Home TEMPO LIBERO Angélique Kidjo, una forza della natura all’Auditorium

    Angélique Kidjo, una forza della natura all’Auditorium

    Angélique Kidjo

    Lei viene dal Benin, vive fra Parigi e New York ed è cittadina del mondo. Lei pubblica dischi da quasi quattro decadi, canta in cinque lingue e si è aggiudicata tre grammy awards. Lei è l’erede di Miriam Makeba, è l’icona indiscussa della world music ed è una regina, la regina della musica africana.

    La sua corona è una voce vellutata e potente, il suo scettro un’energia vitale straripante e contagiosa: Angélique Kidjo è un’autentica forza della natura, uno tsunami gentile di bellezza, talento e calore in grado di abbattere le barriere e sintonizzare le anime, impresa che le è riuscita una volta di più a Roma, nella torrida serata di mercoledì 24 luglio.

    Inserito nel cartellone del Roma Summer Fest e dedicato alla reinterpretazione di “Remain in Light, il classico che i Talking Heads pubblicarono nel 1980 con la produzione di Brian Eno, il concerto dell’artista africana alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica è stato un inno alla gioia di vivere e all’amore, una celebrazione della Madre Terra e della condivisione, un vero e proprio trionfo.

    Accompagnata da una band di cinque elementi, in quasi un’ora e mezzo di spettacolo, la cantante beninese ha proposto sette delle otto tracce di “Remain in Light” (solo “Seen and Not Seen” è rimasta fuori), ha reso omaggio a Miriam Makeba, ha eseguito alcuni fra i suoi brani più significativi e presentato un’altra cover del gruppo britannico.

    Perché  Remain in Light

    Da sempre impegnata nella missione di inseguire l’influenza delle sonorità africane sulla musica popolare proposta ai quattro angoli del pianeta, Angélique Kidjo ha avuto modo di spiegare che “sappiamo tutti che la musica rock proviene dal blues e, quindi, dall’Africa. Ora è il momento di riportare il rock in Africa, collegare le nostre menti e portare tutti i nostri suoni a un nuovo livello di condivisione e comprensione”.

    Sull’onda di questa sua continua ricerca, la cantautrice non poteva, dunque, non approdare al disco dei Talking Heads, un album che salda elettronica e funk, è chiaramente influenzato dall’afrobeat di Fela Kuti ed è intriso di mitologia e ritmi africani.

    Angélique ha preso le asserzioni, le preghiere e le declamazioni di David Byrne e soci – testi fondati sul principio della libera associazione e del flusso di coscienza – e le ha reinterpretate con la sua voce suggestiva e formidabile, cantando alcuni versi nelle lingue e nei dialetti del suo continente; ha preso la musica della band britannica e ci ha aggiunto ritmi elettrizzanti, chitarre incalzanti e percussioni esplosive.

    Angélique Kidjo 2Insomma, per citare sempre una sua dichiarazione: “poiché ‘Remain in Light’ è stato influenzato dalla musica del mio continente, voglio restituire l’omaggio e creare la mia versione africana delle canzoni dei Talking Heads”. Operazione perfettamente riuscita, oltre che nel disco uscito lo scorso anno, anche e soprattutto dal vivo.

    La scaletta

    Il concerto di Angélique Kidjo è stato preceduto dall’esibizione di Eva Pevarello. Carattere schivo e sensibile, la giovane cantautrice di Thiene ha proposto una manciata di pezzi e si è lasciata apprezzare per la sua voce calda e graffiante, per l’intensità della sua interpretazione e per la profondità dei testi. Da rimarcare l’esecuzione di “Voglio andare fino in fondo”, il brano scritto per lei da Giuliano Sangiorgi.

    Sono le 21.45 quando in una Cavea affollata ma ben lungi dal sold-out si spengono di nuovo le luci. Le percussioni preparano tutti a ciò che sta per accadere prima che entrino in scena gli altri musicisti. Mentre la band lavora su un ritmo cadenzato, che più avanti si farà a tratti ipnotico, già dalle quinte arriva la voce suadente della cantautrice africana. Una dopo l’altra ecco le prime due tracce di “Remain in Light”, ossia Burn Under Punches (The  Heat Goes On) e Crosseyed and Painless.

    Sono contenta di essere tornata a Roma”, dice Angelique Kidjo in inglese, “questa sera non ci saranno solo le canzoni dei Talking Heads… questa parla della pratica dei matrimoni imposti fra ragazzine di dodici, tredici anni con uomini che ne hanno quaranta o più. Una pratica contro cui mi batterò fino alla mia morte”. Ed è, infatti, il lamento dolente e bellissimo di Cauri (“Eve”, 2014), in cui un’adolescente esprime tutta la sua sofferenza perché i suoi genitori hanno scelto un marito per lei, a spezzare i cuori di tutti gli spettatori della Cavea.

    Angélique Kidjo 3Subito dopo, ancora due brani di Byrne e soci: prima l’eterea e suggestiva Listening Wind, poi l’assoluta meraviglia che è (e che è diventata) The Great Curve, l’inno per tutte le donne e per la Madre Terra. “A volte il mondo ha un sacco di domande, sembra che il mondo non sappia niente, il mondo è vicino ma è fuori portata, alcune persone lo toccano, ma non riescono a resistere, lei si sta muovendo per descrivere il mondo… lei ha messaggi per tutti… lei ama il mondo e tutte le persone in esso… Il mondo si muove sui fianchi di una donna, il mondo si muove e rimbalza e salta, un mondo di luce, lei ci aprirà gli occhi”.

    Lo so che fa caldo, ma adesso è arrivato il momento di alzarsi in piedi e ballare” – dice Angélique – “e, se non conoscete questa canzone, vi posso garantire che non vivete sul pianeta Terra!”. È il momento di rendere omaggio ad un’altra donna, alla regina che l’ha preceduta sui palchi di tutto il mondo. Pata Pata, il classico di Miriam Makeba, è una gioia per il corpo e per l’anima, fa muovere tutti e a tutti regala quel sorriso aperto che spesso la vita ordinaria cancella dai volti.

    Dopo The Overload tutti restano in piedi a ballare. Il funk travolgente ed incalzante di Houses in Motion annuncia un altro pezzo all’insegna dell’estrema condivisione e della felicità crescente. La cantautrice beninese istruisce il pubblico sul ritornello da cantare: “ehi, siamo a Roma, più forte, questo non è un funerale, è una celebrazione!”. Poi, scende fra gli spettatori del parterre e regala a tutti Afirika (“Black Ivory Soul”, 2002) e tutti le restituiscono il suo canto gioioso: “Ashè é Maman, ashè é Maman Afirika, Maman Afirika”. Bellezza assoluta, applausi.

    Angélique Kidjo 4Dopo le asserzioni e le domande contenute in Once in a Lifetime, l’artista africana prima presenta la sua band, i cui componenti vengono da  tre continenti diversi, poi ricorda che “l’amore è sempre la scelta giusta, mentre l’odio è uno spreco di vita”, e, infine, invita gli spettatori a salire sul palco. Si presentano in venti, venticinque, perlopiù donne. “Le donne arrivano sempre prima”, dice. Sulla scena o fuori da essa tutti si scatenano con le sonorità travolgenti di Tumba (“Ayé”, 1994) e, mentre le persone sul palco continuano a prodursi in assoli di danza, Angélique se ne va dietro le quinte. Il pezzo, allungato a dismisura allo scopo, finisce. Tutti lasciano la scena. Sono le 23.05.

    Non passa nemmeno un minuto ed ecco l’unico bis in programma, un’altra reinterpretazione incredibilmente energetica dei Talking Heads: Burning Down the House (“Speaking in Tongues”, 1983) conclude  lo spettacolo alle 23.10. Un concerto memorabile per forza espressiva, energia e gioia di vivere, in cui Angélique Kidjo ha dimostrato ancora una volta tutto il suo talento esplosivo, non solo come cantante ed interprete, ma anche come regina inarrivabile del palco. Grazie. O ṣeun.

    Giovanni Berti

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