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La magica notte dei Pink Floyd al Teatro Olimpico

atom3.jpgTeatro Olimpico strapieno, centoventi artisti sul palco e più di due ore di ottima musica: grande e meritato successo sabato 27 settembre per il concerto “Atom Heart Mother 2014”, il mega-show che ha regalato nuova linfa e sfumature suggestive alla suite del 1970 e a molte altre composizioni immortali dei Pink Floyd.

il concerto, parte I: la leggenda dei Pink Floyd

Protagonisti della prima parte dello spettacolo sono i Pink Floyd Legend, la tribute-band capitolina che mette all’articolo uno del suo atto costitutivo la riproposizione fedele e rigorosa delle canzoni del gruppo capeggiato da Waters e Gilmour.

Cinque sono gli album esplorati in questa prima sezione dello show, che dura un’ora e che è arricchita da effetti speciali sorprendenti come i raggi laser, le proiezioni video sullo schermo circolare e l’iconico maiale volante di “Animals”.
Dopo le fascinazioni oscure di “One of These Days” (“Meddle”, 1971) trovano spazio “Time” e “The Great Gig in the Sky”, entrambe tratte da “The Dark Side of the Moon” (1973).
In quest’ultimo pezzo si mettono in evidenza le magnifiche voci di Melania Maggiore, Martina Pelosi e Mariateresa Visconte, che sanno rendere con intensità davvero ragguardevole queste complicate armonie vocali di incredibile suggestione.

Il talento dei Pink Floyd Legend è direttamente proporzionale al coraggio che hanno nel riproporre brani che hanno scritto la storia della musica rock e non solo: così Fabio Castaldi e Andrea Fillo, rispettivamente il Roger Waters e il David Gilmour della band, si cimentano con successo nelle interpretazioni di “Shine on You Crazy Diamond” e “Wish You Were Here” (“Wish You Were Here”, 1975), oltre che di “Mother” (“The Wall”, 1979) e “Brain Damage” (ancora “The Dark Side of the Moon”), essendo egregiamente supportati dalla puntualità di Alberto Maiozzi (batteria) e dalla precisione di Simone Temporali (tastiere).

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Il set rock dei Pink Floyd Legend si conclude con il ritmo trascinante di “Sheep” (“Animals, 1977) e con il mitico maiale di orwelliano rimando (Guido, nella versione italiana) che ondeggia, bonario e minaccioso, sopra le teste degli spettatori della platea e pare sfidare il pubblico della galleria.

il concerto, parte II: la carica dei centoventi

Quindici minuti d’intervallo e si ricomincia. Ora sono in tanti sul palco, centoventi, forse centoventicinque. Alle spalle dei Pink Floyd Legend, infatti, prendono posto quattro-cori-quattro (il Coro Diapente, il Coro Archè, il Coro Giuseppe Verdi e il Coro Polifonico di Anzio), una sezione fiati di assoluto rispetto (gli Ottonidautore) e la bravissima Federica Vecchio al violoncello.

Davanti a tutti si posiziona il maestro Giovanni Cernicchiaro, il prestigioso direttore d’orchestra che intervistiamo di seguito e che è chiamato all’impresa tutt’altro che semplice di far procedere tutti quanti con il medesimo passo.
Una tromba delicata e struggente restituisce la profonda disperazione di “Goodbye Cruel World”, prima che la violenza indicibile di “The Show Must Go On” scuota l’animo di tutti i presenti.

Un aereo si schianta sul palco producendo volute di fumo che investono le prime file, arrivano le prime note di “Another Brick in the Wall”, undici bambini della scuola Pio XII di Roma – le cui magliette compongono la scritta “hey teacher!” – fanno il loro ingresso in scena e ingaggiano una lotta serrata con la grande marionetta che ha le fattezze del professore perverso di “The Wall”.

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Questa pietra angolare della discografia floydiana segna uno dei momenti più riusciti dello show, che si sta avvicinando al suo culmine in un crescendo di emozioni e sensazioni forti. Infatti, dopo “Summer ’68”, un bellissimo tributo a Richard Wright – il polistrumentista dei Pink Floyd scomparso nel 2008 – in cui si distingue (voce e piano) il bravissimo Simone Temporali, arriva “Atom Heart Mother”, la lunga suite che i Pink Floyd scrissero insieme al compositore sperimentale Ron Geesin e che dà il titolo a questo grande evento.

La resa è fantastica, sorprendente, da brividi. I cori, i fiati, il violoncello si fondono con la chitarra elettrica e con la batteria, la musica classica abbraccia quella rock in un poema sinfonico articolato e complesso che, come un prisma, restituisce mille colori, mille sensazioni, mille situazioni. Suoni primordiali, epica, battaglia, sentimenti, invocazioni alla terra e al cielo: tutto racchiuso in ventiquattro minuti di autentica magia. Applausi, applausi, applausi!

Ma non è ancora finita. Da “The Wall” arrivano quattro bis: la soffertissima “Nobody Home”, l’accorata “Vera”, l’antimilitarista “Bring the Boys Back Home” e la stupefacente “Confortably Numb” , prima che una riproposizione di un frammento di “Atom Heart Mother” chiuda definitivamente questo magnifico concerto dopo oltre due ore di musica, effetti speciali e vibrazioni dell’anima.

Giovanni Cernicchiaro, fra Debussy e i Pink Floyd

Nato a Civitavecchia quarantadue anni fa, musicista, compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra, nonché autore di colonne sonore, insegnante di discipline dello spettacolo e docente di chitarra e storia della musica, Giovanni Cernicchiaro è stato il gran maestro di cerimonie del mega-show che abbiamo visto sabato sera al Teatro Olimpico.

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Maestro, ma cosa ci faceva sul palco con una rock band? Mi godevo un’esperienza unica! Ho sempre amato la musica rock e sono cresciuto a pane, Ligeti e Pink Floyd. Intimamente non ho mai diviso la musica in generi ma in bella e brutta, e quindi questo mi ha portato a mettermi in gioco in progetti non solo classici.

Quali sono gli altri suoi momenti d’incontro fra classica e rock? Quando studio ed insegno la chitarra. Anche in quelle occasioni sono sempre appeso fra due mondi: quello apollineo di Tarrega e quello dionisiaco della mia Schecter 7 corde. Seguo ragazzi che vogliono studiare sia la classica che la classica accompagnamento e quindi alterno un profilo didattico standard ad uno in cui suoniamo da Robert Johnson ai Radiohead.

Cosa trasmette la partitura di Geesin? Pur essendo stata scritta per una vera e propria opera rock, la presenza del coro e degli ottoni trasmette sin da subito un messaggio chiaro: ei ragazzi, qui succede qualcosa di strano: la nascita dell’universo? uno strano rituale? la cavalcata dell’eroe? Forse un po’ di tutto questo.

L’alternanza di una scrittura difficile (politonale, pantonale, atonale e psichedelica alle volte) con una più semplice e fruibile (sia nella parte classica che in quella rock) creano un flusso semantico-musicale che segue la consueta logica della dualità: facile-difficile, tensione-distensione, raffinato-volgare, apollineo-dionisiaco.

Inoltre la contrapposizione per giustapposizione o per sovrapposizione della dimensione sonora classica con quella rock, crea una contaminazione magica che definisce e rifinisce lo spirito epico e sinfonico della musica dei Pink Floyd. Si innesca così un meccanismo sonoro basato su due dimensioni a loro volta bidimensionali che si alternano, comunicano o combattono.

Il tutto viene infine confezionato in una struttura ternaria (che ricorda la Forma-Sonata) che fa da contenitore e restituisce coerenza dimensionale inconscia nell’ascolto. Insomma il cervello non capisce subito perché, ma intuisce che non si tratta di semplice ascolto ma di una esperienza psichica, archetipale e catartica.

Cinque esecuzioni classiche per profani e cinque dischi rock per un classico? Allora, ai primi consiglierei i Carmina Burana di Carl Orff, i Pianeti di Gustav Holst, il prelude a l’apres midi d’un faune di Debussy, le Quattro Stagioni di Vivaldi e musica di Marcello, Haendel, Albinoni e Purcell (solo in un secondo momento Bach, Mozart e Beethoven); mentre ai secondi suggerirei di partire con “Atom Heart Mother”, “The Final Cut” e ” The Wall” dei Pink Floyd, i Primi Genesis, i Radiohead ed anche gli Area.

Giovanni Berti

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