Home ATTUALITÀ Trionfale: la brutta fine del Gulliver, un gigante coi piedi d’argilla

Trionfale: la brutta fine del Gulliver, un gigante coi piedi d’argilla

gulliver120.jpgNo, non stiamo parlando del protagonista del romanzo di Jonathan Swift che veniva legato e imprigionato dai lillipuziani, ma di quello che una volta sembrava avviato a divenire un fiorente centro commerciale di periferia e che adesso sembra una cattedrale nel deserto. Sì, perché è da tempo ormai che si assiste all’inesorabile declino del polo commerciale di via della Lucchina, in zona Trionfale, e ogni giorno è sempre peggio.

Varcare le porte scorrevoli all’ingresso è come addentrarsi in un mondo di tenebra, una dimensione parallela dove l’oscurità regna sovrana, un tempio dimenticato dove i mercanti sono stati cacciati da tempo, assieme ai compratori.

Colpa della crisi. Imprese strozzate, entrate che non tengono il passo delle spese, gente che non ha più soldi da spendere.
Il Gulliver è specchio e conseguenza di una recessione che morde le caviglie di imprese e di famiglie e che coloro che ci chiedono il voto in vista delle imminenti elezioni politiche promettono in parte di alleggerire con annunci a sensazione che, come sempre, lasceranno presto spazio alla triste realtà.

In periferia te ne accorgi subito che alla gente le chiacchiere da campagna elettorale non fanno più nessun effetto. Qui lo vedi, oltre che dalle case che rimangono sfitte e dalle biciclette usate al posto delle automobili per gli spostamenti in loco, dalle facce disilluse e annoiate della gente che entra nella pancia del Gulliver ma solo perché all’interno c’è un hard-discount. Proviamo a seguirli.

Entriamo, ed è come visitare un monumento sepolcrale. Il panorama è desolante: atmosfere spettrali, scenari alla Blade Runner. Un tripudio di saracinesche abbassate, insegne spente, corridoi semideserti.

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Silenzio, vuoto. Tre piani di morbidezza ? No, di tristezza. Che poi i piani sono due perché l’accesso alla scala mobile che porta al terzo è chiuso da una parete in plexiglass recante un cartello di chiusura per lavori.

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Ma a che serve un centro commerciale se dentro i negozi non ci sono? A un cineasta potrebbe venire in mente di girarci un lungometraggio, e in effetti sarebbe lo scenario ideale per un film horror.
Del resto, i cultori del genere meno avvezzi al mainstream ci troveranno più di una somiglianza col centro commerciale assaltato dai morti viventi in Zombi, la pellicola del 1978 diretta da George A.Romero.

Le immagini parlano più delle parole. Gli esercizi aperti si contano sulle dita delle mani. C’è il supermercato – come detto – ma le giostrine per i bambini che si trovano appena fuori l’entrata sono desolatamente spente e sembrano anticipare l’aria che tira dentro. Hai voglia a pubblicizzare offerte. Ma i prezzi sono bassi e forse per questo non ha ancora chiuso.

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Al piano di sopra la situazione non è migliore. Lungo il corridoio si staglia una piccola insegna luminosa con la T di tabacchi. Entriamo per fare qualche domanda ma lo sguardo del gestore non sembra quello di chi ha molta voglia di conversare. Ci limitiamo a comprare le sigarette e ce ne andiamo.

Passiamo davanti a un bar e a una tavola calda, binomio che una volta sarebbe stato l’ideale per rifocillarsi tra un acquisto e un altro. Peccato che i tavoli siano vuoti e le teglie di pizza fredda ci guardino mestamente da dietro la vetrinetta.
Un tempo avremmo trovato stuoli di impiegati e commesse in pausa pranzo, oggi invece per molti la pausa pranzo sarebbe l’ultimo dei problemi pur di lavorare.

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Il negozio di videogiochi ha una vetrina interamente tappezzata di confezioni iperscontate della console Wii e gli scaffali all’interno sono un autentico tripudio di cartucce offerte in permuta. Accanto c’è un negozio di abbigliamento ma la vetrina è in allestimento ed è buona solo per specchiarsi. Ovviamente non provateci nemmeno perchè la titolare seduta dietro la cassa è lì, pronta a fulminarvi coi suoi occhi di fuoco carichi di livore.
OK non è aria, ce ne andiamo anche da qui.

Mentre guadagniamo l’uscita di questa valle di lacrime la nostra attenzione è catturata dalla bottega di un calzolaio sulla sessantina intento a sistemare la suola di uno stivale, seduto su uno sgabello alto quanto un tacco di scarpa da donna e con le lenti degli occhiali che sembrano fondi di bottiglia.
E’ l’unico a cui sembra piacere quello che fa. Ed è l’unico che lo fa mettendoci qualcosa che somigli vagamente alla passione.

Che sia questa la vera chiave ? Che il futuro sarà tornare ai negozi di vicinato e ai mestieri di una volta ?

Valerio Di Marco

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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2 COMMENTI

  1. Questa purtroppo è la logica conclusione della pessima pianificazione dell’edilizia commerciale sul territorio romano che, negli anni passati, offendendo il territorio, ha operato un assurdo consumo di suolo a vantaggio dei centri commerciali.
    Centri commerciali che hanno distrutto il commercio di vicinato vera risorsa di territori e quartieri.
    Ed oggi la crisi che viviamo sui territori colpisce anche i centri commerciali.
    Giovanna Marchese Bellaroto
    Presidente AssoCommercio RomaNord

  2. Ah, ma vedrete che il Centro Commerciale che si vuole edificare (in spregio alla logica ed al buon senso) con la scusa di ampliare la stazione “Due Ponti” avrà tutt’altra sorte: sarà sempre pieno di gente (giudiziosamente arrivata a piedi, data la mancanza di parcheggi ed adguata viabilità di scambio) pronta a spendere fior di quattrini…, vedrete!

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