Home ATTUALITÀ Un ferragosto per ricordare chi non c’è più

    Un ferragosto per ricordare chi non c’è più

    Gli editoriali di VCB – Scartabellavo noiosamente vecchi articoli sul pc, e mentre spulciavo i file di pezzi usciti forse nel 2006 davo nel contempo in maniera molto sbadata un’occhiata a Facebook… certo non è che oggi avessi il bisogno né la voglia di “fancazzeggiare” come generalmente accade in estate, di questi tempi. Anzi, come mi succede spesso, anche se non è estate piena.

    E mi sentivo stralunato dopo aver trascorso una mattinata doppiamente triste: la prima parte vissuta al funerale di uno dei fondatori di un gruppo televisivo cui sono molto vicino, persona per bene che chiamavano amabilmente il “comandante”, ma solo perché aveva la patente nautica, praticamente inutile per uno come lui che non aveva neanche la barca; poi a seguire, quasi per non farmi mancare l’indispensabile essenza della sfortuna in una giornata dannatamente sfigata, il morale s’era andato a far sbattere come le uova d’una maionese che impazzisce attorno a un cucchiaio di legno quando un collega, Christian Zicche, m’aveva chiamato mentre ero sulla strada del ritorno dalle esequie per accennarmi un’altra scomparsa, quella di Marco De Martino, uno che a 57 anni continuava a fare una vita da monaco buddista, niente fumo né alcol solo tanto sport.

    Uno che un giorno, alla presentazione del nuovo Centrale del Foro Italico – presentazione avvenuta al cospetto della stampa sotto una canicola che evito di descrivere solo per non annoiare replicando arcinote supposizioni sul caldo di quel giorno – invitato insieme ad altri colleghi fare due scambi sulla nuova terra rossa dell’impianto sportivo romano, si tolse la giacca e in camicia e cravatta tirò un paio di passanti, un rovescio e quattro, cinque smash al dirimpettaio “casuale”, un maestro di tennis, uno con una racchetta niente male così come il suo passante di rovescio che, ci fu detto, fosse nonostante l’età avanzata del brizzolato insegnante simile a quello di Ivan Lendl.

    Peccato per l’arzillo maestro, non avemmo il tempo di ammirare quel colpo sontuoso come c’era stato appena descritto. In compenso osservammo Marco non sbagliare una palla – ma come? Un giornalista che sa giocare a tennis in questa maniera? – e lo rivedemmo un attimo dopo con la giacca sulle spalle, senza neanche una goccia di sudore, sorridente e quasi incredulo per tanta attenzione, del resto per lui era normale tirar pallette dall’altra parte della rete; ma non aveva sudato e neanche aveva il fiatone, quello lo avevano noi colleghi, stupiti a guardare, sfiancati nella mattinata di perlustrazioni del nuovo stadio del tennis romano.

    Quel giorno al Foro c’era anche Ferdinando Mezzelani, uno che le foto le sa fare, e pure bene. Lo dicono quelli bravi, non io che potrei essere di parte per amicizia e rispetto; io che uso la telecamera quasi fosse una mitragliatrice e che della Canon ultimo modello mi son perso dopo tre quarti d’ora che l’avevo acquistata il copriobiettivo, e dunque sono uno che le “camere” non le tratta come una figlia; io che spesso rischio di confondere un bianco e nero d’una istantanea in un nero e bianco.

    Ferdinando, “Mezzelans” per noi, a Marco il tennista l’aveva immortalato così, come nelle due foto che accompagnano questo misero pezzo che avrebbe dovuto esser ferragostano e invece rischierà d’infastidire chi alla metà d’agosto vuole staccare la spina e mandare a quel paese un po’ tutti.

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    Ma a noi quando c’è la distrazione a imperare, piace ricordare in questa maniera chi non c’è più. Piace ricordare Marco, lontano anni luce dal posto di lavoro ma pronto a testimoniare in prima persona la teatralità di quello scenario. Del resto quella volta l’unico capace di scrivere esattamente come rimbalzasse la palla da tennis sulla “rossa” del Centrale, fu soltanto lui.

    Massimiliano Morelli

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