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Spira aria del Giappone sulla Cassia

crocetti1.jpgL’eleganza e l’armonia giapponese da qualche giorno stanno inondando il Museo Crocetti, in via Cassia 472, dando vita a una magica fusione di due culture diverse e lontane, ma unite dalla sensibilità per l’arte. Venerdì 10 maggio, è stata infatti inaugurata la mostra dedicata al ricordo di Machiko Kodera, scultrice nipponica, scomparsa da quasi un anno. Tanti i presenti tra amici, ammiratori e curiosi che hanno affollato le sale del museo per questa atipica per quanto affascinante mostra.

L’artista

Machiko era una giovane donna quando, negli anni ’80, arrivò a Roma, lasciandosi dietro l’isola di Hokkaido, ma il Giappone le rimase sempre nel cuore. Spinta dal desiderio di conoscere la scuola di scultura italiana, s’iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, dove incontrò Venanzo Crocetti, scultore abruzzese, con il quale instaurò un rapporto profondo.

Dalle loro opere si evince il legame che li ha uniti, fatto d’influenza e ammirazione reciproca. Per entrambi la forma era prima di tutto sostanza.

Sulla scia del maestro, l’alunna unì le due culture a cui sentiva di appartenere, quella studiata e appresa e quella originaria e istintiva, raggiungendo risultati straordinari.

Iniziò così a ricevere incarichi e riconoscimenti importanti, anche dalla sua madre patria, dove è considerata tra i più importanti scultori del Giappone e dove molte sue opere impreziosiscono spazi pubblici e giardini.

I ricordi

Durante il vernissage hanno parlato, commossi, coloro che l’hanno conosciuta più da vicino, come il Presidente della Stampa Estera, l’olandese Maarten Lulof Van Aalderen, che ha voluto ricordare Machiko come una donna solare ed ospitale. “La mostra – ha detto – deve essere vissuta come momento di festa, perché dimostra come lei non solo vive nei nostri ricordi, ma le sue opere continueranno a parlarne”.

Il marito Tetzuro ha regalato ai presenti un piccolo aneddoto.
“Per molto tempo non sono riuscito ad entrare nel suo studio. Poi, volendo fare questa mostra, ho preso coraggio. Una volta entrato, ho trovato le sue opere incomplete, tra cui due marmi, di cui non conoscevo l’esistenza. Sono per me importanti, perché dimostrano che Machiko lavorò fino alla fine, sperimentando nuove idee e nuove tecniche. Era da poco, infatti, che si era cimentata nella lavorazione del marmo. Quindi sono contento di potervele mostrare oggi”.

Emanuela Garrone, storica dell’arte e curatrice della mostra, nonché cara amica di Machiko, ne ha fatto uno splendido quadro.
“Le sue opere parlano da sole, non ci si può non emozionare a guardarle. Il mio lavoro con Machiko è iniziato anni fa, ben prima della mostra a Palazzo Venezia del 2010. Da lì è nato un rapporto intenso, perché quando s’incontra un’artista vera, seguirla è una gioia. Tanti stranieri amano la nostra cultura, pochi quelli che la fanno loro. Un giorno Machiko mi disse “In Italia ho imparato la forma”, nelle sue opere, infatti, si legge la lezione dell’arte classica, del Rinascimento, del tutto tondo. Lei che veniva da una tradizione estremamente diversa, l’ha imparata con la professionalità e precisione tipica dei giapponesi. “Però nell’anima sono giapponese”, infatti le sue opere esprimono un’interiorità, una sensibilità, una vibrazione non consueta per gli occidentali. C’è un sapersi vedere dentro tipico orientale. Solo i grandi artisti sanno unire la forma appresa con la propria sensibilità”.

Le opere

Le donne sono i suoi soggetti principali, i loro corpi nudi, le loro forme sinuose, eleganti , mai erotiche, create con estrema cura del dettaglio ed abilità.

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Sono per lo più piccole e grandi danzatrici, che ricordano un po’ i dipinti di Degas, ma nate dalla forza del bronzo. Donne che si elevano, si liberano, si muovono armonicamente inserite nello spazio che le circonda.

Meritano una nota le straordinarie Tre generazioni, tre corpi che si uniscono e si sollevano con grazia, attorcigliati da un nastro vibrante, per raggiungere il cielo. Vi sono poi coppie di amanti, poetesse, Dee, uomini virili portatori di messaggi e diversi ritratti, volti morbidi e puri.
Le sue opere attirano e invitano a girarci attorno, per seguire con lo sguardo l’elegante fluire delle forme e la sala d’esposizione si presta perfettamente.

La mostra sarà aperta al pubblico, con ingresso gratuito, fino al 10 giugno quando, alle 19, si terrà la commemorazione che, come ha detto Tetzuro, “sarà una festa allegra a cui siete tutti invitati”.

Giulia Vincenzi

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