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Due chiacchiere con Lino Patruno

lino120.jpgAttore di cabaret, di teatro e di cinema, musicista ma soprattutto grande jazzista italiano. Ha suonato e inciso dischi con alcuni dei grandi maestri della storia del jazz, ha scritto musiche da film e per il teatro. Il banjo è suo compagno di vita. Lino Patruno, 78 anni, intervistarlo è una vera jam session.

Da poche ore sono stati resi noti i nomi dei vincitori del Premio Baiocco 2013, tradizionale appuntamento istituito dal Municipio XV per gratificare l’opera di persone residenti sul territorio che si sono distinte con il loro impegno artistico, sociale, professionale e scientifico, la cui cerimonia di consegna si terrà nel pomeriggio di sabato 26 a Ponte Milvio.

Visto che è fra i premiati, abbiamo raggiunto per due chiacchiere Lino Patruno, residente in via Cortina d’Ampezzo, padre leggendario del jazz italiano e vincitore del Baiocco nella categoria delle arti recitative e musicali.

Lino Patruno è stato senza dubbio uno dei più illustri rappresentanti della musica italiana all’estero.

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Eclettico a ammirato polistrumentista, nel corso della sua lunghissima carriera ha suonato assieme ai nomi più importanti della musica internazionale, da Bill Coleman a Bud Freeman passando per Eddy Miller e Teddy Wilson, ed è stato anche un apprezzato compositore di colonne sonore, attore – recitò, tra gli altri, in Amarcord di Fellini – sceneggiatore e regista.

Di origini calabresi, Patruno si trasferì a Milano all’inizio degli anni cinquanta dove iniziò la sua carriera di musicista. Nel 1964 fondò, assieme agli amici e sodali Roberto Brivio, Gianni Magni e Nino Svampa, I Gufi, gruppo musicale cabarettistico che introdusse nel nostro panorama musicale la comicità surreale e satirica, attingendo a piene mani dalla tradizione popolare e dialettale lombarda e ispirando negli anni schiere di emuli.

Sciolta la band, nel 1969, si dedicò al teatro e all’incisione di dischi jazz e ad altri progetti musicali, cinematografici e televisivi.

Dal 2003 tiene seminari di storia del jazz alla Casa del jazz e all’Università di Roma Tre, e di Storia delle colonne sonore all’Università del Cinema e della Televisione di Roma, a Cinecittà.

Nel maggio del 2011 è stato invitato a rappresentare l’Italia al New Orleans Jazz & Heritage Festival, prima volta dal 1977.

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Maestro Patruno, inizierei con una domanda sui suoi progetti attuali. Ha in cantiere un nuovo CD?
Oramai i CD non si fanno più e sono stati sostituiti da iTunes, vale a dire si possono scaricare attraverso Internet pagando 0,99 a brano. In questo modo si arriva in tutto il mondo. Il mio ultimo CD dal titolo “I’m Coming Virginia” è stato stampato 3 anni fa e l’ho dedicato interamente alla musica di Bix Beiderbecke degli anni ’20. E così, avendo in circolazione oltre un centinaio di CD, attualmente non ne ho in progetto altri.

Riguardo i suoi trascorsi, c’è un aneddoto in particolare che ricorda legato a qualcuno dei grandi con cui ha collaborato ? E qual è la collaborazione che ricorda con maggior piacere?
Io ho suonato con alcuni fra i più grandi musicisti della storia del jazz come Albert Nicholas, Joe Venuti, Bill Coleman, Teddy Wilson, Billy Butterfield, Jimmy McPartland, Wild Bill Davison, Barney Bigard, Bud Freeman, Eddie Miller…..Tutti grandi nomi nella storia ma sconosciuti alle nuove generazioni che credono che il jazz lo abbia inventato John Coltrane, mentre invece per me Coltrane è stato solo l’ultimo dei grandi negli anni ’60, vale a dire prima del nulla jazzistico!

Tra i musicisti a cui sono più legato, anche se è scomparso 35 anni fa, quello che mi ha dato più emozioni è stato il violinista Joe Venuti, primo grande violinista della storia del jazz negli anni ’20. Lui era di origini siciliane come la maggior parte dei musicisti bianchi della storia del jazz che in quegli anni il jazz lo hanno creato.

La prima volta che lo incontrai fu una notte nei primi anni ’70 al Capolinea di Milano dopo un suo concerto in teatro a Bergamo. Era in compagnia di alcuni amici che conoscevo e mi avvicinai a lui dicendogli a bruciapelo: “Maestro, io suono la chitarra, sono un suo grande ammiratore, posseggo tutti i suoi dischi e vorrei inciderne uno con lei”.
Mi guardò incuriosito poi mi chiese: “Hai una chitarra? Qualcuno ha una chitarra per questo ragazzo? In pochi secondi arrivò come per incanto una chitarra e suonammo assieme fino alle luci dell’alba. Prima di lasciarci mi chiese:”Quando incidiamo il disco? Fammi sapere dove e quando.”

Passiamo per un attimo alla sua vita di attore. Com’è stato lavorare con Fellini ?
Avevo conosciuto Fellini nel suo studio romano di via Bruno Buozzi, nel quale mi recai assieme ai miei amici, gli altri tre Gufi, introdotti dal nostro impresario, il grande Remigio Paone, che gli aveva chiesto se avrebbe potuto darci dei suggerimenti registici per il nostro debutto al teatro Fiammetta di Roma.

Gli ripetemmo tutto lo spettacolo senza pubblico in un’atmosfera logicamente molto diversa da quella di un luogo pubblico e alla fine ci disse: “Ragazzi, siete attori di razza e non avete certo bisogno di me; sapete voi quel che dovete fare. Posso solo suggerirvi di truccarvi di più e, visto che sarete in teatro, di esasperare di più i vostri movimenti mimici”.

Torniamo al suo primo amore, la musica. Come nacque il Lino Patruno Jazz Show?
L’idea del mio gruppo denominato “Lino Patruno Jazz Show” nacque dopo lo scioglimento della Milan College Jazz Society negli anno ’80. Ancora oggi i miei concerti vengono presentati come “Lino Patruno Jazz Show”.

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Con il gruppo I Gufi, negli anni ‘60 siete stati i pionieri della musica cabarettistica. La Rai trasmetteva i vostri spettacoli. Può dare un giudizio sulla scena attuale?
Io non guardo la televisione se non il telegiornale. Non amo lo spettacolo televisivo e i suoi orribili talk show sopratutto quando ospitano i politici. Non ho mai visto i cabarettisti odierni nè mi interessano. Ho smesso con il cabaret nei primi anni ’80, quando Berlusconi cominciò a ospitare i miei colleghi nelle sue tre reti televisive. Quando il padrone ti compra non puoi parlare male di lui e di quelli come lui! Il cabaret è libertà di idee, almeno così dovrebbe essere!

E’ ancora in contatto con Svampa e Brivio?
Si, quando salgo a Milano, ogni tanto ci incontriamo e ricordiamo i vecchi tempi.

Pochi mesi fa si è tenuta nel Parco S.Maria della Pietà una serata in memoria di Massimo Urbani, famoso jazzista romano morto vent’anni fa. Lo conosceva, che ricordo ne ha?
Massimo era un caro amico e a differenza dei musicisti odierni aveva molta stima e rispetto per la storia del jazz e i suoi pionieri. Quando suonavo all’Alexanderplatz con il mio gruppo veniva spesso portandosi dietro il sax e si univa a noi perchè voleva imparare il repertorio dei grandi del passato.

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Lei abita da molti anni  a Roma Nord. Qual è il suo rapporto con il territorio in cui vive?
Non ho mai visto un vigile nella mia via se non per dare delle multe. Dovrebbero indicare dove parcheggiare le auto invece di infierire sulla non possibilità di parcheggio. La colpa maggiore ce l’hanno i suoi abitanti, per la maggior parte maleducati. Nei supermercati non usano i guanti per toccare frutta e verdura, e se glielo fai notare fanno presto a replicare: “Fatti i c…tuoi!”.
Quando portano a spasso i cani non raccolgono quasi mai i loro bisogni pur avendo a disposizione i sacchetti nei loro contenitori. Qualcuno addirittura ruba i sacchetti e se li porta a casa.
Credo che abbia ragione il mio amico Carlo Loffredo che nel suo libro autobiografico ha scritto: “A Roma Nord i signori non ci abitano più; sono stati sostituiti da quelli che si sono arricchiti con le tangenti!”

Valerio Di Marco

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