Home ATTUALITÀ Nella tana del dragone a Roma Nord

Nella tana del dragone a Roma Nord

cinese240.jpgCi stanno invadendo, il mondo presto sarà loro, chissà da dove arriva la loro merce, chissà se pagano le tasse… frasi più o meno ricorrenti quando si parla dei commercianti cinesi in Italia. Ma loro che hanno da dire? Perchè se è vero che è meglio tenersi alla larga dalle lucine di Natale o dalle creme per il viso “made in China”, è anche vero che di loro sappiamo pochissimo. Sono davvero una minaccia?

A Roma Nord, come oramai in tutta la città, i piccoli bazar gestiti da negozianti cinesi che vendono un po’ di tutto sono la normalità. Se nel 2008 c’era ancora bisogno di rivolgersi ai forum in Rete per sapere dove fossero, oggi è impossibile non notarli, sono ovunque. A Roma Nord sono ormai diffusi alla Farnesina, a Vigna Clara, a Corso Francia, sulla Cassia, a Grottarossa e pi ancora a Piazza Igea, a Torrevecchia, Monte Mario….

Sì ok, a volte ci si chiede se rispettano le regole. In primis perché molti sono aperti quasi sempre, in pratica tutto l’anno, a qualsiasi ora del giorno, in barba alle nostre norme sulla concorrenza. E poi perché – dicono i beninformati – pare che non fanno gli scontrini e impiegano solo personale cinese, in barba ai nostri giovani in cerca di lavoro (che poi non lo cerchino e preferiscano stare a casa a giocare con l’X-Box è un altro discorso).

Non facciamo troppo i fiscali…

Ma soprattutto – si dice anche questo – i cinesi non pagano le tasse, o le pagano in misura molto ridotta, per i primi tre anni di attività. I soliti beninformati dicono che esisterebbero anche accordi tra i governi di Italia e Cina in questo senso. Ma sarà vero?

Lo abbiamo chiesto – oltre che a varie associazioni presenti sul nostro territorio, al Ministero dello Sviluppo Economico e perfino alla Farnesina – anche all’Ufficio commerciale dell’Ambasciata cinese – in Via della Camilluccia – ma tutti l’hanno negato.E neanche internet aiuta molto a capire. Con la Cina sarebbe in vigore solo un accordo di doppia imposizione che risale al 1985, che funziona a condizione di reciprocità, ma che non sembra pertinente al caso in argomento.

Ma in fondo, finchè i prezzi sono più bassi che altrove, chi se ne importa. Così ragionano molti italiani che prima si lamentano e poi comprano nei loro negozi. Che sono pieni a qualsiasi ora.

Anche i parrucchieri. Si diceva che i prodotti cinesi per i capelli fossero tossici, eppure tantissime donne vanno a farsi la tinta da loro. E sono ancora vive. Primo, perché non è detto che i loro prodotti vengano dalla Cina, e poi perché da un qualsiasi parrucchiere italiano, per lo stesso trattamento, si spende quasi il doppio, e dopo due o tre volte che ci vai la ricevuta diventa un optional.

E loro che dicono? Ascoltiamoli a Vigna Clara

Ma torniamo a Roma Nord. Passeggiando a Vigna Clara, si contano ben tre bazar gestiti da negozianti cinesi a poca distanza l’uno dall’altro. Proviamo ad entrare in uno. Alla cassa siede una signora sulla cinquantina che ci dice di non capire l’italiano nè l’inglese, ma secondo noi li capisce benissimo entrambi. E qui, il luogo comune sulla scarsa propensione ad integrarsi dei cinesi sembra confermato.

Naturalmente, a nulla serve rassicurarla che non siamo della Municipale e che scriviamo per un quotidiano on-line. Da noi si può.

Col secondo, le cose vanno un po’ meglio. La ragazza alla cassa è sorridente e ha tutta l’aria di non disdegnare due chiacchiere. Ci dice di non essere lei la titolare, però alla domanda “quante ore al giorno lavori” risponde che sta in negozio tutto il giorno. Da sola. Insomma, se non è la titolare, è una che perlomeno sta facendo carriera.

Però è simpatica, oltre che furba, e allora si può provare ad imbastire una conversazione sulla sua attività. Il locale è grande, anche se lei dice di no (“solo qualche metro quadro…”), e gli scaffali traboccano di merce di ogni tipo, dalle lampadine alle guarnizioni alla cancelleria. Tutti prodotti italiani o che si possono trovare in qualsiasi supermercato.

“Sì, il mio titolare la merce la compra qui, va tutti i giorni a Ciampino, e cambia fornitore a seconda dei prezzi, non ne ha uno fisso” (“titolare” che poi scopriremo essere il marito). “Guardi – ci conferma mostrandoci degli evidenziatori – qui c’è c’è scritto che vengono dalla Germania”.

Capitolo condizioni di lavoro: “Accidenti, però, state aperti fino a sera, tutti i giorni, e non vi fermate mai ?” “No, ogni tanto riposiamo. Anche se poi che bisogno c’è di fermarsi, io sto sempre seduta qui alla cassa, è già abbastanza riposante di per sé”. Evidentemente ha un concetto di resistenza sul posto di lavoro più estensivo del nostro.

“Passano mai i vigili a farvi dei controlli ?” “Sì, ogni tanto, ma qui è tutto regolare”. Sarà. Non è infastidita, sembra divertirsi a parlare, e allora azzardiamo: “Ma è vero che godete di un regime fiscale favorevole in Italia ?”. E qui fa una faccia strana come a dire che le tasse non sa nemmeno che cosa siano. Però gli scontrini ai clienti li fa, almeno davanti a noi, quindi l’IVA – in teoria – la paga. Vabbè, sorvoliamo.

“Avete dipendenti italiani o siete solo voi due ?”. “No, solo noi due. Anche perché non viene mai nessuno a chiedere di lavorare qui. Ma ce la caviamo benissimo così”. “Ma almeno, questi benedetti soldi li fate girare qui in Italia o li mandate tutti in Cina” – chiediamo tra il serio e il faceto – e lei ridendo ci dice che “casa nostra è qui adesso. Viviamo qui da sei anni. E poi anche noi mangiamo, facciamo la spesa, ci vestiamo.” “Uscite mai la sera ?” “No”.

A Monte Mario stesse risposte

Ci spostiamo a Monte Mario dove, nei pressi di Piazza Guadalupe, sulla Trionfale, c’è un altro piccolo emporio gestito da una coppia di cinesi. Anche loro sembrano propensi a sbottonarsi, ma sono un’eccezione, la maggior parte preferisce non rispondere.

“Vi trovate bene in Italia ?” “Sì, ma bisogna lavorare sodo – afferma lui – non c’è altro da fare se si vuole vivere. Viviamo poco distante da qui, a casa di mio cugino. Viviamo in nove nello stesso appartamento”.

Il locale commerciale, in questo caso, è il loro. Lo hanno acquistato un anno fa. Si dice che i cinesi paghino cash. Che sia o meno un luogo comune, poco importa. Così come poco importa se lo hanno acquistato coi soldi loro o di qualcun altro. Magari chi ha incassato ha già portato il ricavato in Svizzera o investito altrove. Perché, come diceva Gordon Gekko, “è tutta una questione di soldi, il resto è conversazione”.

Ad essere più sorpresi della nostra presenza, però, sono i clienti del negozio. Una donna ci dice che viene qui tutti i giorni, “perché i gestori sono simpatici, puliti, e si trova sempre tutto. Dovrebbero farla finita di dipingere i cinesi come gentaglia. Come in tutte le cose, è sbagliato generalizzare. Non pagano le tasse? Beh, non siamo certo noi a poter dare lezioni in questo senso”.

Noi, popolo di migranti, che per primi abbiamo esportato il nostro meglio, ma anche il nostro peggio.
Senza dimenticare che il fenomeno dei “cinesi” non riguarda solo l’Italia ma tutto il mondo occidentale. Anche se questo, forse, travalica un tantino i confini di Roma Nord….

Valerio Di Marco

© riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

 

Visita la nostra pagina di Facebook

2 COMMENTI

  1. provate a vedere se c’è un estintore dentro uno di quei bazar.
    avete presente cosa succede se una delle tante lucine va in corto? nessuno si pone il problema, evidentemente non ci sono controlli.

  2. Con il governo Monti è stata varata una legge che consente agli esercizi, se volessero, di rimanere sempre aperti, senza orario. Quindi la storia dell’Orario è una balla.
    Inoltre, noi Italiani, abbiamo la ConfCommercio per la grande distribuzione che ha smesso di aderire al CCNL dal 2014 perchè vuole i turni illimitati e non più l’orario, alla faccia dei cinesi crumiri ! Quindi o lavori come dicono loro o non lavori!
    Mentre il Contratto del Commercio per gli altri in Italia è scaduto il 31/12/13 e le trattative sono interrotte da maggio 2014, 8 mesi fa. Alla rifacccia del lavoro ben pagato e dei diritti dei lavoratori
    Infine, grazie al governo Berlusconi, non è reato penale, ne la frode in Bilancio, ne la mancanza di scontrino fiscale fino a 75.000E, ne la mancanza di norme per la sicurezza (vedi procesos tyssen group) per gli amministratori ed ora con renzi anche la frode fiscale fino al 3% !

    Ma siamo proprio proprio sicuri che il problema siano i CINESI ?

LASCIA UN COMMENTO

inserisci il tuo commento
inserisci il tuo nome