituzionale. E’ vero che giorni prima nella base di Herat si era tenuta una cerimonia alla presenza del nostro Ministro della Difesa ma il ritorno in Italia era un evento di tale portata, anche simbolica, che non poteva essere liquidato come se i nostri militari fossero di ritorno dalle vacanze.

    Eppure quella missione è costata alle Forze Armate e al Paese 753 feriti e 53 morti, fra i quali David Tobini, 28enne di Roma Nord, deceduto nel luglio del 2011 in un conflitto a fuoco dai risvolti non tutti chiari e sui quali ancora s’indaga.
    Inoltre, i soldati italiani sono rientrati in Italia portando al seguito centinaia di “collaboratori” afghani che altrimenti sarebbero stati uccisi per rappresaglia;  anche di questo si è parlato poco o nulla.

    Quale sia la ragione di questo silenzio è difficile da dire: forse stiamo vivendo nel nostro Paese un  periodo segnato da avvenimenti più importanti o forse nessuno vuole più parlare di guerra.
    O forse si vuole dimenticare al più presto una missione che dopo 20 anni non ha affatto risolto i problemi che l’avevano generata. Le milizie afghane, il giorno dopo il rientro dei contingenti, già spargevano terrore tra la popolazione civile.

    Nel frattempo i nostri soldati continuano, come è giusto che sia, a fare il loro lavoro non più in Afghanistan ma in altri “teatri operativi” e sul  territorio nazionale, presidiando centinaia di obiettivi sensibili. E continuano a farlo in silenzio, com’è nel loro stile.

    Francesco Gargaglia

     

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    2 COMMENTI

    1. E’ una situazione annosa. Il militare è fascista, il militare è carne venduta allo stato, il militare è tutto chiacchiere e medagliette, il militare fa il militare perchè è un fallito nella società. E’ un pensiero di moltissimi (per fortuna non di tutti) ma ciò che è devastante è la mancanza di considerazione e rispetto da parte della classe politica. Del militare ci si ricorda se un proprio atleta vince l’oro alle Olimpiadi, oppure se c’è da organizzare i soccorsi ad Amatrice oppure se c’è da soccorrere gli alluvionati di turno. Spaventosamente disgustoso vedere i nostri militari operare in “Strade Pulite” o “Strade Sicure” solo perchè vi è incapacità di impiegare chi dovrebbe esserlo d’istituto. Mi verrebbe da scrivere Vergogna! ma è troppo poco.

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