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Grottarossa: Don Coluccia, la Casa Famiglia e la sciarpa della solidarietà

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Metti insieme la solidarietà degli abitanti di Grottarossa, l’amore per il prossimo di un giovane sacerdote, una villa confiscata alla mafia, uomini che tentano di riadattarsi e una sciarpa lunga cinque chilometri che possa avvolgere tutti e tutto. E’ una storia di periferia, ma è una grande storia.

Se bastasse una sciarpa, Aldo potrebbe avere la certezza di stare agli arresti domiciliari ma in un posto che lo aiuti davvero a riscattarsi, José potrebbe continuare a vivere in una realtà familiare che la vita non gli ha permesso di conoscere e Diego potrebbe continuare ad imparare a fare il parrucchiere lasciandosi alle spalle la sua vita passata tra droghe e terribili compagnie.

Sono solo alcuni degli abitanti della Casa Accoglienza fondata a Grottarossa da don Antonio Coluccia e inaugurata nel 2013 (leggi qui).

A via della Giustiniana c’è una villa sequestrata alla mafia, mille metri quadri su tre piani con tre ettari di giardino, e lì c’è chi lotta per fare una vita degna, c’è chi lotta per riscattarsi. Ragazzi giovani e uomini adulti vivono insieme come una vera famiglia, con storie tristi alle spalle, con delle viti difficili, tutti accomunati dal desiderio di ricominciare a vivere.

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E c’è chi non vuole lasciarli soli; un gruppo di volontarie, ha deciso di promuovere un’iniziativa a sostegno di queste persone; creare una sciarpa di 5 km, ai ferri o ad uncinetto, con qualsiasi tipo di lana e di qualsiasi colore. Sono tanti 5 km, l’impresa non è certo facile. Riuscire ad avere tante sciarpe, cucirle l’una all’altra e poi venderla a chi chiaramente avrà piacere ad avere un bene reso prezioso per l’impegno che è costato.

Hanno già superato 1 km, tutti sono invitati a fare una sciarpa lunga 1,50 m e larga 30 cm.

Sarà più un simbolo, ci dice Gabriella, una delle volontarie; ” a testimoniare che tutti insieme ce la si può fare, che un pezzettino alla volta, con l’aiuto di tutti, si possono fare cose grandi”. La sciarpa della solidarietà che sfilerà dalla Casa accoglienza a via della Giustiniana fino alla chiesa di san Filippo apostolo in via di Grottarossa.

Don Coluccia, giovane sacerdote, ci ha accolto in una domenica qualunque, e ci ha permesso di passare una giornata insieme ai suoi ragazzi.

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Cominciamo dalla mattina; appuntamento in Parrocchia, a san Filippo apostolo in via di Grottarossa per la Messa delle 10. La Chiesa è gremita. Tutti parrocchiani, gente del quartiere che riempie la chiesa come se fosse la Messa per la notte di Natale. E invece è una domenica qualunque.

Se non fosse per la tonaca, don Antonio sembrerebbe proprio un ragazzo come tanti altri. Ha un braccio ingessato, se l’è rotto giocando a calcetto, ma questo non gli impedisce di correre da una parte all’altra. Saluta i suoi parrocchiani, ma lo fa uno ad uno, chiamando ciascuno per nome.

La Messa è finita e c’è Aldo da riportare a casa; anche lui era alla Messa ma deve tornare alla Casa Accoglienza perché chi come lui sta agli arresti domiciliari deve rispettare gli orari di uscita e di entrata. E allora saliamo veloci in macchina.

Pochi minuti e siamo in una strada sterrata in mezzo alla compagna. E’ una strada senza uscita. Ci porta dritti alla Casa Accoglienza. Ad aprirci c’è Emanuele, ha l’incarico di badare all’ingresso, anche lui vive lì.

Inizia il nostro tour; sì, un vero e proprio tour perché la villa è gigante e ci sono circa tre ettari di terreno. La megalomania della mafia, davvero non ha limiti.
Ma se è vero, come ci ha detto don Antonio che anche dalle cose più brutte, possono nascere cose bellissime, beh è davvero il caso di credergli.

In cucina si prepara il pranzo, ma la nostra curiosità viene attratta da qualcosa di strano.

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Notiamo infatti un’enorme cassaforte. Ha una porta vera e propria, di quelle con la maniglia a forma di volante. Vecchio “tempio” mafioso, oggi è la stanza della dispensa. C’è la scorta di cibo, dono gratuito di persone qualunque che vogliono dare il loro contributo. Vicino alla cassaforte, c’è una porta nascosta, sembra la porta di una credenza.

Don Antonio la apre e troviamo un nascondiglio segreto, una via di fuga per il mafioso che ci abitava. Un corridoio lunghissimo che porta direttamente all’uscita della villa. Oggi, la porta d’inverno è chiusa e d’estate invece viene lasciata aperta per far scorrere l’aria durante le calde notti estive.

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Ci sono diverse stanze, con 4 o 5 posti letto. Un salottino con la tv, uno studiolo e una piccola cappellina. C’è la lavanderia, la sala da pranzo. Una casa a tutti gli effetti. Massimo ci accompagna a vedere il giardino; se ne occupa lui per lo più. Ci sono delle vecchi costruzioni, piccole casette.

Dopo non poche difficoltà, don Antonio è riuscito ad avere gli aiuti e i permessi per aprire un poliambulatorio; per i ragazzi che vivono lì e per chi non ha i soldi per curarsi. Ci saranno medici volontari che daranno gratuitamente la loro professionalità a servizio di chi davvero non ha niente.

In un’ altra costruzione, ancora tutta da ristrutturare, don Antonio sogna di costruire dei laboratori per insegnare a fare l’orto. Oggi è ancora il ” rifugio” di Emanuele; passa molto tempo lì dentro a fare dei crocefissi di legno, alcuni piccolissimi, altri a grandezza d’uomo.

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Arriva l’ora del pranzo; tutto ben apparecchiato, tutto curato. Ognuno ha il suo incarico, ma per il pranzo si collabora un po’ tutti.

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Scherziamo, parliamo di calcio e di politica. Ad attirare la nostra attenzione è il gruppo dei papà, così li chiama don Antonio. Sono uomini che a causa della durezza della vita, a causa di errori propri o di altri, non vivono con i loro figli, sono stati allontanati. Ed ora sono nella Casa Accoglienza per cercare di ricominciare, per cercare di nuovo la stima in se stessi e riguadagnarsi la fiducia dei loro cari.

Hanno sguardi gravi, sono persone grandi che devono rimettersi in gioco. Stefano, uno dei papà, si mette a chiacchierare con noi. Incredibile, un uomo di grande cultura, di grande buon senso, con una grande sensibilità; eppure non l’avremmo mai detto. Sotto quella scorza di durezza, sotto quei jeans e quella maglia non troppo nuovi, c’è un uomo che ha tanto da dare e tanto da dire.

Don Antonio ci racconta che alcuni di loro si sono presentati a chiedere aiuto, a chiedere un posto dove vivere, altri invece è andato a trovarli per strada. Sì, perché lui li va a “raccogliere” questi ragazzi e cerca di salvarli, cerca di dar loro un’altra possibilità.

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Non piace a tutti don Antonio, dà fastidio alla malavita locale, si riprende i ragazzi e lotta contro la criminalità. A settembre è stato minacciato di morte, ma non ha paura; ” io guardo il crocefisso, faccio quello che devo, perché avere paura?”.

La Casa Accoglienza vive di elemosina per lo più; c’è chi regala loro del cibo, chi fa piccole donazioni, chi regala i buoni pasti dello stipendio, chi aiuta a far lavori di manutenzione.

Così è nata la sciarpa della solidarietà; un’ “occasione” per farsi conoscere e farsi aiutare. ” Solo una scusa”- ci dice ancora Gabriella – per far sì che in molti vengano a sapere dell’esistenza della Casa Accoglienza e possano dare un aiuto. Abbiamo bisogno di tutto, cibo, vestiario, soldi per le bollette e per i lavori di ristrutturazione”.

E chi vuole associarsi e “sferruzzare” per una giusta causa visiti prima di tutto l’attivissima pagina facebook creata dalle animatrici di questa iniziativa.

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Ce ne andiamo via ringraziando tutti; siamo andati lì per “vedere” come vivono i più bisognosi e ce ne torniamo a casa un po’ più ricchi. Don Antonio e i suoi sono riusciti a darci quello che nessuna ricchezza umana può dare: fiducia e speranza che davvero le cose possono cambiare.

Loro ce la stanno facendo. Se bastasse una sciarpa allora, ci potremmo avvolgere il mondo…

Valentina Ciaccio

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