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Grottarossa, una storia da raccontare

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Metti insieme la solidarietà degli abitanti di un generoso quartiere di Roma Nord, un sacerdote non trasferito a furor di popolo, una struttura confiscata alla criminalità e una legge che ne consente il riutilizzo a scopi sociali. Ecco una vera storia di territorio ambientata a Grottarossa che merita di essere raccontata.

Una storia di territorio basata su un progetto di grande importanza che a breve sarà realtà grazie alla determinazione di don Antonio Coluccia, vice parroco della Parrocchia di San Filippo Apostolo a Grottarossa, e grazie alla legge 109/96 sul riutilizzo socialmente utile dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, in virtù della quale una struttura di oltre trecento metri quadri e diversi ettari di terreno diventerà presto rifugio e luogo d’accoglienza per bisognosi.

A Via della Giustiniana si trova infatti una villa che fino a vent’anni fa faceva parte dell’immenso patrimonio di un boss della Banda della Magliana. Lasciata in abbandono, è poi rientrata nella legge che prevede la confisca dei beni mobili e immobili appartenenti alle associazioni criminali e la loro assegnazione per uso sociale.

Dal 1996, anno di entrata in vigore della legge, sono stati centinaia gli ettari di terreno, le ville e gli appartamenti trasformati in cooperative sociali, sedi di associazioni, comunità di accoglienza e centri culturali.
Nel XV Municipio (ex XX) sono una ventina, nella sola Provincia di Roma se ne contano 383 mentre sono ben 482 in tutto il Lazio.

A Roma il 33% risulta non essere utilizzato a fini sociali. Per questo l’assegnazione della struttura di Via della Giustiniana a don Antonio Coluccia è una notizia positiva per tutto il territorio di Roma Nord e non solo.

Quando il 2 agosto 2012 giunse la notizia della consegna provvisoria da parte di Roma Capitale don Antonio, sacerdote vocazionista, non pensò a una coincidenza. Il 2 agosto ricorre infatti la memoria liturgica di Giustino Russolillo, fondatore dei Padri Vocazionisti, ordine a cui don Antonio appartiene. Un segno per il sacerdote, che appena ottenuta la consegna definitiva, nell’ottobre successivo, iniziò i lavori di restauro.

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In soli cinque mesi quella che era stata la villa fastosa di un potente criminale sta diventando una dimora capace di accogliere venti persone tra senza fissa dimora, tossicodipendenti, malati senza assistenza. Grazie anche alla presenza di un poliambulatorio in cui presteranno servizio medici volontari, l’assistenza sanitaria sarà garantita agli ospiti che verranno inseriti in un progetto di recupero attraverso attività lavorative da svolgersi all’interno della struttura stessa.

Alla base di tutto, oltre al lavoro di don Antonio, ci sono le donazioni senza le quali non si sarebbe arrivati a prevedere l’inaugurazione della casa per il prossimo giugno, a soli sette mesi dell’inizio dei lavori di restauro.
Donazioni che sono giunte dai residenti nel quartiere, dai parrocchiani, dalle scuole, da tutti i luoghi in cui don Antonio si è recato per parlare del progetto, proiettare filmati, portare testimonianze.
Persino nelle discoteche dove, dopo un iniziale stupore, in molti si fermavano ad ascoltarlo.

Per fornire letti e mobili hanno fatto donazioni aziende dalla Toscana e dalla Puglia, si sono mossi i superiori che lo hanno incoraggiato e sostenuto fin dall’inizio (tra questi il cardinal Vallini, già vicario del Papa, a cui don Antonio è particolarmente grato).
Una vera e propria rete sociale messa in piedi grazie a un attivismo febbrile e inarrestabile.

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Il principio seguito? La dignità. Spiega don Antonio che nell’accogliere i futuri ospiti si è tenuto conto di un solo, fondamentale principio: dare a chi non ha, ricordandosi prima di tutto, prima del percorso di recupero, prima del reintegro, che a chiedere aiuto è una persona alla quale la dignità è stata tolta.

Per questo visitando le stanze ormai quasi pronte l’impressione che se ne ricava non è quella di un dormitorio né di una camerata, quanto piuttosto di una casa strutturata secondo il principio del vivere dignitosamente.

Ogni camera non ospita più di quattro posti letto, ognuna con doppio impianto doccia e doppi servizi. Il cuore di tutto è la piccola cappella situata al pian terreno, dove al momento si trovano solo un’icona della Vergine con bambino e un crocefisso.

Nel resto della casa non appaiono né icone né dipinti né scritte. Al principio della dignità segue quello del rispetto. E rispetto dell’uomo vuol dire anche rispetto della sua confessione.

Tutto questo non è che il traguardo di un lungo percorso iniziato tre anni fa, quando don Antonio Coluccia fu ordinato sacerdote e incaricato al vicariato parrocchiale presso la San Filippo Apostolo di Grottarossa.

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Dopo gli studi di filosofia e teologia all’Università Salesiana questo salentino di Specchia, romano d’adozione, cominciò dunque la sua opera in pieno XX Municipio. I residenti del luogo si accorsero di aver trovato un viceparroco particolarmente energico quando si sparse la voce che don Antonio, per ospitare i poveri, aveva addirittura messo i letti a castello in parrocchia.

Per parte sua, Grottarossa lo ha ricambiato in modo tutto particolare. Successe infatti che un giorno si presentò in sagrestia quello che all’apparenza aveva tutta l’aria di essere un senza fissa dimora. Alla sua richiesta di candele si sentì rispondere che in chiesa erano finite. L’uomo pensò dunque di recarsi non visto nella cappella e portarsi via le candele con la cera liquida necessarie alla celebrazione della messa.

A don Antonio non ci volle molto per capire chi era l’autore del furto. Si mise alla ricerca del ladro giungendo presso un sentiero degradato nella zona di Fondovalle, dove sorgono casette abusive che sono poco più che baracche. Una volta rintracciato, l’uomo ammise quasi con semplicità: “Dio nella sua casa ha le candele, io nella mia baracca no”.
Per don Antonio è stata la scoperta di un mondo e di una realtà sconosciuta, una sorta di iniziazione dolorosa e necessaria a un “universo orrendo” da riscattare attraverso la propria missione.

Missione che ha rischiato di essere interrotta quando, negli ultimi mesi del 2011, si profilò l’eventualità di un trasferimento in Sicilia. Il vescovo di Agrigento chiedeva infatti che a Canicattì fosse inviato un sacerdote per guidare gli oltre 20mila fedeli che compongono la comunità del posto e a don Antonio arrivò l’ordine di partire.

Gli abitanti scesero sul piede di guerra, non volevano che se ne andasse dopo anni di assiduo ed infaticabile servizio alla loro comunità. Si costituirono in comitato, fecero fiaccolate a cui presero parte anche persone appartenenti ad altre confessioni religiose, raccolsero le firme sotto un’accorata lettera (leggi qui) inviata ai superiori di don Antonio.
La ebbero vinta. Il vice parroco della San Filippo Apostolo rimase a Grottarossa.

Don Antonio Coluccia potrà dunque essere presente il giorno dell’inaugurazione della casa di Via della Giustiniana e godere per un momento il frutto di tanto impegno.

Anche se la vera soddisfazione per lui sarà un’altra.
“Sarò davvero appagato – ci confida – quando dopo un periodo trascorso come ospite di questa struttura, colui che era entrato chiedendoci aiuto potrà varcare quel cancello e tornare alla sua vita”. Non ci resta che augurargli che questo sogno si avveri presto.

Adriano Bonanni

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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7 COMMENTI

  1. speriamo che venga inaugurata al più presto, ma perché con tanti edifici abbandonati e inutilizzati che ci sono in giro non si può applicare la legge sull’uso sociale (indipendentemente dal fatto che siano sequestrati alla criminalità o meno)?

  2. Questo è quello che gli uomini di chiesa dovrebbero fare, tenendo sempre presente quello che ha fatto il Signore per chi aveva bisogno….
    Bellissima iniziativa, complimenti e spero che molti altri seguiranno questo esempio di grande fede ed amore….

  3. l”esempio di don antonio e il suo arduo compito doveva essere messo in evidenza dai mass media con piu”risalto questi sono gli argomenti piu”salienti in questi momenti di disagio nel nostro paese per fare vedere alle persone i fatti con amore verso il proprio prossimo e fare di piu”con aiuti a tutti gli uomini di buona volonta”di questo calibro e tempera non pensiamo sempre ad essere amareggiati dal momento che stiamo passando ma tutti con fiducia e anche con l”esempiodel nostro don antonio ci possiamo aiutare tra di noi volerci bene aiutare chi ne ha bisogno nelle proprie possiblita” dobbiamo essere tutti fratelli quello che seminiamo raccoglieremo grazie don antonio e forza vai avanti sta facendo una bella strada di bene e di esempio a noi laici…

  4. I salentini e principalmente i capusteddi hanno due protettori cui rivolgersi in caso di bisogno: uno in cielo nato ad Alessano(Prov. Lecce)ed uno in terra nativo di Specchia(Lecce)che per ovvi motivi chiamo don Antonio.,sempre disponile ad aiutare i bisognosi secondo gli insegnamenti di Cristo.Papa Francesco grazie per l’opera che stai svolgendo in questo particolare momento.

  5. Basta 1 Caffè per essere solidali! Vi chiedete come? venerdì 4 luglio 2014 (per tutto il giorno) sul sito http://www.1caffe.org sarà pubblicata la storia dell’Opera Don Giustino Onlus potrete donare 1 euro (1 caffè) o 5 euro (una colazione) Come?
    – con Paypal
    – con carta di credito o carta prepagata
    – con Postepay
    In alternativa potete donare anche andando sul sito dell’Opera Don Giustino Onlus http://www.operadongiustino.it
    Tutto ciò che sarà raccolto verrà devoluto all’Opera Don Giustino Onlus comunità fondata da Don Antonio Coluccia per senza fissa dimora, giovani emarginati, papà separati.
    Invitate anche i vostri amici a prendere 1 caffè o una colazione.
    Partecipate numerosi… non c’è bisogno di essere dei miliardari per cambiare il mondo. È possibile farlo anche con pochi euro alla volta.
    grazie di cuore per l’attenzione.

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