Home ARTE E CULTURA Renato Mambor, orizzonti d’arte a Vigna Clara

Renato Mambor, orizzonti d’arte a Vigna Clara

mambor120.JPGL’incontro tra Renato Mambor, artista neo-figurativo concettuale, e Vigna Clara non si può definire un colpo di fulmine, ma d’altronde gli amori più intensi e duraturi sono quelli che si formano col tempo. A lui, che veniva dal Tuscolano, questo quartiere non piaceva, gli sembrava “pariolino”. Si è presto dovuto ricredere: i “pariolini” si sono rivelati non solo ben lontani dal prototipo, ma ottimi amici per piacevoli e interessanti conversazioni. Amicizie che durano da trent’anni, consumate tra i bordi della piscina condominiale e le serate sui divani di casa.

Era il 1978 quando Renato e sua moglie Patrizia si trasferirono a Vigna Clara e da quel giorno la zona è molto cambiata, ma se il cambiamento è frutto del progresso e di un giusto rinnovamento, tal volta porta con sé delle macchie.

“Vigna Clara è sempre un bel posto in cui vivere – confida a VignaClaraBlog.it  – pieno di angoli verdi, che si compongono di erba, fiori colorati e alberi rigogliosi.  Mi piace la mia strada, così residenziale, che sale in silenzio fino a via Zandonai dove le ambasciate fanno da padrone. Allo stesso tempo ti permette di avere tutto a portata di mano, di passeggiare piacevolmente per le vie del quartiere e incontrare volti amici. E’ una zona stimolante anche per gli amanti dell’arte o per chi è in cerca di novità, grazie ad istituzioni come il Maxxi e l’Auditorium.”

E Ponte Milvio? gli chiediamo. “Ponte Milvio, invece, da borgo popolano dove s’incontrano il nuovo e l’antico è diventato un caos totale e per questo non ci vado mai. Ricordo bene quella piazza con tutte le sue bancarelle, perché da ragazzo ci venivo per tuffarmi nelle acque del Tevere. Oggi è pieno di locali e i giovani si divertono, ma secondo me è un punto nevralgico dove passa di tutto, dalla corruzione alla droga. Quando le piazze sono così affollate ci passa tutta la dimensione umana. Insomma, credo ci stia anche la malavita. Però, forse, mi sbaglio…”

Una vita per l’arte

Artista tra i più sperimentali della scena italiana, la mattina puoi star certo di trovarlo nel suo studio in compagnia degli assistenti, mentre si dedica alla creazione di opere d’arte.

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Renato Mambor è nato e cresciuto a Roma, respirando il clima di grande fervore e creatività dei mitici anni ‘50. Aveva poco più di vent’anni quando esordì con Mario Schifano e quasi da subito ricevette premi e inviti a partecipare a mostre collettive.

Negli anni in cui l’arte si dirigeva verso l’informale, lui si volse verso linguaggi più razionali, creando immagini-icone di una cultura figlia della “strategia di comunicazione”, utilizzando sagome, segnali stradali, ricalchi fotografici, timbri e tele eseguite con rulli da tappezzeria.

Pioniere dell’arte concettuale in Italia, sempre fuori dalle convenzioni e in continua evoluzione. La sua produzione artistica è frutto di una costante sperimentazione linguistica, che pone al centro del suo interesse l’uomo nel suo relazionarsi col mondo circostante. Tradotta attraverso l’uso non solo di pittura e scultura, ma anche performance e installazioni.

Un’altra grande passione fu il teatro. Mambor ci racconta che mentre era seduto a un tavolino su Via Veneto, vide Federico Fellini in cerca di attori per brevi parti nel film La Dolce Vita, lui si propose subito e quando il regista gli chiese se sapesse ballare, gli rispose “mi chiamano er mejo tacco der Quadraro!”.

Per più di vent’anni si è dedicato al teatro, insieme alla moglie ed amici, alcuni anche loro residenti a Vigna Clara come Remo Remotti e la ballerina Giovanna Summo. Nel ’75 hanno fondato il Gruppo Trousse che metteva in scena le dinamiche dello psicodramma.
“Un teatro visivo – ci spiega – che racconta il vero dramma umano, riportando storie personali”.

Numerose sono le mostre che l’hanno visto protagonista sia in Italia sia all’estero, ma a noi piace ricordarne due in particolare.

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Quella del 1995 alla Torretta Valadier di Ponte Milvio, che vide Mambor confrontarsi con altri importanti artisti della scena italiana alla mostra collettiva Durante L’Assedio, organizzata da Domenico Scudero. E la personale di due anni fa all’AuditoriumArte: l’installazione Mai Note Burrose.

L’ispirazione per il titolo venne dalla frase sussurrata dal jazzista Miles Davis a Herbie Hancock per spronarlo a ricercare percorsi inusuali. Anche i suoi pannelli s’ispiravano alla musica, in ognuno di essi Mambor aveva posto, in basso, un elemento di uno strumento musicale, in alto, il colore, l’essenza della sua arte.

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Ricercare la connessione per ritrovarci

I suoi ultimi lavori Connessioni (2007) e Fili (2011-2012) esposti a Berlino, Praga e Milano, esprimono la necessità di investigare e ritrovare gli elementi nascosti nella nostra natura. Le connessioni e i fili, appunto, che legano le persone alle altre per rendere e restituire la vera dimensione.

Il messaggio che Mambor vuole trasmettere è che la divisione crea sofferenza, egoismo e invidia, e che tale situazione può essere superabile solo attraverso l’aprirsi dell’uno all’altro, cercando una comune unione, una comune unità.

Sulla scia di questi concetti si compone il suo nuovo lavoro, che ricostruisce la ricerca dell’apertura verso l’altro: tanti elementi apparentemente simili, ma diversi, concepiti come se facessero parte di uno stesso insieme. L’idea nasce dal desiderio che chi si porterà a casa uno di quei quadri saprà che esso è solo una piccola parte di un’enorme quadro.

Giulia Vincenzi

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