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Al Crossroads tutto “Dark Side of the Moon”

pfl240.jpgSabato 1 novembre, con inizio alle ore 22, il Crossroads live club di via Braccianense, 771, ospiterà “Dark Side of the Moon – 40th”, il concerto con cui i Pink Floyd Legend riproporranno integralmente il capolavoro del 1973, insieme ad altri grandi successi della band di Waters & Gilmour. Il disco ce lo raccontano in esclusiva tutti i componenti dell’eccellente tribute-band capitolina.

Il concerto

Dopo il grande successo del concerto “Atom Heart Mother 2014”, i Pink Floyd Legend torneranno dalle parti di Roma nord per un altro show che si preannuncia altrettanto allettante non solo per i fans del gruppo britannico ma anche per tutti gli amanti della musica.

Infatti, la cover band romana, che mette all’articolo uno del suo atto costitutivo la riproposizione fedele e rigorosa della discografia floydiana, questa volta presenterà al Crossroads di Osteria Nuova tutti i brani di “Dark Side of the Moon”, insieme a molte altre perle del repertorio dei Pink Floyd.

All’interno di un concerto che durerà un’ora e mezzo e che sarà arricchito da proiezioni video su schermo circolare, da effetti speciali e dall’utilizzo dei laser, i Pink Floyd Legend racconteranno ancora una volta la storia di una vita – della nostra vita – dal primo respiro fino alla sua conclusione, passando attraverso le paure, le ossessioni e i disagi che la segnano in maniera così profonda e incisiva.

“Dark Side of the Moon” è, infatti, una magnifica escursione in musica e parole sul lato oscuro che “from the cradle to the grave” accompagna, condiziona e minaccia le nostre esistenze individuali e collettive.
Il concerto inizierà alle 22, le porte apriranno alle 20.15, per ogni altra informazione si può consultare il sito http://www.crossroadsliveclub.it/.

Dark Side Of The Moon nelle parole dei Pink Floyd Legend

VignaClaraBlog.it ha chiesto a ciascuno dei membri dei Pink Floyd Legend di raccontare ai lettori le sensazioni che riguardano il proprio contributo al brano di “Dark Side of the Moon” del quale saranno di volta in volta protagonisti.

Le varie voci e le diverse testimonianze si sono fuse insieme come in un coro, si sono aggregate come le tessere di un mosaico: il risultato è un’originale e suggestiva guida all’ascolto del concerto del primo novembre, un punto di vista accattivante su uno dei dischi più belli e più venduti della storia della musica.

Il primo respiro, le prime paure, il tempo che fugge

Andrea Arnese, che negli show dei PFL cura gli effetti audio e video (“e durante l’esecuzione del disco ce ne sono parecchi!”), a proposito della traccia d’apertura,  Speak to Me, ci dice “che questo pezzo ne è un tipico esempio, con il rumore del battito cardiaco in sincrono con le immagini di un elettrocardiogramma”.
“In generale, durante gli spettacoli” – continua Arnese – “io piloto lo schermo circolare situato dietro la band, in cui il pubblico vede gli stessi video che proiettavano i Pink Floyd durante i loro concerti e, in alcuni casi, video originali fatti dal video-maker Nicola Neri”.
“Oltre a lanciare gli effetti audio di cui l’album è ricco” – conclude Andrea – “ogni tanto salgo sul palco per una schitarrata su “Comfortably Numb” o un solo di keytar su “Another Brick in the Wall”, in pieno stile “live in Berlin 1990”.

Breathe è fondamentalmente strutturato su due semplici accordi” – ci dice Paolo Angioi (chitarre) – “il tema di questo brano ha veramente qualcosa di speciale, e di qui la mia ricerca nell’eseguirlo sempre col giusto sentimento cercando l’amalgama sonoro con la chitarra di Andrea Fillo”.

On the Run è sicuramente importante per il raccordo fra Breathe e Time” – afferma Fabio Castaldi (voce e basso) – “ma ha anche una spiegazione ben definita: la canzone si ispira alla paura dei Pink Floyd di morire durante i viaggi in treno e in aereo che il gruppo faceva durante i tour. E, infatti, a fine brano un modellino di aereo si schianta a un lato del palco…”

Simone Temporali (tastiera e voce) dice che “il testo di Time è il più malinconico dell’intero album, ma anche quello che più di altri esprime una possibile risposta alla tematica dell’opera nel suo insieme: un possibile messaggio che potremmo banalizzare nel famigerato carpe diem.”
“Come lo stesso Roger Waters ha ammesso” – prosegue Temporali – “la spinta creativa più forte riguardo al tema principale dell’album provenne dalla constatazione che ‘la vita non inizia a trent’anni, ma il giorno in cui si nasce’: semplice, ma disarmante! Da qui il riferimento esplicito nel testo: “sei giovane e la vita è lunga, e oggi ce n’è di tempo da ammazzare. E poi un giorno ti accorgi che dieci anni ti sono passati alle spalle”.

“Anche il passaggio ‘tirare avanti in quieta disperazione è la maniera inglese’ è illuminante e significativo” – afferma ancora Simone – “perché in esso emerge un chiaro messaggio sarcastico nei confronti della mentalità anglosassone”.

“Dal punto di vista musicale l’apporto di Richard Wright” – conclude Temporali – “è fondamentale, specie nel sound del geniale intro, nel quale si realizza l’alchemica fusione di tre diversi strumenti: il synth Minimoog, che raddoppia e rafforza le note gravi della chitarra, il piano elettrico Rhodes, che richiama il suono tintinnante degli orologi, e l’organo Farfisa sullo sfondo, ultima apparizione in studio di questo strumento, marchio di fabbrica del sound wrightiano fin dagli esordi”.

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La vita, la morte e l’ossessione per il denaro

Martina Pelosi, Melania Maggiore e Maria Teresa Visconte si dividono (con una resa pazzesca, come abbiamo avuto modo di constatare personalmente) le bellissime armonie vocali di The Great Gig in the Sky.

Martina dice che “cantare questo brano genera in me emozioni difficilmente descrivibili: in questo flusso di note ci sento vita, morte, nascita, sesso. Nel mio intimo ogni volta lo dedico a qualcuno o a qualche stato d’animo che mi accompagna in quel preciso momento”.
“Questa canzone” – continua la vocalist – “è liberatoria, un flusso, una catarsi: sento che vorrei spingermi ancora più su, all’estremo del mio corpo e delle mie corde, è uno dei brani più intensi in cui un’interprete possa cimentarsi”.

Melania, invece, ricorda che “quando ho ascoltato per la prima volta questo pezzo avevo quindici anni e la sensazione che ho avuto è stata paragonabile a una forte angoscia, accompagnata da un senso di caduta libera”.
“Il brano” – prosegue la cantante – “parla della morte, è un grido di preghiera che prima si innalza in tutta la sua disperazione e poi, nella seconda e terza parte, sfocia in un canto più contemplativo, elegiaco. Clare Torry creò qualcosa di unico e ineguagliabile a livello canoro, e il privilegio di poter reinterpretare un pezzo così particolare mi riempe di piacere, come poter cantare un’aria d’opera”.

“La composizione è sempre la stessa” – conclude la Maggiore – “però il tocco è personale e il pezzo diventa anche tuo, pur sempre rispettando il significato e lo stile con i quali è stato concepito. Quelle sono le note dell’anima!”.

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Maria Teresa Visconte contribuisce all’esecuzione del brano nella sua parte finale: “usare la voce come uno strumento è un’emozione fortissima che mi scuote sempre. Un ultimo grido disperato e poi il sospiro, l’agonia finale. Il pathos è amplificato dalle parti precedenti e dal silenzio del pubblico…”

Per Michele Leiss (sax) “Money rappresenta, forse, un punto di rottura rispetto alle atmosfere che caratterizzano il disco. Il tempo dispari in 7, l’arrangiamento piuttosto aggressivo e l’impostazione delle parti solistiche/strumentali rimandano fortemente al tono e all’argomento del testo: una critica feroce ma non priva di ironia ai valori proposti dalla società capitalistica, il legame indissolubile necessità-desiderio-denaro e il miraggio di una vita di lusso e agio sfrenato”.

“A questo si aggiunge” – chiarisce ulteriormente Leiss – ” la prospettiva del testo in prima persona, priva quindi della pretesa di essere fuori o al di sopra di queste logiche. Il solo di sax è caratterizzato da alcune peculiarità: l’uso del corto delay per processare il suono, la struttura ritmica asimmetrica del fraseggio sul tempo dispari, il suono graffiante sembrano farci pensare alle seduzioni sensuali, irresistibili ma insidiose, del denaro e del lusso”.

“Allo stesso tempo” – precisa ancora Michele – “una sottile eversività in tutto ciò accenna al desiderio impellente di rompere il meccanismo, di spezzare la dipendenza. È uno dei brani più divertenti da interpretare, forse proprio a causa di questa natura ambigua del senso di ciò che si suona. Eseguirlo è sempre una grande emozione e un’esperienza in qualche modo liberatoria, vista l’urgenza e l’attualità dei temi proposti”.

Per Alberto Maiozzi (batteria) “Money nasce come singolo e, tra i vari punti di forza necessari alla riuscita di un singolo, c’è sicuramente una forte ricerca sulla ritmica. Il pezzo deve rimanere in testa, essere il più diretto possibile e, soprattutto, essere fruibile ma allo stesso tempo ricercato”.
“Così al solito 4/4, che in genere distende e rilassa” – dice ancora Maiozzi – “si è preferito un 7/4, che dà la sensazione di entrare in un circolo vizioso dal quale è quasi impossibile uscire. Ecco che, quindi, un aspetto musicale si unisce magistralmente ad un concetto intellettuale: nel testo si parla, appunto, di quel meccanismo che ormai da millenni ci rende schiavi e dal quale sembra impossibile uscire”.

Secondo Simone Temporali (tastiera e voce) è “difficile trovare in un album di studio un ‘ponte’ più felice tra due brani così diversi. Il magnifico passaggio da Money a Us and Them è tipicamente wrightiano: la trasformazione progressiva di un accordo in un altro è, infatti, il principio base del suo modo di comporre”.
“Sulla coda di Money” – continua Temporali – “coda che è condita dalle celeberrime voci registrate, emerge un amalgama di suoni che lentamente conquista il Re maggiore su cui si apre il brano, brano che, peraltro, è preesistente all’album, dal momento che fu composto da Wright per il film Zabriskie Point di Antonioni”.

“Personalmente” – conclude Simone – “mi è impossibile non rimanere col fiato sospeso ascoltando o suonando questo passaggio: il successivo attacco degli altri elementi acquista grazie ad esso una luce incredibile! Ancora una volta l’atmosfera non ci viene restituita tanto dalle note in sé stesse, ma dalla scelta del suono, in questo caso l’organo Hammond con l’immancabile ‘respiro’ del Leslie, come dice Andrea Fillo”.

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Tutti i colori della follia

Lo stesso Andrea Fillo (voce e chitarra) ci dice che “Any Colour You Like, il cui titolo richiama i colori che vediamo sulla cover dell’album, è sicuramente in linea con l’andamento del disco dal punto di vista musicale, un brano di raccordo importante che gira fondamentalmente su due accordi e nel quale si nota l’importanza del Moog e degli assoli di Gilmour”.

Per Fabio Castaldi (voce e basso) “Brain Damage è il pezzo principale dell’album perché, oltre ad essere un richiamo alla pazzia umana in generale, vista nelle proiezioni originali con i grandi dittatori della Terra (dell’epoca), è evidentemente anche un richiamo al distacco di Syd Barret dalla band”.

Lo stesso Castaldi, a proposito del pezzo conclusivo – Eclipse – ci dice che “quando si arriva al momento di eseguire questo brano l’emozione è forte, così come il crescendo naturale della canzone. È uno dei brani che ancora oggi mi emoziona di più eseguire e cantare: quando canto parti come ‘all that you love’ o ‘all that you give’ tutte le volte sento i brividi…lo straordinario finale di un album immenso e immortale!

Riguardo all’ultima traccia di “Dark Side of the Moon”, Simone Temporali (tastiera e voce) aggiunge che “in Eclipse mi tocca la parte vocale più acuta e uno splendido ed esaltante incipit all’Hammond. Ogni volta che la eseguiamo si rinnova l’emozione di arrivare in cima alla vetta di un album che non finirà mai di commuovere per la sua bellezza e la sua modernità”.

Giovanni Berti

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