Home CRONACA Camilluccia, la strage di via Fani 40 anni fa

Camilluccia, la strage di via Fani 40 anni fa

Via Fani - Aldo Moro

Questa volta non era un anniversario come un altro, e non poteva essere altrimenti. A quarant’anni da quel giovedì 16 marzo 1978 che ha cambiato per sempre la storia della nostra repubblica, nella mattinata di venerdì 16 marzo 2018 il paese si è fermato.

Tutta Italia era idealmente in via Fani per ricordare il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione dei cinque uomini della sua scorta da parte di un commando delle Brigate Rosse.

In una via Fani chiusa al traffico fin dalle prime ore del mattino, una nutritissima folla composta da addetti ai lavori, operatori stampa, scolaresche e semplici cittadini ha reso omaggio alla nuova lapide in omaggio al sacrificio dei tre poliziotti e due carabinieri uccisi quel giorno. Il sacrario, inaugurato proprio oggi per il quarantennale, sostituisce quello vecchio che era stato lì fino all’anno scorso.

Alla cerimonia erano presenti tutti i vertici dello Stato: il presidente Sergio Mattarella, che alle 9:02 in punto (l’ora d’inizio della strage) ha reso omaggio alla lapide appena ornata da due grosse corone di fiori osservando un minuto di raccoglimento sulle note del silenzio, gli ex presidenti della Camera e del Senato Pietro Grasso e Laura Boldrini, e il presidente della Consulta Giorgio Lattanzi. C’erano anche  il governatore del Lazio Nicola Zingaretti e la sindaca Virginia Raggi, accompagnata dal suo vice Luca Bergamo.

Presenti inoltre – tra gli altri – il capo della polizia Franco Gabrielli, il questore di Roma Guido Marino e alcuni esponenti politici tra cui Maurizio Martina, Luigi Zanda e Ettore Rosato del PD, e l’ex parlamentare ed ex segretario del PPI Pierluigi Castagnetti.

La cerimonia si è svolta in un silenzio irreale, rotto solo dalla musica della fanfara in sottofondo e dai commenti degli inviati dei TG collegati in diretta.

Particolarmente toccante è stato il momento in cui la lapide in marmo, più grande e più bella della precedente, è stata spogliata del panno rosso che la copriva.

Al di là di ogni retorica, il groppo in gola è stato duro da ricacciare giù. Abbiamo assistito a diversi anniversari dell’accaduto negli anni passati ma questo è stato di gran lunga il più solenne, il più emozionante, il più sentito.

Lacrime, come fossimo nel 1978. C’erano anche tanti ragazzi delle scuole a presenziare, ed è un bene perché così la memoria non andrà perduta. Capiranno, si spera, che per ognuno esiste sì una dimensione privata, individuale, familista, ma anche e soprattutto una dimensione pubblica, sociale, comunitaria, solidale.

E mai evento pubblico fu più terrificante di quei lunghissimi tre minuti nello scuotere le fondamenta del nostro sentire collettivo. La notte della Repubblica era appena cominciata, e forse le prime luci dell’alba sono ancora di là da venire.

Quarant’anni e sentirli tutti

E sono quaranta. Gli anni trascorsi dall’eccidio di via Fani col rapimento di Aldo Moro e la sua scorta trucidata. Una data entrata nella storia, quel 16 marzo 1978, il primo dei 55 giorni di prigionia del presidente DC in un covo delle Brigate Rosse prima di essere ritrovato morto nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani il 9 maggio.

Quarant’anni e sentirli tutti. E’ cambiato tutto anche se sembra tutto uguale. Sì è vero, negli ultimi tempi ce lo siamo ripetuti spesso: sembra di essere tornati agli anni Settanta. Fascisti contro antagonisti; estrema destra contro i centri sociali; Casapound contro Potere al Popolo. Ma la realtà è che oggi non somiglia neanche lontanamente a ieri. In confronto a ieri, oggi si scherza.

Che poi il nemico delle BR e di tutto l’universo che girava loro intorno non erano neanche le avanguardie nere ma quella struttura di potere che, celandovisi dietro, ne muoveva i fili e che aveva nella piccola e media borghesia la sua rappresentanza nella società.

Aldo Moro fu scelto come obiettivo perchè era l’anima di quel sistema, la personificazione di quella struttura di potere che a partire dal secondo dopoguerra aveva pervaso ogni ambito della società civile. I brigatisti lo chiamavano S.I.M., Stato Imperialista delle Multinazionali, e la Democrazia Cristiana ne era il braccio politico.

La vittima del rapimento doveva necessariamente appartenervi, esserne un nome di punta. Bisognava creare clamore, sconvolgere l’immaginario collettivo, tutti ne dovevano parlare. Non che le BR non fossero già tristemente note all’epoca, avevano già rapito e ucciso. Ma con Moro fecero il salto definitivo.

Aldo Moro, proprio lui

aldo moroLa DC era allora il partito di maggioranza relativa. Alle elezioni del giugno 1976 aveva preso il 38 per cento, incalzata dal PCI di Berlinguer al 34. A gennaio del 1978 cadde il governo di Andreotti e poche settimane dopo ne nacque uno nuovo, sempre con Andreotti a capo, che prestò giuramento il 13 marzo e proprio tre giorni dopo si sarebbe presentato alle camere per avere la fiducia.

Era un monocolore DC con l’appoggio esterno (o meglio, la “non sfiducia”) del PCI. Aldo Moro era il candidato in pectore alla presidenza della Repubblica. A giugno le camere sarebbero state chiamate a scegliere il successore di Giovanni Leone e sembrava chiaro che spettasse proprio a lui dirigere dal Quirinale l’alleanza tra i due partiti.

Nei mesi precedenti, le BR avevano “attenzionato” anche Fanfani e Andreotti ma le difficoltà di carattere logistico fecero virare la scelta sul presidente DC, più “accessibile” anche in virtù delle sue abitudini, della schematicità di quei suoi piccoli riti giornalieri che lo rendevano più leggibile.

Ogni mattina, ad esempio, andava a pregare nella chiesa di Santa Chiara in Piazza dei Giuochi Delfici, poco distante dalla sua abitazione. Si poteva rapirlo lì, ma anche in quel caso l’inopportunità logistica fece cambiare i piani dei brigatisti: un eventuale conflitto a fuoco con gli agenti della sua scorta sul piazzale antistante il sagrato avrebbe coinvolto quasi certamente i passanti.

L’agguato e la strage

L’alternativa fu quindi individuata in via Fani, all’incrocio con via Stresa. L’assalto fu preparato minuziosamente. Si pensi che a un fioraio ambulante che la mattina era solito parcheggiare il furgone proprio in quel punto, la notte precedente il blitz vennero squarciate tutte e quattro le gomme per evitargli di andare al lavoro e quindi non averlo come ostacolo sulla via di fuga.

aldo moro strage-di-via-faniQuella mattina Aldo Moro uscì di casa in anticipo. Prima di andare alla Camera fece una sosta al Centro Studi De Gasperi, in via Camilluccia, che era di strada.

L’agguato scattò subito dopo le 9. Il convoglio di scorta era formato da due auto: un’Alfetta della polizia con a bordo il brigadiere Francesco Zizzi e le due guardie Giulio Rivera e Raffaele Iozzino; e una Fiat 130 dei carabinieri su cui viaggiava il presidente DC accompagnato dal maresciallo Oreste Leonardi e dall’appuntato Domenico Ricci. Moro era seduto sul sedile posteriore e teneva in grembo le sue borse.

aldo moro strage-via-fani2All’incrocio con via Stresa la sua vettura si trovò improvvisamente di fronte una Fiat 128 bianca con targa riservata al corpo diplomatico che, dopo aver percorso alcuni metri in retromarcia, inchiodò all’altezza del segnale di stop.

La 130 inchiodò a sua volta e l’Alfetta, che sopraggiungeva da dietro, la tamponò violentemente. Dalla 128 scesero due uomini armati e a volto scoperto che, portatisi ai lati della 130, prima ne infransero i vetri con i calci dei fucili e poi iniziarono a sparare all’impazzata nell’abitacolo.

aldo moro strage-via-fani3L’azione fu fulminea. A loro si aggiunsero subito altri brigatisti che erano appostati sul marciapiede opposto vestiti, secondo alcuni testimoni, con tute da aviatori. In tutto i brigatisti erano una decina. Gli agenti morirono tutti nella sparatoria, tranne uno, Zizzi, che trasportato al policlinico Gemelli in condizioni gravissime morirà qualche ora dopo.

Senza più la scorta a proteggerlo, Moro fu afferrato per un braccio, stordito con un batuffolo d’ovatta imbevuto di cloroformio e portato via dai rapitori. Sulla scena restavano due auto crivellate, quattro morti (più uno in ospedale), sangue dappertutto e una quantità infinita di bossoli sparsi sull’asfalto. Da quel giorno niente sarà più come prima.

Valerio Di Marco

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