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Roger Waters, tutto “The Wall” allo Stadio Olimpico

roger120.jpgLo Stadio Olimpico ospiterà domenica 28 luglio, con inizio alle ore 21:15, “The Wall live”, l’imperdibile e stupefacente concerto nel quale Roger Waters, affiancato da una band di ottimo livello, riproporrà integralmente e in maniera rigorosa tutto il capolavoro dei Pink Floyd pubblicato nel 1979. Quando mancano più o meno quattro mesi allo show, vi presentiamo una guida a questa magnifica opera rock e allo spettacolo che la farà rivivere anche nell’impianto del Foro Italico.

The Wall, il disco il film e Berlino

Scritto quasi interamente da Roger Waters, registrato nei mitici Abbey Road Studios di Londra e pubblicato il 30 novembre 1979, “The Wall”, l’undicesimo disco di inediti dei Pink Floyd, contiene ventisei tracce che si susseguono quasi senza soluzione di continuità nel raccontare la storia della vita di Pink, un artista schiavo della droga che progressivamente costruisce intorno a sé un muro di incomunicabilità causato dai suoi traumi infantili ed adolescenziali, oltre che dalle vicende legate alla sua vita adulta.

Il doppio album individua subito nell’assenza del padre, morto durante la Seconda Guerra Mondiale, nell’autoritarismo della scuola e nel carattere iperprotettivo della madre i primi “tre mattoni nel muro”, le prime tre cause dell’esistenza difficile e tormentata di Pink, che comunque, diventato grande, riesce ad avere successo nel campo della musica e a sposarsi.

Tuttavia, non essendosi mai messo alle spalle la desolazione e la sofferenza della sua giovinezza, Pink è circondato da una barriera annichilente che si fa sempre più invalicabile…

Nel 1982 il disco, “maneggiato” dalla sapienza visionaria di Alan Parker, diventa una pellicola di culto: “Pink Floyd – The Wall” restituisce con grande impatto emotivo le situazioni drammatiche legate all’esistenza di Pink, interpretato magistralmente da Bob Geldof che, azzeccatissimo protagonista, ricanta le parti vocali di alcuni pezzi.

Inoltre, le suggestioni profonde evocate dalla potente metafora del “muro”, oltre alle tematiche affrontate nella parte conclusiva del disco, consentiranno all’opera rock di ampliare ed espandere fin da subito il proprio significato originario: così, alla drammatica narrazione concernente una vicenda individuale, si sovrappone anche una lancinante narrazione riguardante una sofferenza collettiva.

E quale luogo del mondo e della storia, se non Berlino, poteva meglio attagliarsi al tema della divisione, alla metafora del muro? Berlino: la città straziata dalla guerra e dalla follia del nazismo, il crocevia ineludibile della storia e il sinistro palcoscenico delle aberrazioni del XX secolo. Berlino, il simbolo assurdo della divisione di un’intera nazione, l’incongruo emblema della separazione dei molteplici destini dei propri abitanti.

Proprio nella capitale tedesca, il 21 luglio 1990, Waters decise di riproporre tutto “The Wall” dal vivo, avvalendosi della collaborazione di artisti del calibro di Ute Lemper, Van Morrison, The Band, Sinead O’ Connor e Scorpions. Questa ulteriore e mastodontica celebrazione della caduta del Muro fece affluire nella Potsdamer Platz più di trecentomila persone, decretando ancora una volta per questa ineguagliabile opera rock un successo che dura ormai da quasi trentacinque anni.

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Il doppio disco, ovvero la scaletta di “the wall live”

Messo in scena per ben 192 volte dal settembre 2010, visto ed acclamato da più di tre milioni di persone in tutto il mondo, riadattato per la fruibilità negli stadi, “The Wall live” è il magnifico concerto di due ore, con intervallo, che ripropone per intero il doppio concept album anche attraverso effetti visivi e sonori sorprendenti. Sul palco, la narrazione in musica dell’esistenza tormentata di Pink sarà accompagnata dalla progressiva costruzione del muro, fino alla sua spettacolare, emozionante, caduta finale.

E, allora, con l’avvertenza che nella setlist del concerto troveranno posto anche “What Shall We Do Now?” e “The Last Few Bricks”, riascoltiamo insieme questo meraviglioso doppio album dei Pink Floyd, che rappresenta anche la scaletta di “The Wall live”.

Lo show romano vedrà protagonista Roger Waters insieme alla sua eccezionale band, che include Graham Broad (batteria, percussioni e ukulele), Jon Carin (tastiere, chitarre, programmazione), Dave Kilminster (chitarre, banjo e basso), Snowy White (chitarre, basso), Harry Waters (organo Hammond, tastiere e fisarmonica), G.E. Smith (chitarre, basso e mandolino) e Robbie Wyckoff (che canterà tutte le parti vocali di David Gilmour). Il gruppo è completato dai coristi Jon Joyce, Kipp Lennon, Mark Lennon Pat Lennon.

L’album si apre con “In the Flesh?”, il primo “angolo” dell’opera rock, nel quale la voce di Waters anticipa la soffertissima consapevolezza che il protagonista, Pink, raggiungerà solo alla fine della storia. “Dovrai solo cercare di guardare sotto la maschera”, dice la canzone, prima che si senta un rombo prolungato di un aereo e il successivo schianto.

È il primo mattone nel muro: il padre di Pink è appena morto nel corso della Seconda Guerra Mondiale; è il primo tassello della narrazione che ricalca anche la biografia del co-fondatore dei Pink Floyd, che perse il padre, Eric Fletcher Waters, ufficiale dei Royal Fusiliers, nella battaglia di Anzio del 18 febbraio 1944.

È assai significativo che, nella seconda traccia, “The Thin Ice”, allo schianto dell’aereo segua immediatamente il vagito di un neonato: Pink viene al mondo quasi contemporaneamente alla morte del padre. In questo pezzo la voce dolce e gentile di Gilmour cede presto il posto al recitato aspro di Waters, che pennella la desolazione dell’infanzia del bambino, accennando anche con un’immagine da incubo alle tematiche dell’autoritarismo scolastico e dell’iperprotettività della madre che saranno affrontate nelle canzoni successive: “se dovessi pattinare sul ghiaccio sottile della vita moderna, trascinandoti dietro il muto rimprovero di un milione di occhi pieni di lacrime, non essere stupito quando una crepa nel ghiaccio apparirà sotto i tuoi piedi.”

Il giovanissimo Pink sente l’assenza del padre e la sua immensa tristezza viene sottolineata in “Another Brick in the Wall part 1”, soprattutto dai versi: “papà è volato attraverso l’oceano lasciando solo un ricordo, un’istantanea nell’album di famiglia.”

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Un sarcasmo nerissimo e un crudo realismo impregnano la successiva “The Happiest Days of Our Lives”, la canzone che evidenzia come quelli che dovrebbero essere i giorni più spensierati della nostra esistenza, i giorni della scuola, siano in realtà per Pink e i suoi compagni giorni da incubo, destinati ad avere conseguenze devastanti sulle loro vite da adulti.
Un altro mattone nel muro è, infatti, l’istituzione scolastica, descritta come autoritaria e malvagia. Il rumore di un elicottero, quasi una metafora della guerra che si sta consumando in quello che dovrebbe essere il tempio sacro della spensieratezza, precede un rimprovero secco e stizzito di un insegnante, prima che Waters canti senza fronzoli: ” quando siamo cresciuti e andavamo a scuola c’erano certi insegnanti che avrebbero fatto del male ai bambini in ogni modo…ma in città era ben noto che, una volta tornati a casa la sera, le loro mogli grasse e psicopatiche li avrebbero picchiati e ridotto a pezzi le loro vite.” I carnefici dei bambini, a loro volta, sono le vittime di qualcun altro.

L’urlo di Waters annuncia la seconda parte di “Another Brick in the Wall”, quella di protesta e di rottura, quella più conosciuta, quella del coro degli studenti che scandisce: “non abbiamo bisogno dell’educazione, non abbiamo bisogno del controllo dei nostri pensieri, di nero sarcasmo all’interno delle classi: insegnanti, lasciate stare i ragazzini”. Una protesta e una presa di posizione che sono diventati un inno della ribellione giovanile, ma che nel disco rappresentano solo un episodio destinato ad essere soffocato presto dall’autoritarismo degli insegnanti.

“Mother” è il secondo “angolo” del disco, ossia l’ultimo brano della facciata A, uno dei più belli e significativi dell’intera opera rock. La canzone sottolinea il carattere iperprotettivo della madre di Pink, che soffoca il suo ragazzo con cure ed attenzioni eccessive, privandolo della possibilità di “volare”, di elaborare un suo pensiero autonomo. Pink chiede consiglio per qualsiasi cosa: “mamma, pensi che faranno cadere la bomba?”, “mamma, pensi che gli piacerà la canzone?”, “mamma, pensi che lei vada bene per me?”. E la mamma gli risponde: “zitto, bambino, mamma farà avverare tutti i tuoi incubi”, “mamma ti inculcherà tutte le sue paure”, “mamma ti terrà sempre sotto le sue ali”, “mamma sceglierà al posto tuo tutte le tue ragazze.”

È uno dei momenti più intensi e drammatici della narrazione, si sta consumando qualcosa che sembra irreparabile, qualcosa di cui il protagonista si rende conto proprio alla fine di questa canzone: “mamma, doveva essere così alto?”, geme Waters riferendosi alle proporzioni che sta assumendo il muro.

Il lato B del primo disco si apre con il cinguettio degli uccelli e con la voce del piccolo Harry Waters, che al tempo delle registrazioni aveva due anni e che soavemente fa notare alla mamma che “c’è un aereo nel cielo”.
È il momento di “Goodbye Blue Sky”, il terzo “angolo” dell’album, una ballata basata sulla chitarra acustica che assume toni decisamente sinistri quando entrano le voci di Waters e Gilmour: “nonostante le fiamme siano ormai lontane, il dolore ancora persiste…ti sei mai domandato perché dovevamo correre al rifugio, quando la promessa di un mondo migliore era stata sbandierata sotto un limpido cielo azzurro?”. Ancora il ricordo della guerra, ancora la perdita dell’innocenza, ancora mattoni nel muro.

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“Empty Spaces” non è soltanto la canzone che fa da raccordo fra quella che la precede e la successiva, ma è anche il breve pezzo nel quale il protagonista si domanda cinicamente come riempire gli spazi vuoti, come “dovrei completare il muro.”

Ecco che, subito dopo, arriva “Young Lust”, firmata da Waters e Gilmour. Pink, ormai adulto e schiavo della droga, provato dalle sofferenze che hanno segnato la sua vita, cerca una “donna facile” che lo possa consolare dai tradimenti della moglie e riempire gli spazi vuoti. L’esito dei suoi sforzi è negativo ed è descritto dalla canzone che viene subito dopo.

“One of My Turns” è un’esplosione incontrollata di rabbia: Pink spaventa la groupie che si è portato a casa e devasta il proprio appartamento: “posso sentire che sta arrivando una delle mie crisi, mi sento freddo come una lama di rasoio..pensi che sia ora che la smetta? Perché scappi via?”

Dopo aver spaventato la giovane “dirty woman”, che se la dà a gambe, e aver distrutto la propria casa, Pink è disperato e solo più che mai. Il canto di Waters e Gilmour ne esprime lo stato d’animo devastato, soprattutto con le parole di “Don’t Leave Me Now”: “non lasciarmi ora, non dire che è la fine della strada…ho bisogno di te per farti a pezzi davanti ai miei amici.”

La disperazione del protagonista arriva al culmine nella terza, ultima e più breve parte di “Another Brick in The Wall”. In nemmeno un minuto e mezzo di canzone, Pink urla: “non ho bisogno di braccia che mi stringano, non ho bisogno di droghe per calmarmi, ho visto la scritta sul muro, non pensare che io abbia bisogno di qualcosa: no, non pensare che io avrò mai bisogno di qualcosa…dopo tutto eravate tutti solo mattoni nel muro.”

Il quarto “angolo”, la traccia che conclude il primo disco, è “Goodbye Cruel World”, una marcia funebre per basso e sintetizzatore nella quale la storia di Pink sembra arrivare ad una tragica e inappellabile conclusione: “addio a voi tutti, non c’è niente che possiate dire che possa farmi cambiare idea: addio.” Il muro è completo, impenetrabile, annichilente.
A questo punto togliamo dal piatto il primo disco e prepariamo il secondo, mentre nello stadio si accenderanno le luci e un intervallo che poteva essere evitato spezzerà per venti minuti la continuità e le emozioni della narrazione.

Il secondo vinile si apre con le invocazioni cupe di “Hey You”: Pink, arrivato sull’orlo del baratro e dell’autodistruzione, si rende conto della propria situazione e tenta di comunicare con il mondo che continua a vivere dall’altra parte della barriera, ma alla fine non si fa illusioni: “era solo una fantasia, il muro era troppo alto…per quanto ci abbia provato, non ha potuto liberarsi.”
L’estrema solitudine, l’urlo di dolore del protagonista prosegue nella successiva “Is There Anybody Out There?”, una canzone quasi interamente strumentale che precede “Nobody Home”, nella quale Pink sente in modo lancinante la mancanza della moglie: “ho stupefacenti capacità di osservazione ed è per questo che so che quando proverò a chiamarti al telefono non ci sarà nessuno a casa.”
Il pezzo è una melodia struggente per piano, archi, fiati, basso e sintetizzatore, mentre il testo fa anche riferimento alla condizione di drogato di Pink: “ho un cucchiaino d’argento appeso ad una catenina.”

Tornano gli incubi della Seconda Guerra Mondiale con “Vera”, la traccia che, senza però alcuna ombra di ottimismo, cita Vera Lynn e la sua celeberrima canzone “We’ll Meet Again”, che, a sua volta, fa parte della colonna sonora del film “Il Dottor Stranamore”, firmato da Stanley Kubrick nel 1964.
La successiva “Bring the Boys Back Home”, assai breve e dall’incedere militaresco, chiude il cerchio e sottolinea ancora una volta il mancato ritorno del padre di Pink (del padre di Waters) e di tanti altri soldati dalla guerra.

Con “Comfortably Numb” arriviamo ad uno dei momenti più intensi, belli e drammatici, non solo di “The Wall”, ma anche di tutta la produzione floydiana. La canzone, firmata da Gilmour e Waters, contiene uno degli assoli di chitarra più suggestivi della storia del rock. Il protagonista è diventato “piacevolmente insensibile”, non prova dolore, sta semplicemente scomparendo “come il fumo di una nave sotto la linea dell’orizzonte”, perché “il bambino è cresciuto, il sogno è svanito.”

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Il lato B del secondo disco si apre con “The Show Must Go On”: nonostante la sua situazione, Pink, che è ancora una rockstar di successo, è costretto ad esibirsi in pubblico, ma la sua esibizione diventa un incubo orwelliano, un’allucinazione dalle connotazioni nazistoidi.

“Ci sono finocchi in teatro stasera? Metteteli contro il muro…quello sembra un ebreo e quell’altro è un negro: chi ha lasciato entrare questa feccia in sala? Se fosse per me, sparerei a tutti”, grida dal palco durante “In the Flesh” il protagonista, completamente in preda al suo delirio, che continua nella successiva “Run Like Hell”, nella quale minaccia e caccia il suo pubblico, e si conclude in “Waiting For the Worms”, in cui Pink, “seduto nel bunker”, aspetta la “soluzione finale”, che finalmente “rinforzi la razza.”
I trenta secondi di “Stop” fermano l’allucinazione totalitaria del protagonista, che capisce che non può più andare avanti in questo modo: “voglio andare a casa, togliermi questa uniforme e lasciare lo show.”

I versi successivi – “devo sapere se sono stato colpevole per tutto questo tempo” – introducono la canzone successiva, “The Trial”. Pink aspetta il processo al quale sa che non potrà sottrarsi.
Il momento è drammatico, decisivo, il giudice sembra voler condannare questo “pazzo” al massimo della pena, sembra considerarlo responsabile per le sofferenze della madre e della moglie, ma poi arriva a tutt’altra conclusione: “amico mio, tu hai svelato la tua paura più profonda, ordino che tu venga esposto di fronte ai tuoi pari: abbattete il muro”.
Il muro crolla (ed è il momento più spettacolare del concerto) e Pink torna in mezzo agli uomini.

Siamo all’epilogo e alla morale watersiana, che arriva con una dolcezza e una leggerezza che scaturiscono da ferite profonde: “soli o a coppie, quelli che davvero ti amano camminano su e giù fuori dal muro…I cuori teneri e gli artisti resistono e, quando ti hanno dato tutto ciò che potevano, alcuni barcollano e cadono: dopo tutto non è facile sbattere il cuore contro il muro di un pazzo bastardo”.

Giovanni Berti

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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1 commento

  1. Complimenti e complimenti ancora per il servizio sul concerto THE WALL, io c’ero e ho riconosciuto i passaggi del concerto e chi non c’è stato leggendo quest’articolo potrà immaginarselo molto bene.
    Bravo a Giovanni Berti.

    Franco

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