Home ATTUALITÀ Coronavirus, dieci domande a Giuseppe Ippolito, direttore dello Spallanzani

    Coronavirus, dieci domande a Giuseppe Ippolito, direttore dello Spallanzani

    giuseppe ippolito

    Il 29 gennaio 2020 una coppia di turisti cinesi in vacanza in Italia viene ricoverata presso l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive (INMI) Lazzaro Spallanzani con sintomi riconducibili al Covid-19; posti in isolamento e sottoposti a tampone, per moglie e marito la diagnosi è chiara, si tratta proprio di Coronavirus. La coppia, curata per quattro mesi, viene dimessa dall’ospedale a fine aprile scorso.

    E’ il primo caso di positività accertato nel nostro paese, l’inizio di un’emergenza che a oggi in Italia, a distanza di otto mesi, conta oltre 270.000 persone che hanno contratto il virus e almeno 35.500 morti.

    Attualmente, secondo l’ultimo aggiornamento del Ministero della Salute, si registrano ancora 1.397 nuovi casi, di cui 154 nella Regione Lazio, 10 vittime e oltre 100 ricoverati in terapia intensiva. Dal bollettino dello Spallanzani del 3 settembre risultano invece 57 pazienti ricoverati, di cui 5 in terapia intensiva.

    Facciamo il punto con il prof. Ippolito

    La redazione di VignaCalaraBlog.it ha incontrato Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive (INMI) “Lazzaro Spallanzani”, la struttura sanitaria che per prima appunto si è ritrovata a fare i conti con un virus sconosciuto.

    Direttore scientifico dello Spallanzani, direttore dal 2009 del Centro Collaboratore dell’OMS per la gestione clinica, la diagnosi, la risposta e la formazione sulle malattie altamente infettive all’INMI,  il professor Ippolito fa parte anche del Comitato Tecnico Scientifico, il tavolo composto da esperti e qualificati rappresentanti degli Enti e delle Amministrazioni dello Stato che supportano il Capo del Dipartimento della Protezione Civile nelle attività finalizzate al superamento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19.

    Professor Ippolito partiamo proprio dagli ultimi numeri, come giudica il dato? Parliamo ancora per la maggior parte di casi da rientro?

    Certamente sì e dei cosiddetti casi da rientro – ci riferiamo alle persone che hanno contratto il virus all’estero e in alcune località estive del nostre paese e sono poi rientrate in città – ne parleremo almeno per un’altra settimana, anche dieci giorni.

    La Regione Lazio sta facendo un grandissimo lavoro di tracciamento, con oltre 10mila tamponi al giorno; proprio ieri nell’area sosta a lungo termine dell’aeroporto di Fiumicino è stato inaugurato il più grande drive in d’Italia aperto h24, che si aggiunge alle altre 24 postazioni regionali.

    Il virus circola, e lo fa molto velocemente. Oggi abbiamo più armi per combatterlo, basti pensare che mentre prima riuscivamo a testare solo le persone fortemente sintomatiche, oggi abbiamo una maggiore disponibilità di tamponi e testando anche gli asintomatici riusciamo a tracciarlo meglio.

    Qual è la situazione su Roma oggi?

    Dei 154 casi registrati ieri in tutta la Regione 111 sono nella capitale, con una prevalenza di casi da rientro dall’estero e dalla Sardegna. Proprio Roma nord purtroppo si è distinta per numero di positivi, per lo più giovani asintomatici.

    Il problema è che le persone che non sanno ancora di aver contratto il virus si spostano e muovendosi ne permettono un’ampia circolazione. Il rischio maggiore è che il virus arrivi di nuovo alle persone fragili, per esempio i nonni.

    In un’intervista rilasciata a Il Manifesto lo scorso luglio il prof. Ippolito ha dichiarato che il virus in questi mesi non ha avuto grosse mutazioni ma che invece sono migliorate le cure, motivo per cui muoiono meno pazienti. Il dato però dipende anche dal fatto che nel frattempo l’età media dei contagiati si è abbassata notevolmente. Come abbiamo già detto il rischio quindi è che i giovani positivi e spesso asintomatici tornino a contagiare altre generazioni… Tutto ciò ci offre l’occasione per chiedergli

    Quanto è importante che chi rientra da zone a rischio si sottoponga ai controlli sanitari e adotti comportamenti adeguati al contenimento del contagio?

    Tutti i virus mutano, alcune mutazioni sono maggiori, altre minori. E’ questo il caso del Coronavirus, un virus che dopo otto mesi certamente non è diventato “buono”.

    Al contrario però rispetto a mesi fa oggi disponiamo di un sistema di identificazione precoce e di tracciamento delle persone positive. In caso di positività è importante che le misure di isolamento vengano messe in atto subito, in modo da contenere il contagio.

    E’ fondamentale quindi adottare anche in casa la regola del distanziamento, soprattutto per i giovani che in questo periodo sono stati in vacanza. Dobbiamo evitare che il virus arrivi alle persone deboli, intendiamola come una forma di tutela verso i nostri cari.

    Come si comporta il virus nei giovani? Come mai pochissimi i casi di contagio tra bambini? 

    Il virus è sempre lo stesso, a fare la differenza è la persona che lo prende, a cambiare è la complessità della risposta. I soggetti che non presentano altre patologie o fattori predisponenti generalmente rispondono meglio alla malattia, giovani o anziani che siano. Al contrario ci sono giovani che necessitano di cure maggiori. Non esiste una regola, esiste la risposta soggettiva dell’organismo.

    Veniamo ai bambini. Hanno risposto molto bene al virus perché il loro sistema immunitario è abituato a difendersi da agenti nuovi e quindi pronto a rispondere. Questo fa sì che i più piccoli abbiano manifestazioni minori, quasi sempre trascurabili, questo però non significa che non possano essere fonte di contagio.

    Torniamo a parlare dello Spallanzani, struttura specializzata nel trattamento di malattie infettive e che per prima a gennaio ha trattato il virus. Cosa ricorda di quei giorni?

    Il grande riconoscimento che va allo Spallanzani è il fatto di aver isolato il virus in appena 48 ore; sono stati giorni e mesi duri, anche se non abbiamo avuto la stessa affluenza di altre strutture ospedaliere del nord d’Italia. Questa struttura ospedaliera ha una grande capacità diagnostica, unica in Italia e con il miglior laboratorio di virologia del paese.

    Allo Spallanzani cosa cambia nella gestione ospedaliera dei pazienti affetti da Coronavirus rispetto a quelli affetti da un’altra malattia infettiva?

    Quando parliamo del Coronavirus parliamo di un virus per cui sono state adottate delle misure particolari molto vicine a quelle prese per Ebola anche se si tratta di due malattie differenti. In questo caso abbiamo prevenuto l’esposizione delle vie respiratorie perché la trasmissione avveniva soprattutto da queste e perché ci trovavamo di fronte a un patogeno nuovo.

    Queste misure estremamente efficaci sono state poi applicate in tutto il paese, la differenza tra lo Spallanzani e le altre strutture è che l’ospedale romano è interamente a pressione negativa, inferiore cioè a quella esterna e questo permette di ridurre il rischio per gli operatori sanitari di contrarre il virus dai pazienti ricoverati.

    Alcuni sono convinti che essendosi quasi azzerato il dato dei ricoverati in terapia intensiva il virus non esista più e che mascherina e distanziamento sociale siano solo manovre repressive

    Chi crede che il virus non esista più dovrebbe confrontarsi con il personale sanitario che ha lottato contro questa malattia in corsia e con i pazienti che hanno contratto il virus. Come abbiamo detto le infezioni hanno manifestazioni totalmente diverse e ognuno di noi deve pensare che ad ogni fase dell’infezione può corrispondere una gravità diversa a seconda del paziente e delle sue condizioni generali.

    Dire che il virus è morto o che non sia mai esistito, solo perché in questo periodo abbiamo delle forme meno gravi, non è assolutamente corretto; al contrario la malattia continua a circolare e circolando trova anche le persone fragili, che sono quelle che rischiano di più.

    Passiamo al tema vaccini: il 24 agosto è iniziata allo Spallanzani la sperimentazione del vaccino italiano contro il Coronavirus, come si svolge l’iter?

    Il vaccino verrà somministrato a Roma e Verona e successivamente a Piacenza e Cremona a 90 volontari. Le persone che si sono rese disponibili devono avere una serie di parametri nella norma e una volta ricevuta la somministrazione seguire una procedura rigida per almeno 24 settimane, senza ovviamente mancare a nessun appuntamento prescritto.

    Di 26 vaccini al mondo che entravano in sperimentazione, oggi ce ne sono addirittura 12 in più perché per fortuna la ricerca su queste tematiche è estremamente rapida.

    Naturalmente l’interesse di tutti è che un vaccino di questi funzioni, ma abbiamo bisogno di capire in quale situazione ha più efficacia, quanto dura la risposta immunitaria e come questa risposta protegga realmente le persone.

    Quanto è importante la scelta della Regione Lazio di rendere obbligatoria dal 15 settembre la vaccinazione antinfluenzale e anti pneumococcica per gli over 65 anni e per il personale sanitario?

    Effettuare una vaccinazione antinfluenzale e anti pneumococcica su un numero elevato di persone permette di ridurre i fattori confondenti per il COVID-19 in presenza di sintomi analoghi.

    E’ chiaro che il vaccino antinfluenzale può non funzionare sul 100% dei casi ma se si riesce a ridurne almeno una quota, risparmieremo una parte di casi che hanno una patologia respiratoria in corso. La raccomandazione a vaccinarsi è quindi forte.

    Ultima domanda, tra pochi giorni ricominciano le lezioni in presenza: cosa dobbiamo aspettarci dal suono della campanella?

    La scuola funzionerà se ci sarà una compartecipazione seria di responsabilità, un impegno da parte dei genitori, degli studenti, degli insegnanti e naturalmente delle Istituzioni preposte. Solo in questo modo e con questo livello di complicità potrà funzionare. La distribuzione giornaliera nelle scuole di 11 milioni di mascherine chirurgiche rappresenta il massimo livello di sicurezza che si può offrire.

    E’ fondamentale però che anche fuori dagli Istituti scolastici, tutti indossino la mascherina negli ambienti chiusi e dopo le 18.00 all’esterno, quando la probabilità di aggregazione diventa maggiore.

    La mascherina rappresenta l’unica misura facilmente applicabile che abbiamo, per proteggere noi e gli altri ma perché funzioni la dobbiamo indossare tutti. Con il 90% di asintomatici abbiamo il dovere di proteggere gli altri, perché chiunque di noi potrebbe essere infetto. Se tutti indosseremo la mascherina proteggeremo anche noi stessi.

    Ludovica Panzerotto

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