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Genio e magia, Aznavour conquista il Foro Italico

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Grande e strameritato successo per il concerto che Charles Aznavour ha tenuto ieri sera, martedì primo luglio, al Centrale Live del Foro Italico. Accompagnato da una band di otto elementi, inclusa la figlia Katia, l’istrionico chansonnier parigino di origine armena ha regalato al pubblico romano un’ora e quarantacinque minuti di autentica magia, dedicando quasi metà della scaletta alle sue canzoni in italiano.

Tutta la vita, tutte le vite, in un’unica serata e in una serata unica. Charles Aznavour, 90 anni compiuti lo scorso 22 maggio, ha avuto ancora una volta un teatro e un ruolo (straordinariamente) adatto a lui e il genio si è visto, si è sentito e respirato, senza soluzione di continuità, per cento minuti e spicci.

E, allora, ripercorriamo song by song – pardon, chanson par chanson – questa magnifica serata di musica, sensazioni e magia.

Attesa palpabile, pubblico internazionale, teste canute ma non solo. Spalti gremiti quasi in ogni ordine di posto. Sono le 21.20 quando monsieur Aznavour – completo nero, portamento retto e piglio inconfondibile – fa il suo ingresso sul palco, dove avevano già preso posto i suoi musicisti.

Gli applausi sono scroscianti (e lo diventeranno sempre di più, fino alla standing ovation finale), il cantautore è concentrato e totalmente a suo agio, e scherza sul fatto che si aiuterà con gli schermi posizionati di fronte a lui per le canzoni in italiano.

Si comincia con Les Émigrants, un toccante omaggio a coloro i quali abbandonano la propria terra (“le tasche vuote, le mani nude”) per salvarsi la vita, per cercare una nuova vita e”una casa lontano da casa” in un altro paese, come capitò a Micha e Knar Aznavourian, i suoi genitori, in fuga dal genocidio dimenticato degli Armeni del 1915.

La prima “stoccata” in italiano arriva con l’intensa Morir d’Amore (“ma chi mi capirà non mi condannerà”), alla quale segue l’afflato poetico – delicato e insinuante – di Viens m’Emporter, che Aznavour canta e interpreta seduto su uno sgabello.

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Meraviglia delle meraviglie, introdotta da un pianoforte morbido e carezzevole, arriva Lei, una delle dichiarazioni d’amore più belle della storia della musica (e non solo).

Conosciuta anche come “She”, “Tous les Visages de l’Amour” e “Sie”, questa canzone ha un impatto devastante sulle anime di tutti i presenti, come la successiva, magnifica, Paris au Mois d’Août, un capolavoro che si potrebbe definire “visivo”, dato che rappresenta in modo assolutamente nitido una Parigi svuotata, una città che nel mese d’agosto sembra appartenere solo ai due amanti, che si nutrono di “lacrime e risate” e dove “ogni strada e ogni pietra” paiono fatte solo per testimoniare il loro amore inarrivabile.

Gli applausi si moltiplicano come le emozioni che stanno arrivando una dopo l’altra: Aznavour si toglie la giacca, mostra un paio di bretelle sbarazzine, racconta aneddoti e, poi, dice: “continuiamo!”.

Le prime note de L’Istrione scatenano una reazione di gioia incontrollabile sugli spalti, l’interpretazione mozza il fiato, le sensazioni si affastellano una volta di più. Nella successiva Je Vojage Aznavour duetta con la figlia Katia, che dal 1996 lo accompagna regolarmente in tour come corista.

“Questo è un viaggio all’interno dei tuoi rimpianti, dei tuoi rimorsi? È un rifugio, una perdita o un’altra avventura?, domanda la figlia al padre durante questa canzone dal sapore autobiografico. La risposta arriva alla fine, quando i due fondono le proprie voci e le rispettive anime per dire: “io viaggio, attraverso i sogni e l’insonnia…di miraggio in miraggio, attraverso la memoria e l’amore, io viaggio.”

Punteggiata solo dal pianoforte, lungamente e straordinariamente recitata ed infine cantata, subito dopo arriva Sa Jeunesse, una bellissima ode sulla “ricchezza” di “avere vent’anni, i domani pieni di promesse, quando l’amore si china su di noi per offrirci le sue notti insonni”. È un momento meraviglioso, magico, al quale seguono i toni drammatici e malinconici di Buon Anniversario, che, però, grazie alla mimica e al modo di pronunciare certe parole, si tinge anche di ironia.

Un’ispirata Ave Maria (“chi ha sofferto viene da Te, Tu che hai tanto sofferto, Tu che comprendi la loro miseria”) precede la lucida e amara consapevolezza di Mon Ami, Mon Judas (il mio amico, il mio Giuda), che sottolinea brillantemente l’ipocrisia e la spietatezza di chi, con il sorriso e le maniere affettate, nasconde la propria natura di “profittatore e parassita”.

Si cambia decisamente registro con la tenerezza di Quel Che Non Si Fa Più e si varia ancora con la successiva Désormais, l’urlo disperato (e cantato a voce piena) di un uomo che ha visto fuggire la propria felicità, di chi voleva essere l’ombra della propria amata, ma è diventato solo l’ombra di sé stesso.

Si deve mantenere la propria dignità senza voltarsi indietro, nonostante il prezzo che si paga, costi quel che costi. Si deve affrontare il destino continuando a sorridere, si deve lasciare il tavolo quando l’amore è servito, nascondere la propria condanna e la propria pena sotto la maschera che si indossa tutti i giorni.

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Le nobili e sagge dichiarazioni di intenti di Devi Sapere (ossia “Il Faut Savoir”) si frantumano, si disintegrano, nel verso finale: “devi sapere, però io non lo so”. La consapevolezza della propria fragilità  (e della fragilità umana) si sposa con la coscienza della propria natura (e della natura umana) non proprio impeccabile, dato che subito dopo “Devi Sapere”, arriva l’ironica e disincantata Mes Emmerdes: “non dimenticherò mai i miei amici, i miei amori, la mia merda”.

I brucianti rimpianti di Ieri Sì (“Gli amici sono andati, non torneranno più, la mia commedia ormai da solo finirò, ho ancora una canzone ma non la canterò, Il gusto della vita non lo ritroverò, è il tempo di pagare gli errori miei di ieri, da giovane”) precedono l’intensità e la delicatezza di Mon Émouvant Amour, prima che un’efficacissima interpretazione di E io tra di voi faccia spellare le mani a tutti i presenti.

Ci avviciniamo verso l’epilogo ma le emozioni e le sorprese non sono finite ancora. Nella successiva e via via sempre più incalzante Les Deux Guitares, Aznavour dirige il battimani del pubblico, che rimane incantato ad ascoltare anche l’accorata storia contenuta in Quel che si Dice, un pezzo di quarant’anni fa che descrive con estrema sensibilità l’esistenza, le piccole gioie e le grandi sofferenze di un omosessuale che vive con la mamma e che di notte, a dispetto del suo lavoro rispettabile, “ha un numero speciale che termina in un nudo integrale”,

La sublime intensità de La Bohéme (“avere vent’anni insieme”) sfocia nella desolazione e nella bellezza di Come è Triste Venezia (“soltanto un anno dopo, se non si ama più”), mentre la successiva e travolgente Emmenez-Moi, che chiude il set un paio di minuti prima delle 23, colpisce diretta al cuore con le sue dichiarazioni nette e incisive: “fuggo lasciando lì il mio passato, senza alcun rimorso, senza bagaglio e il cuore libero di cantare forte: portami agli estremi confini della terra, portami nel paese delle meraviglie, mi sembra che la miseria sarebbe meno dolorosa sotto la luce del sole…”

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Gli applausi sono continui e scroscianti, Aznavour e la band lasciano il palco. Gli applausi continuano, aumentano di intensità e di calore. Qualche minuto dopo lo splendido novantenne e il suo gruppo tornano sulla scena per un bis: ossia la bellissima e struggente La Mamma.

Sono le 23.05,  il concerto è finito e sono tutti in piedi ad applaudire ancora ed ancora questo meraviglioso chansonnier.

Qualcuno ancora insiste nel definire Aznavour come il Sinatra di Francia. Noi, se è proprio necessario fare un paragone (e non lo è), preferiamo, invece, accostarlo a Georges Simenon.

In un’ora e quarantacinque minuti di show – 24 canzoni, 10 delle quali interpretate in italiano – Aznavour ha toccato con profondità e sensibilità i temi della vita e della morte, dell’amore che nasce e che finisce, ci ha fatto respirare la gioia, la malinconia, la tenerezza e la tristezza, ci ha trasmesso gli stati d’animo legati a Venezia e a Parigi, ha rappresentato le grandezze e le miserie degli esseri umani, ha pennellato rimorsi, rimpianti e possibilità sfumate.

Tutta la vita, tutte le vite, in cento minuti come in 150 pagine.
Merci monsieur.

Giovanni Berti

 riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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3 COMMENTI

  1. Ho sempre amato Aznavour e rimpiango di non essere stata presente a questo concerto a quanto pare raro e prezioso. Scrivo perchè sento la necessità di congratularmi con l’autore dell’articolo qui sopra perchè leggendolo mi sono sentita in certi momenti partecipe, veramente. L’arte di descrivere l’evento con parole giuste e calzanti unita al grande trasporto provato e alla devozione verso questo cantautore che si può definire un patrimonio per i contemporanei, mi hanno trasportato di peso in quel luogo facendomi rivivere le emozioni da lui stesso vissute nel corso della serata. Niente, alla fine mi sono andata a cercare le canzoni descritte nel testo e me le sono assaporate da sola, nelle quiete ore della notte ed è stato come se avessi ricevuto un dono. Grazie ad Aznavour ma anche a Giovanni Berti

  2. il film “The Games ” con la Regista di Michael Winner del olimpiadi del 1960 a Roma ‘ . Aznavour avrebbe recitato il ruolo del famoso maratoneta Emil Zatopek .
    ho potuto fare il coraggio e mi sono presentato a Aznavour come studente universitario a Roma come Armeno- Iraniano ; e lui, subito mi ha presentato alla Moglie Ula con il cagniolino bianco in mano che passeggiavano tutti i giorni intorno alla Piscina del Fuori Italico.
    Ogni giorno ci vedevamo e alla fine mi ha presento al regista come il suo Cugino . e io ho avuto la possibilità e la fortuna di lavorare per 3 mesi a fianco di lui . Ora a distanza di anni vedere lui grande come sempre sul palcoscenico del Fuori Italico con la figlia Katia che conoscevo prima di nascere – umanamente ero coinvolto e commosso per tutta la durata dell’ Spettacolo . tanti iraniani con-camerati in via dei Giornalisti N 18 – da studenti di Vale Giulia, ora architetti sparsi nel girio del mondo ; si ricordano Aznavuor come il grande Zio di noi studenti corti di soldi-

  3. J’ai eu les mêmes impressions pendant le concert d’Aznavour à Varsovie. Les chansons étaient presque les même (sauf « Que c’est triste, Venise », bien sur !), mais chantés en français. Et je dois dire, que ce concert était « for me, for me, for me formidable ! » que Charles Aznavour a chanté aussi à Varsovie.

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